La morte di OJ Simpson, l’uomo che batté magistratura e giornalismo

OJ Simpson è stato assolto e condannato molte volte, dalla voce dei giudici e dalla voce del popolo, solo che quasi mai i verdetti sono stati uguali. È stato uno dei più grandi running back nella storia della NFL e negli anni Novanta del Novecento poteva ancora bastare per stare al mondo con una patente di credibilità senza la data di scadenza. È stato una storia americana sensazionale almeno quanto il suo percorso in campo. È stato un uomo che dopo il football ha eclissato una delle più grandi carriere di tutti i tempi secondo le parole di Cindy Boren sul Washington Post. È stato sia il simbolo della violenza domestica sia quello della divisione razziale, dopo essere stato giudicato non colpevole dell’omicidio della sua ex moglie Nicole Brown e del suo amico Ronald Goldman, in un processo che ha ipnotizzato la nazione e ha avuto ripercussioni legali e culturali per anni [Rick Maese, Glenn Frankel, Matt Schudel su Washington Post]

Tre anni dopo quel processo penale, ne affrontò un altro civile che lo ritenne responsabile delle due morti, una decisione così attesa dalla nazione che fu trasmessa in diretta a reti unificate e a schermi divisi, mentre il presidente Bill Clinton stava iniziando il suo discorso sullo stato dell’Unione. A Simpson fu ordinato di pagare 33 milioni e mezzo di dollari di danni alle famiglie delle vittime, quelle famiglie che alla notizia della sua morte per cancro adesso dicono che la speranza di arrivare a una piena responsabilità svanisce.

 

  La timeline della sua vita ricostruita dal New York Times

 

Il caso giudiziario fu un grande romanzone popolare per l’America. A quel tempo Vittorio Zucconi su Repubblica spiegò: 

A grande maggioranza nera (9 giurati su 12) la giuria popolare del Tribunale di Los Angeles aveva assolto in sole due ore di camera di consiglio l’ ex campionissimo di football dall’ accusa di avere ucciso, sgozzandoli, la moglie divorziata, la bella, e bianca e bionda, Nicole Brown, e il suo ultimo amico, il cameriere Ron Goldman, ebreo, nel giugno del 1994. L’America nera aveva esultato, in un urlo corale di vendetta, di liberazione, di sfottimento contro I’America bianca che aveva digrignato i denti e agitato i pugni. Ma il caso criminale è chiuso per sempre: secondo la legge americana, nessuno, in nessuna circostanza, neppure se lui stesso confessasse il delitto più tardi, può essere processato due volte per lo stesso delitto. La pubblica accusa non può mai fare appello contro un’ assoluzione, soltanto la difesa può ricorrere. La sola strada aperta davanti alla rabbia dei bianchi e delle famiglie delle vittime è dunque la causa civile, la querela per danni. È rarissimo che una causa civile venga intentata contro un imputato che è stato assolto in sede penale, ma questa volta è stato fatto. I genitori delle due vittime, a nome e per conto dell’ America Bianca, vogliono la morte civile di O.J.Otello

 

L’uomo che batté la magistratura, riuscì a sconfiggere pure il giornalismo, come dice Richard Hoffer su Sports Illustrated

OJ Simpson – ha scritto – era la prova che non conosciamo mai davvero le celebrità, e ormai sempre più spesso non conosciamo nulla – anche se i titoli sono comunque pieni di Ecco il piano segreto di questo o quello. 

In una riflessione molto interessante tra le tante che in America si fanno intorno a OJ Simpson, Sports Illustrated dice che  oggi è difficile comprendere il periodo trascorso sotto i riflettori dall’ex stella del football, l’ex attore, in particolare il periodo della sua assoluzione in un raccapricciante caso di duplice omicidio negli anni ’90 e la precipitosa caduta in disgrazia che ne seguì. Non conoscevamo Simpson. Era mite e simpatico in un modo perfetto.  Sfruttava  il suo successo sportivo in qualsiasi attività pubblica. Il suo sorriso semplice e non minaccioso faceva parte della nostra cultura delle celebrità. 

