Patrick Lefevere dice di sentirsi a fine corsa. Nel senso di fine carriera. Ha 69 anni e non si può passare tutta la vita a guardare le gambe degli altri che mandano avanti una bicicletta. È stato il suo mestiere, è il suo mestiere dal 1980, finché ventitré anni fa la squadra che guidava dall’ammiraglia ha deciso di comprarsela. La Soudal Quickstep, che poi fu sul punto di fondersi qualche mese fa con la Visma.
«La mia situazione è cambiata, è normale che alla mia età io non sia più al volante della macchina. Guardo la gara con i miei ospiti nelle tende VIP. È totalmente diverso, ma non direi che non ho più il controllo dei piloti o della strategia, i corridori li scelgo io, gli sponsor li cerco io, sto solo di meno al centro dell’azione».
Neppure tanto. Lefevere parla ogni volta che può. Ha una colonna da editorialista sul giornale fiammingo Het Niewusblad. Scatena un casino una volta sì e la volta appresso di più.
L’Équipe lo ha intervistato alla vigilia di un Giro delle Fiandre per lui anomalo, con poche o nessuna chance di vincerlo, dopo aver guidato campioni come Johan Museeuw e Tom Boonen. Oggi le sue stelle sono Julian Alaphilippe e Remco Evenepoel. Con il declino del primo ha un rapporto – come dire – controverso. Il secondo ha caratteristiche che mal si conciliano con i muri e le pietre delle Fiandre. Infatti non ci viene.
«Non credo che la squadra abbia cambiato DNA, solo che non abbiamo più gli stessi campioni. Se parlo da fiammingo, non sono contento. Se parlo da team manager, vedo che abbiamo già vinto 16 gare quest’anno [12 in realtà – fa notare L’Equipe]. Purtroppo oggi una vittoria dura 48 ore, ce ne dimentichiamo subito e andiamo avanti. A fine stagione, se anche Remco avrà avuto un ruolo importante nel Tour de France, verrò comunque criticato per non aver vinto una classica nelle Fiandre».
Lefevere dice che gli altri lo hanno copiato. «Luca Guercilena, il titolare della Lidl-Trek, è stato con noi per dieci anni, è quasi naturale che provi a ripetere ciò che ha funzionato nel mio team. Richard Plugge della Visma-Lease a Bike, parla di me come del suo mentore. Oggi posso solo accettare l’idea che l’allievo abbia superato il maestro. È la realtà, non posso spararmi perché loro oggi hanno più successo di me. Sono realista ma credo ancora nei miracoli. Mathieu van der Poel, Wout van Aert e Tadej Pogacar non sono nella mia squadra, quindi per me è complicato come lo è stato per gli altri quando io avevo Tom Boonen. Ma se Remco vince l’Amstel o la Liegi-Bastogne-Liegi, staranno tutti zitti. Wout non potevo prenderlo, era sotto contratto con il team Verandas Willems e non volevo rivivere la stessa esperienza fatta con Frank Vandenbroucke, quando lo ingaggiai nel 1994 dalla Lotto gestita da suo zio Jean-Luc. Successe una guerra legale, l’avevamo vinta, alla fine mi resi conto che tutta quella energia spesa ci era costata molto cara. Non avrei voluto rivivere una cosa del genere. Per quanto riguarda van der Poel, in quel momento voleva fare solo ciclocross e non potevo offrirgli una struttura. I fratelli Roodhooft alla Alpecin sono stati più intelligenti, sono cresciuti con lui e credo che resterà per tutta la carriera con loro. Io non do lezioni a nessuno, solo ai miei corridori perché sono io che li pago. So che il mio stile è inquietante anche se nessuno mi critica mai in faccia, si nascondono dietro uno pseudonimo sui social network. Anche i corridori con cui a volte mi sono lasciato in cattivi rapporti, perché non gli davo lo stipendio che volevano, oggi cadono tra le mie braccia quando li incontro. Non sono una persona così cattiva. Mi lamento quando si tratta di soldi, quando si tratta del budget della squadra. L’ho sempre gestito come se fossero soldi miei e odio sprecarli».
L’Équipe gli ha chiesto anche di Alaphilippe – che nel frattempo ha spiegato a RMC Sport di essere rimasto infastidito più per le affermazioni di Lefevere su sua moglie Marion che per sé. «Non apprezza essere coinvolta in commenti del genere, inutili e senza senso. Io me ne sono staccato. Non mi interessa».
Lefevere a L’Équipe dice sibillinamente: «Vorrei che la gente sapesse che anch’io sono scioccato di non poter dire quello che penso. E non solo di Julian. Forse un giorno aprirò davvero la bocca, e questa volta per sempre». Intanto l’UCI gli ha chiesto di scusarsi.
TRACCE
Certe sorprese che riserva il Fiandre
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In realtà al prossimo Fiandre Alaphilippe è presente. Lo corre per la quarta volta, ma oggi non sembra più il corridore delle due maglie iridate di fila, quello che nel 2020 poteva anche vincerla. L’Équipe parla di rapporto tortuoso fra il campione e questa corsa, “ha mancato l’occasione di vincerla nei suoi anni migliori”.
Eppure chi lo sa, chi può dirlo. Zitto zitto Julian si è piazzato nono alla Sanremo e per un po’ si è visto davanti anche alla Dawar doors Vlaanderen, il test che si fa sulle strade da Roeselare a Waregem.
Molte volte il Fiandre va come nessuno s’aspettava. Qualche giorno fa L’Équipe ha messo in fila alcuni epiloghi recenti e sorprendenti. La modifica del percorso nel 2012 ha piazzato nel finale Koppenberg, Old Kwaremont e Paterberg. Gli organizzatori pensavano di costruire un terreno più favorevole agli specialisti, paradossalmente se ne sono giovati gli incursori anomali, “una classica che si è aperta agli audaci” dice il giornale francese.
Negli ultimi 12 anni hanno vinto almeno cinque corridori inattesi, contro i due delle venti edizioni precedenti [Jacky Durand nel 1992, Gianni Bugno nel 1994]. Gli inattesi secondo L’Équipe sono stati Kasper Asgreen e Alexander Kristoff, il vallone Philippe Gilbert, l’italiano Alberto Bettiol e perfino Tadej Pogacar “che ha smentito la leggenda secondo la quale qui non trova posto un vincitore del Tour”. Prima di lui, solo due maglie gialle c’erano riuscite: Louison Bobet nel 1955, Eddy Merckx nel 1975. Quanto a Bettiol, L’Équipe lo definisce “il perfetto sconosciuto” capace di vincere nel 2019 la prima corsa della sua carriera alla prima partecipazione, età: 26 anni. “Nessuno scommettitore avrebbe osato mettere un soldo sul suo nome”. Era stato fino a quel momento un gregario di Peter Sagan alla Cannondale, non gli era mai venuto in mente di giocarsi in autonomia le proprie carte nelle classiche. Quell’anno invece si presentò a inizio stagione con tre chili in meno, lo vedemmo all’attacco sul Poggio alla Sanremo, si infilò nella fuga finale del GP di Harelbeke insieme a van Aert, van Avermaet e Stybar. Fece quarto e nessuno si allarmò. Molto male. Al Fiandre ogni tanto ci scappa l’imprevisto. Se stavolta fosse Alaphilippe, sarebbe bellissimo.