C’è solo un pallone e chi ce l’ha decide
Johan Cruyff
calcio internazionale
Quique Setién è una macchina del tempo
L’allenatore che riporta il Barcellona al passato
Il Barcellona non esonerava un allenatore a metà stagione da 17 anni. Al posto di Ernesto Valverde c’è ora Quique Setién, 61 anni, ex Betis Siviglia, dichiaratamente ammiratore dello stile di Cruyff e Guardiola. Un ritorno alle origini.
Perché lui. Con Setién, il presidente Bartomeu risponde a coloro che andavano chiedendo il recupero di quello stile che tanti mal di testa ha portato all’allenatore licenziato. Difendere con la palla, riempire il centro del campo con i palleggiatori e fare pressione alta sono tre delle sue massime. Il suo audace copione gli ha dato successo e fallimento in parti eguali, ma ha lasciato il segno sia sul Las Palmas (dove ha giocato con nove giocatori del vivaio) sia sul Betis.
Il possesso portato alle estreme conseguenze è la sua idea di gioco. Setién ha dato al Betis giorni di gloria e di bel calcio, trionfi spettacolari come i 5 gol al Sánchez Pizjuán e le vittorie al Camp Nou, al Bernabéu e a San Siro. Quique è un ammiratore sfacciato del calcio di Guardiola e devoto di Messi, un allenatore radicale. Nel suo passaggio a Siviglia, ha valorizzato giovani della cantera come Júnior Firpo, Mendy e Canales, riportando la squadra nelle Coppe europee. Gli si chiederà la Champions come priorità. | Josep M. Artells, Mundo Deportivo
La comunicazione. Dovrà rimodulare le sue apparizioni in conferenza stampa, perché a Siviglia erano molto frequenti quelle che duravano circa un’ora. Quando parli molto – e Setién ama farlo, per spiegare tutto a modo suo – ci sono più possibilità di sbagliare le parole. Alcune volte gli è successo, il Cantabrico lo ha fatto, ha anche dovuto affrontare un esercito di penne furbe in cerca delle sue gaffe e disposte a ingigantirle. | Jordi Santamaria, Mundo Deportivo
Valverde è un super professionista. L’ha dimostrato in tutte le squadre in cui è stato, incluso l’Athletic. Sa mantenere il rispetto assoluto in ogni momento, sia con i media sia con i giocatori e gli allenatori avversari. Lo stesso rispetto che stavolta non c’è stato per lui. Non meritava di essere trattato così. | Carlos Zaballa, Mundo Deportivo
La sua visione del calcio
1 L’ideologia. Sono sempre esistiti calciatori al di fuori degli schemi e sono quelli che più ci piace veder giocare. Ma nessun calciatore vincerà mai da solo se non è in sintonia con l’allenatore e con i compagni. Tutti vogliamo vincere ma alla vittoria bisogna arrivare come conseguenza di cose fatte bene. Ho sempre pensato che una vittoria da sola valga meno. Non bisogna dare troppo valore alla vittoria perché premia solo uno. Tutti gli altri perdono. Bisogna dare un’importanza anche allo sforzo, all’impegno, a come si valorizzano le risorse di cui si dispone, alla verità. Stiamo trasmettendo ai nostri figli e alle nuove generazioni l’idea che se non vinci non sei una persona valida. Stiamo creando così una tremenda quantità di falliti.
2 Lo stile. Come allenatore ho sempre tenuto conto del fatto che i miei giocatori si esprimono attraverso la palla. Una persona rende molto di più quando è felice e contenta. Molti di questi ragazzi sono diventati calciatori perché non sapevano stare senza un pallone. A casa, nella strada, al campo. Anche i meno dotati tecnicamente vogliono il pallone tra i piedi. Non vogliono portarlo via a un avversario o difendere. Vogliono giocare. Ma quello spirito che un calciatore ha dentro, con il tempo si può spegnere. Se venire ad allenarsi rappresenta ogni giorno un problema, questo calciatore non riuscirà a tirare fuori quello che ha dentro.
3 Il rapporto con il tifo e le aspettative. Per un uomo del nord della Spagna, come me, può essere difficile da gestire la passione. Io credo che si debbano guadagnare le vittorie lavorando sulla giusta maniera di fare le cose. A Siviglia le cose erano più irrazionali. “Devi vincere perché siamo il Betis”. Naturalmente, ci sono tifosi così in tutti i club, quelli che non capiscono perché fai le cose in un determinato modo. Sono solo interessati a vincere o perdere. È la cosa più difficile da gestire nella mia professione.
4 Maestri e modelli. Da calciatore ho avuto 14 allenatori. È vero che con molti impari che cosa non si deve fare ma ho sempre avuto un grande rispetto per il ruolo. Ho giocato per allenatori che mi spingevano a correre da una parte all’altra del campo ma non toccavo mai un pallone. Molte volte avrei potuto ricevere palla da un compagno ma quello lanciava lungo perché il mister così aveva detto. Era un problema enorme per me. Gli scacchi mi hanno aiutato a capire molte cose.
Quando sono andato a giocare nell’Atlético Madrid, Luis Aragonés mi ha influenzato molto. Ha cambiato la mia maniera di guardare le cose. Mi ha messo nelle vene un tocco di aggressività che non avevo dopo essere stato otto anni a Santander. A molti allenatori era bastato che io segnassi un paio di gol all’anno facendo qualche assist, lui mi ha insegnato il valore del lavoro duro.
Ricordo quando da noi venne il Barcellona di Cruyff. Giocavi contro di loro e passavi tutto il tempo a inseguire il pallone. Mi dicevo: Ecco, questo mi piace. Mi piacerebbe giocare in questa squadra e capire come fanno. Come si riesce a far tenere la palla sempre alla propria squadra e a far correre gli altri? È stato da allora che ho cominciato davvero a guardare il calcio, ad analizzarlo, a capire cosa provavo e cosa avrei voluto mettere in pratica una volta diventato allenatore. Io volevo il pallone. | Quique Setién, The Coaches’ Voice