Fu subito assolto, almeno dal pubblico, per familiarità. Le prove forensi e il suo comportamento iniziarono a suggerire il contrario. Sebbene non fosse un’indagine in grado di produrre una verità ineccepibile (gli investigatori principali furono soprannominati Scemo e più Scemo), presto apparve oltre ogni ragionevole dubbio che Simpson era davvero l’assassino.

Non lo aiutò il lungo inseguimento sull’autostrada 405 in diretta tv: era diretto in Messico, forse si sarebbe ucciso. Di certo si è perso successivamente in una nebbia di accuse di reati minori, diffamazione, cause civili. Ma quando è arrivato il caso di Las Vegas – arresto per rapina a mano armata e sequestro di persona, 33 anni di carcere ridotti a una libertà condizionata – per quello che pareva una sorta di punizione civica – scrive ancora Sports Illustrated – non attirò quasi nessuna attenzione: qualche telecamera, qualche copertura scandalistica, quasi nient’altro. I media mainstream, che si erano comportati quasi con indignazione dopo aver deriso le nostre certezze sul suo ruolo nel primo processo, lo trovarono ormai troppo sgamato per meritare il nostro interesse, senza nessuna capacità di sorprendere. C’è voluto del tempo, ma dopo tutto lo avevamo conosciuto. Eppure, aggiunge, nessuna inchiesta giornalistica c’è mai più stata sulla morte di Nicole Brown.

IL SILENZIO

Sam Farmer sul Los Angeles Times dice che un vasto segmento della società americana non crederà mai che fosse innocente e sottolinea come alla sua morte sia seguito il silenzio pubblico della NFL e della sua vecchia squadra. 

In verità, possiamo biasimarli? Se non fosse stato così avvolto nell’ignominia e nell’infamia, ci sarebbe stata un’ondata di dichiarazioni rispettose e di profonda simpatia. Lo sappiamo come vanno le cose. Niente di tutto ciò è accaduto, e questo la dice lunga su una persona passata dall’essere un beniamino nel mondo dello sport e dell’intrattenimento a paria radioattivo. Alla sua morte, c’è il silenzio a raccontare la sua storia.

Sarà anche silenzio, ma Bryan Curtis su The Ringer scrive che OJ ha vissuto ed è morto nell’infamia, mai fuori dai riflettori. Il suo processo ha cambiato per sempre i media portandoli nell’età contemporanea. Non ho mai visto OJ Simpson giocare a football – scrive – ma gli ho visto fare tutto il resto. Era impossibile sfrattarlo dai nostri giornali, dalle nostre TV, dai nostri feed dei social media. È difficile pensare a una persona più presente, nel senso mediatico del termine, eccetto un ex e forse futuro presidente americano. In quegli anni era possibile sapere che OJ fosse famoso senza sapere esattamente per cosa fosse famoso. Nessun film o documentario può descrivere l’impatto che il processo a OJ ha avuto sui media americani. Il 3 ottobre 1995, la mia classe del liceo fu radunata in biblioteca per assistere alla pronuncia del verdetto in diretta. I nostri insegnanti non hanno dovuto spiegarci perché. Pensavano che il processo a OJ fosse un megaevento della storia americana, come lo sbarco sulla Luna, e gli studenti non dovevano mancare. La copertura di OJ è stata fra i padri dei podcast sul crime. L’ultimo suo tweet è arrivato a febbraio, nella domenica del Super Bowl. Era come se non volesse perdersi nemmeno una finestra di visibilità. Nel video incorporato, OJ diceva di tifare per i 49ers della sua città natale. Ha rassicurato sulle sue condizioni di salute i fan; spettatori? nemici? un gruppo non etichettabile di noi che seguiva ancora OJ per ragioni non del tutto spiegabili. Dio vi benedica, ha detto con un saluto e un sorriso. Fate attenzione“. 

 

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