▻ Deve essere andata così. A Palazzo Chigi devono aver acceso la tv o un qualunque dispositivo su cui si guarda una partita di calcio, giovedì. Devono aver visto l’Inter che aspettava a metà campo un Bologna che non sarebbe mai arrivato. Devono aver sentito che la Lega calcio definiva illegittime le decisioni prese dalle diverse Asl d’Italia, enti della pubblica amministrazione italiana, dotate di autonomia organizzativa, gestionale, tecnica, patrimoniale e contabile, con funzioni di ispezione e vigilanza, attività di polizia amministrativa e – in caso di delega – polizia giudiziaria. Non proprio gli ultimi passanti, ecco. Devono aver sentito Beppe Marotta che dichiarava la necessità però di limitarne il potere, probabilmente convinto che una carta firmata da 20 presidenti di calcio valga quando un decreto legislativo. Devono aver visto che c’era pure una squadra, il Napoli, che aveva trovato il modo di far giocare tre calciatori messi in quarantena.
Con una prima punta di fastidio, a Palazzo Chigi devono allora aver preso una calcolatrice e devono aver scoperto che se l’Italia avesse la stessa percentuale di positivi registrata dentro quel mondo pieno di debiti che parlava, dava lezioni e insorgeva (un’ottantina di calciatori su cinquecento circa), ci troveremmo con nove milioni di persone contagiate. A Palazzo Chigi devono aver fatto caso dalle stesse immagini che dentro gli stadi c’è chi usa la mascherina per fasciarsi il mento, chi la usa come un braccialetto e chi non la porta affatto, dentro settori che dovrebbero essere limitati per capienza al 50 percento, ma dove il distanziamento tra gli occupanti è un evento dalle probabilità più basse di uno 0-0 tra una squadra di Zeman e una di Sarri.
Così, nel clima ancora natalizio dei meme su Una Poltrona per FFP2, dal centralino è partita una telefonata verso la federazione italiana giuoco calcio, nel giorno in cui il Paese contava altri 108.304 positivi e 223 vittime. Duecento ventitré. Un contatto diretto tra Mario Draghi e Gabriele Gravina – ovviamente disteso, senza tensioni – trapela, indovinate da dove. Un colloquio nel quale il governo ha chiesto al calcio di andare avanti per un po’ a porte chiuse, al massimo con cinquemila spettatori, decidendolo in autonomia, come gesto di responsabilità verso il Paese, e indovinate adesso come ha risposto il calcio.
Secondo Michele Bocci e Tommaso Ciriaco, su Repubblica, il governo varerà allora entro mercoledì prossimo la chiusura degli stadi al pubblico, se non ci penseranno i club. Sempre che la Lega calcio non approvi un altro documento per limitare il potere del governo, forse pure del Parlamento. Non si sa mai.
“Una settimana di attesa – spiega Repubblica – per capire come evolverà la curva del contagio. Per valutare la pressione sugli ospedali e comprendere quanto l’ondata di positivi colpirà i servizi essenziali, la vera emergenza di queste ore. Il governo predica cautela. E stanzierà nuovi ristori al turismo. Per il resto, prenderà tempo prima di tornare, eventualmente, ad agire. Nel frattempo, già lunedì Mario Draghi potrebbe incontrare la stampa. Per difendere la riapertura delle scuole e delle attività economiche, per rilanciare la necessità della vaccinazione obbligatoria appena stabilita per legge. Assieme alla cautela, pesano ovviamente anche numeri e prospettive. In questa fase, un solo dato sembra certo: il picco della Omicron sarà brusco. Rapida salita, rapida discesa. Potrebbe manifestarsi a metà gennaio”.
Mercoledì è anche il giorno della cabina di regia già fissata con il ministero della Salute e le Regioni. Un appuntamento che non ha sciolto il fronte di chi voleva presentare al Tar i ricorsi contro le Asl. Uno a Salerno è partito, altri lo faranno. Potrebbe slittare da domenica a lunedì qualche partita, oppure tutte, per attendere la fine delle quarantene disposte finora.
