Sei giorni di Europei, nessuno si è chiuso senza che l’Italia celebrasse una medaglia d’oro. L’undicesima nella serata finale è arrivata dalla staffetta 4×100 maschile, la 24esima in totale, dopo l’argento di Larissa Iapichino nel salto in lungo: molte di più delle previsioni fatte alla vigilia, qui a Slalom ne avevamo calcolate quattordici.
Lo show di Tamberi martedì sera deve avere acceso qualcosa dentro Sergio Mattarella, così il presidente era di nuovo in tribuna, per il secondo giorno consecutivo. Considerata l’aria di successi, trionfi, colori, luci, giochi di bandiere e inni di Mameli, accompagnato stavolta in pompa magna dal presidente del Senato La Russa e dai ministri Abodi, Giorgetti e Santanché, probabilmente in cuor loro convinti di poter stringere le mani anche di Primo Carnera e dell’Italia di Vittorio Pozzo.
«Dopo la vittoria di Tamberi — ha spiegato il numero uno della Fidal Stefano Mei, nelle parole riferite dal Corriere della sera — al presidente ho detto di tornare a trovarci perché ci ha portato fortuna. Lui ha risposto: Verrò domani stesso». Meno male. Perché stasera avrebbe trovato lo stadio vuoto.
Giulia Zonca su La Stampa lo chiama “uno dei tanti effetti Tamberi, o forse – considera – visto le zuffe che propone l’Italia parlamentare, è meglio rifugiarsi in quella atletica che vince, ride, strattona il Paese e lo obbliga a guardare il futuro. Una settimana di gare e neanche un refolo di nostalgia, solo entusiasmo e passione”.
LE PAROLE DI GIANMARCO TAMBERI
«Ho profondo rispetto per regole e avversari, sempre. Ma in pedana voglio essere libero. Libero di ballare, libero di tuffarmi sulle tribune, di suonare la batteria come a Budapest o far impazzire il pubblico con un giro di pista prima invece che dopo la gara. Qualcuno storce il naso? Non importa. Userò sempre ogni mezzo lecito per caricarmi e saltare un millimetro più in alto».
«Da anni sono ossessionato da un incubo: saltare in uno stadio vuoto. Quando mi sono affacciato e ho visto che la Curva Sud era colma di tifosi il cuore mi è esploso di gioia. Ho pensato: stasera vi faccio impazzire. Ho esagerato? Ho subito infortuni gravissimi, se posso permettermi di scherzarci è perché li ho superati. É un messaggio per chi sta male».
«Peso 75 chili, uno in meno di Tokyo. Mi sono controllato moltissimo con il cibo anche nei due mesi invernali, non voglio sbavature. Ho messo l’atletica al primissimo posto, il risultato davanti a tutto con rinunce totali. Sarò contento solo se vinco le Olimpiadi».
UN BILANCIO
Dunque vediamo. Ventiquattro medaglie italiane, 11 ori, 9 argenti e 4 bronzi. Per la prima volta in ventisei edizioni, dal 1934 a oggi, l’Italia ha chiuso al primo posto nel medagliere. Il massimo era stato un quarto posto nel 1978 a Praga [benedetta velocità] e nel 1990 a Spalato [benedetto mezzofondo]. Il massimo di medaglie era stato toccato proprio nell’allora Jugoslavia con dodici podi e cinque ori. L’Italia ha vinto pure la classifica a punti, quella che misura i valori medi conteggiando pure i piazzamenti: 232 punti. La migliore prestazione era stata un terzo posto due anni fa a Monaco di Baviera. I finalisti a Roma sono stati 45.
Ha tutta l’aria di essere un bilancio per analogia vicino a quello degli altri Europei di Roma, gli Europei di nuoto del 2022, 72 medaglie e 25 d’oro. Ma l’estate dopo, ai Mondiali di Fukuoka, siamo andati in depressione, Mameli smise di ruggire nei cuori impavidi della nazione perché i podi erano diventati 14 in totale, e solo 2 medaglie erano rimaste d’oro. Ansia, panico, angoscia. Perciò. Ripetiamo insieme e diciamo: l’Europa non è il mondo, l’Europa non è il mondo, l’Europa non è il mondo. Tre volte. Come nelle giaculatorie.
L’Europa, questa Europa, non è neppure integra. Russe, russi, bielorusse-i, si sa, sono rimasti a casa. Ma a casa sono rimaste pure parecchie britanniche e britannici, oltre che diverse eccellenze. Non tutti i paesi hanno interpretato questi Europei come una faccenda di vita o di morte, di oro o di legno, non tutti avevano la stessa necessità italiana di presentare un forziere colmo di metalli al conto finale. Le Olimpiadi sono alle porte, una questione di priorità. Molte nazioni hanno fatto lo stesso ragionamento che fa l’Italia in questi giorni applica drasticamente al nuoto, a un Europeo dove in piscina non ci presentiamo per niente, a rischio di un incidente diplomatico con le istituzioni internazionali. Meglio il Sette Colli per ottenere gli ultimi pass per Parigi.
