L’addio di Daniele De Rossi
Dopo sei mesi e sette partite, il campione del mondo 2006 Daniele De Rossi ha annunciato l’addio al Boca e al calcio. «Vorrei fare l’allenatore, ma prima dovrò studiare. Devo avvicinarmi a mia figlia, solo questo, non c’è altro». Ha giocato 459 partite e segnato 43 gol con la Roma, 117 e 21 con la Nazionale.
Sei mesi difficili. Era cambiato tutto, a dicembre, con l’addio al direttore sportivo che lo aveva voluto, l’amico Nicolas Burdisso, sostituito dal mito locale Juan Roman Riquelme. Sei mesi difficili, i suoi: solo 7 partite giocate, due infortuni, la delusione di perdersi le semifinali di Copa Libertadores contro gli avversari storici del River, rivincita mai consumata della finale persa un anno prima. Non le ha giocate per i guai fisici, gli stessi che avevano suggerito alla Roma di non prolungare il suo contratto. La decisione definitiva dopo un colloquio con la nuova dirigenza, sapendo quanto sarebbe stata dura ripartire. | Matteo Pinci, la Repubblica
«Ha segnato il ragazzino». Sì, era un bimbo, quel De Rossi, nel maggio del 2003, quando per la prima volta veste da titolare la maglia della sua Roma.«Ha segnato il ragazzino», lo disse Franco Sensi, il presidente, commosso in tribuna, non ricordava il nome,
ma di Daniele sapeva già tutto. Tutti sapevano tutto. Daniele pure sapeva. Sapeva che avrebbe donato «una sola carriera alla Roma». Non sapeva che l’avrebbe dovuta lasciare prima del previsto, quando non voleva lui ma hanno voluto altri. Sapeva che avrebbe amato solo un’altra squadra poi, cioè il Boca. Non sapeva che ci avrebbe giocato, lo ha capito col tempo. | Alessandro Angeloni, Il Messaggero
Il soffitto. Il film è malinconico, di quelli che ci fanno litigare col tempo che passa. «Mia moglie Sarah si è svegliata alle 3 di notte e mi ha trovato che guardavo il soffitto senza riuscire a prendere sonno». | Massimo Cecchini, la Gazzetta dello sport
Politicamente. Anche politicamente De Rossi ha diviso, non nascondendo simpatie di destra e poi schierandosi pubblicamente per la Raggi: quale che sia il giudizio sulla sindaca, quello di DDR è stato un gesto di personalità, scomodo, in un ambiente sempre “d’accordo col mister” e convenzionale fino all’ipocrisia. | Fabio Licari, la Gazzetta dello sport
Visto da Baires. Il quotidiano argentino Clarín si domanda quale sia “l’inconveniente personale” che spinge De Rossi a tornare in Italia e ripercorre la storia del suo primo matrimonio con Tamara Pisnoli, citando un articolo pubblicato da La Nación lo scorso luglio, all’arrivo di Daniele in Sudamerica, quando vennero raccontati “gli antichi legami della donna con i membri del crimine organizzato in Italia”.
Le tracce del futuro nelle sue parole del passato
2014
➣ A 31 anni che si pensa? «Che a 20 me ne sarei dovuto andare via dall’Italia, fare esperienza di vita e di calcio all’estero. Avrei giocato più Champions e forse più finali. Allargato i miei confini, e i miei confronti professionali. Ma io solo non ci sono mai stato, sono sempre andato a pranzo da mamma e papà, che abitano a tre minuti da me. Stavo nel brodo, molto coccolato, molto figlio. Difficile cambiare una cuccia comoda, più facile che te la aggiusti. Roma ti strega, da qui è quasi impossibile partire. I tifosi ti amano, ti seguono, se cadi, aspettano il tuo riscatto ».
➣ I giovani. Bastardi senza gloria? «Non c’è più questa differenza. Non è che quelli delle giovanili sono sognatori buoni, pieni di valori. Hanno già gli stessi difetti dei grandi, vogliono le stesse cose, anche se ancora devono arrivare. Non generalizzo, né idealizzo. Ma un baby calciatore guarda il campione, vuole essere al suo posto, parlare come lui, avere la stessa macchina. Non è un alternativo, solo un probabile sostituto … I primi a corromperli sono le loro famiglie che insistono perché facciano carriera. I genitori stressano e guastano, soprattutto quelli che vogliono realizzarsi tramite i figli. A forza di spingere, fanno inciampare. E resta che il calcio non è un ambiente bellissimo, ma inquinato come il resto».
➣ Quindi Gaia e Olivia, le sue figlie, se ne terranno lontano? «Vorrei qualcosa di meglio per loro, anzi di diverso. Spero abbiano modo di realizzarsi. Gaia ama la pallavolo, a me piacciono gli sport di squadra. Socializzi e crei rapporti. Se ho un rimpianto è quello di non aver viaggiato in posti lontani, America, India, Australia, quando ero un ragazzo meno impegnato». | Intervista di Emanuela Audisio, la Repubblica, 6 giugno 2014
2017
➣ Hai parlato di ultima fase della carriera… «Arrivi a un certo punto e pensi a quando smetterai. Ci sono quelli che vogliono smettere presto, quelli che vogliono smettere a 40 anni: io penso di voler fare una via di mezzo. Voglio chiudere con grandissima dignità. Se dovessi vedere che non c’è più una condizione accettabile e che non sto più al ritmo dei miei compagni smetto, ma non come autoflagellazione, autopunizione, semplicemente come una presa d’atto delle cose».
➣ E che cos’è Trigoria? «È un luogo per cui provo un affetto incredibile. Pensare che un giorno non sarà più la mia quotidianità mi fa male. Magari lo sarà in altre vesti, non lo so, però se penso che potrei non vedere tutti i giorni che ne so, Roberto Porreca, il magazziniere che vedo da quando ero nel settore giovanile, o i ragazzi del bar che mi hanno fatto la colazione più volte loro che mia nonna, mia mamma, mia moglie messe insieme. Ecco, se penso a queste cose mi viene il magone. È il posto che ho frequentato di più nella mia vita. Un’estate sono andato a liberare l’armadietto perché pensavo di andare via. Su quel viale, tra via Trigoria e via Laurentina, i pianti si sprecavano, nonostante non andassi né in guerra né a fare una cosa che non mi piaceva».
➣ Si è letto: “De Rossi vuole chiudere la carriera al Boca”. Perché? «Non ho mai detto che vorrei chiudere la mia carriera al Boca, ho detto che avrei desiderato giocare al Boca Junior. Magari anche a vent’anni, o a trenta o a trentacinque. È uno dei miei desideri, lo è sempre stato. Mi piacerebbe essere in campo in un Boca-River alla Bombonera. È una cosa che potrebbe mancarmi, tanto quanto mi potrebbe mancare giocare una finale di Champions o un Real-Barcellona. E forse le ultime due, se avessi fatto scelte diverse, le avrei potute giocare. Ma il Boca è un’altra cosa: lo stadio mi leva la vita, quando lo vedo. È il più bello del mondo. Mi sono appassionato alla Bombonera quando ero piccolo: guardavo i video dei gol, delle esultanze. Incredibile. E poi Maradona. … Ma a chi importa davvero, nel profondo, quello che dico io? Una volta chiesero ad Agostino Di Bartolomei perché non amasse parlare. Lui rispose: “Perché c’è il rischio che non interessi quello che dico”. Esprimere un’opinione su questo fatto o su un altro non è un diritto assoluto, anche se tutti pensano di sì, si sentono legittimati a parlare di qualunque cosa. È la deriva social che dilaga ovunque. E attenzione: il problema non sono i social, ma gli esseri umani. Un mio amico ha scritto una cosa sul rapporto tra Facebook e il calcio: “Una volta il lunedì mattina uscivi, andavi al bar e sapevi che tra dieci che parlavano di calcio c’erano due scemi del quartiere. Tutti sapevano che erano scemi, ma li lasciavano parlare. Il problema di Facebook è che adesso conosci anche gli scemi di tutti gli altri quartieri, di tutte le città, di tutto il mondo. Con un problema in più: che una volta espressa e scritta un’opinione, nessuno è più disposto a cambiarla neanche di fronte a un errore. E questo, applicato al calcio, significa che non tifi più tanto per la tua squadra, quanto per le tue opinioni, tifi per le tue ragioni, tifi per i giocatori che ti stanno simpatici. Ed è tutto legato all’esaltazione di se stessi».
➣ Mai pensato a un futuro da allenatore? «Potrei farlo. Vedo tanti giocatori dire: io l’allenatore mai, quando smetto sto in vacanza una vita. Poi, dopo sei mesi, farebbero qualunque cosa per allenare anche in Serie C. Io, invece, non lo escludo. Sono fortunato. Ho avuto due tra i dieci allenatori migliori del mondo: Spalletti e Conte. Il terzo è Luis Enrique. Con un altro, Guardiola, ho giocato, e se dovessi prendere una panchina chiederei di andare a guardarlo per imparare. Sì, l’allenatore potrebbe essere una cosa che mi piacerebbe fare. Non subito, ma con i tempi giusti mi potrebbe interessare». | Giuseppe De Bellis, Rivista Undici, 6 giugno 2017