Giusto per non fare nomi: il medagliere sarebbe cambiato se a Roma fossero state presenti l’olandese Anouk Vetter nell’heptathlon e Sifan Hassan nei 5.000 di Nadia Battocletti, le britanniche Laura Muir e Revee Walcott-Nolan nei 1.500, Jemma Reekie e Phoebe Gill negli 800, Jake Wightman e Ben Pattison nella stessa gara al maschile, Jeremiah Azu e Louie Hinchliffe sui 100 metri della doppietta Jacobs-Ali; Zharnel Hughes, Nethaneel Mitchell-Blake, Matthew Hudson-Smith e Michael Ohioze nei 200; le russe Elvira Khasanova e Reykhan Kagramanova, la spagnola Maria Pérez nella 20 km di marcia. Femke Bol non ha corso i 400, Neita non ha fatto i 100, Asher-Smith ha rinunciato ai 200. Nella mezza maratona di Crippa mancavano lo svedese Andreas Almgren, il britannico Emile Cairess e l’olandese Abdi Nageeye.
Si sente la voce dell’obiezione in fondo alla sala: gli assenti hanno sempre torto. Infatti nessuno toglie le medaglie a chi le ha vinte. Serve a dire che Parigi non sarà Roma, come non lo fu Fukuoka.
PROSPETTIVA PARIGI
Quanto valgono allora queste 24 medaglie, di cui 11 d’oro, al cambio olimpico? Eh, quanto valgono. Intanto: nelle dieci prestazioni tecniche di maggiore qualità, in base alle tabelle di World Athletics che convertono in punti i tempi e le misure, brillano solo due prestazioni mameliche. Le 10 perle sono state nell’ordine: i 6,10 metri saltati nell’ultima sera da Duplantis con l’asta [1294 punti], i 18,18 metri saltati nel triplo da Jordan Alejandro Diaz Fortun [1292 punti], i 400 ostacoli corsi da Karsten Warholm in 46.98 [1285 punti], gli 8,65 di Miltiadis Tentoglou nel salto in lungo [1281], i 18.04 metri di Pedro Pichardo nel triplo [1279 punti], i 7,22 metri di Malaika Mihambo nel lungo [1275], eccoci finalmente con i 22,45 metri di Leonardo Fabbri nel getto del peso [1267], ancora l’Italia con il primato nazionale sui 400 ostacoli di Alessandro Sibilio in 47.50 [1257], il 52.49 di Femke Bol nella stessa gara al femminile [1253] e in finale i 400 metri di Natalia Kacznarek corsi in 48.98 [1247].
Sinossi: le eccellenze italiane in chiave olimpica sono chiuse. Per la medaglia d’oro Fabbri è chiuso da Crouser, Simonelli da Holloway, Furlani da Tentoglou, Jacobs non ne parliamo. I podi sono un’altra cosa. In questo momento l’oro sembra alla portata di Gianmarco Tamberi, forse Antonella Palmisano, chissà come starà Massimo Stano, chissà se funzionerà la staffetta di marcia a squadre.
Un’ultima considerazione va fatta sull’organizzazione, sull’elettronica andata in tilt durante alcune misurazioni, al punto da dover ripescare la vecchia fettuccia; sulla pistola dello starter che si è inceppata prima dei 10mila metri femminili e ha fatto i capricci pure prima degli sprint; sui biglietti venduti, non venduti, offerti o regalati in sei giorni. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera ha scritto: “All’Olimpico in una settimana sono passati 120 mila spettatori, non tantissimi. Ma i risultati azzurri e lo spettacolo di un’atletica diffusa (la pedana di lungo e triplo praticamente in tribuna, il palco delle premiazioni tra le meraviglie del Foro Italico) non potrà non migliorare il rapporto prudente di Roma con questo sport: chi non c’era si morde le mani”.
Sezione record: nessun primato del mondo, nessun primato europeo, 15 primati dei campionati, 10 migliori prestazioni mondiali stagionali, 23 migliori prestazioni europee stagionali, 45 primati nazionali, di cui 11 per l’Italia
LA FRANCIA
Dietro l’Italia, la Francia. Venuta a Roma per capire l’aria che tira verso Parigi. C’è un’analisi complessiva di Jean-Denis Coquard su L’Équipe, dopo le 16 medaglie con 4 titoli, un raccolto che mancava da dieci anni [Zurigo 2014: 23 medaglie]. Due anni fa a Monaco c’era lo zero nella casella delle vittorie e i podi non raggiungevano la doppia cifra [9]. “Questo dimostra la qualità della rimonta, ma non tutti i paesi – riconosce L’Équipe – avevano mandato un grande battaglione come l’Italia, trionfante in casa, in particolare gli inglesi che hanno lasciato a casa tra gli altri Hudson-Smith o Kerr. Ma non dobbiamo sottrarci al piacere di vedere l’inizio di uno slancio che negli ultimi anni avevamo faticato a intuire. La speranza nell’atletica l’avevamo quasi dimenticata. Meglio di niente”. E così sia.