Quanto al protocollo che prevede si giochi con almeno 13 disponibili, il tempo è stato come sempre galantuomo. Un documento dal senso uguale a questo era in vigore un anno fa, bastavano le dita di una mano per contare chi si indignò e la metà delle dita per contare chi obiettò, dinanzi alla Reggiana sconfitta a tavolino perché non poté presentarsi a Salerno. La mattina della partita aveva 17 positivi. Quella era la sua colpa e dovette pagarla. Il vento è cambiato. Meno male.
«La telefonata di Draghi è stata improntata al massimo pragmatismo. Non c’è stato nessun aut aut né tantomeno il preannuncio dello stop a ogni attività agonistica. Al Presidente del Consiglio ho illustrato la situazione del nostro calcio, alla luce della quarta ondata del virus. Il capo del governo non ci ha chiesto di fermare i campionati né tantomeno di proclamare una chiusura dei tornei a tempo indeterminato. Come già accadde due anni fa, al tempo della prima e della seconda ondata, il Sistema Calcio ribadisce la ferma volontà di andare avanti, di superare i nuovi ostacoli che la recrudescenza del Covid sta frapponendo sulla sua strada. Esiste, evidentemente, il rischio che un ulteriore incremento dei contagi ci riporti agli stadi con le porte chiuse: è già avvenuto in Bundesliga, mentre in altri Paesi sono state adottate decisioni che hanno comunque imposto la riduzione del numero degli spettatori. Nessuno può prevedere con certezza l’evoluzione della situazione. Ciò che conta è mettere in sicurezza il nostro sport e, anche su questo punto, la condivisione con Draghi è stata totale» | Gabriele Gravina a colloquio con Xavier Jacobelli, Tuttosport
I commenti Che cosa si dice in giro | Gigi Garanzini su la Stampa scrive che “è un’entrata a gamba tesa quella di Mario Draghi. Ma la voglio vedere la Lega (Calcio) ad invocare il Var. Perché altro è far la voce grossa, facciamo la voce del padrone và, con le piccole società falcidiate dal Covid, con le Asl, con il Tar da preallertare per metterlo sulla lunghezza d’onda e magari ingolosirlo visto che da quelle parti proprio ostili alla popolarità non sono. Altro è provarci con il presidente del Consiglio e prossimamente, con buone probabilità, della Repubblica. Uno stadio vuoto è triste, ma un ospedale sempre più pieno è angoscia pura. Tra le tante categorie martoriate dal covid in questi 22 e passa mesi, quella dei gestori di società calcistiche non è tra le primissime ad aver meritato solidarietà”.
Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport, invece insorge: “Chiudere gli stadi al pubblico è un errore, fermare il calcio una follia. Se giustamente restano aperti negozi, centri commerciali, cinema e teatri, pur con le comprensibili restrizioni, non si capisce perché dovrebbe rimettere i lucchetti il calcio che, ricordiamolo, accoglie solo spettatori con il green pass rafforzato. Il calcio è anche impresa, dà lavoro a migliaia di persone, ha un impatto sul Pil non indifferente, è uno dei pochi momenti in cui il nostro Paese, per altro disgregato, si ritrova unito. Davvero ancora sopravvive un pregiudizio ideologico nei confronti di un’azienda fondamentale per il sistema Italia? Evidentemente sì, se ci troviamo di fronte all’ipotesi di fermare il campionato. Evidentemente sì, se per aiutare questa che è un’industria dello spettacolo sono stati concessi fondi di poche decine di milioni di euro a fronte del miliardo dato al cinema”.
Solo che il calcio era in perdita molto prima della pandemia, i cinema e i teatri sono rimasti chiusi anche alla fine dei lockdown. Erano ancora vietati tra gennaio e aprile 2021, quando gli stadi erano ben frequentati e il calcio chiedeva di aumentare la capienza per gli Europei. Attori come Paolo Rossi sono andati a recitare nei cortili dei palazzi, altri hanno dovuto inventarsi un lavoro diverso. Nel 2021 il cinema ha registrato un calo del 71% per gli incassi e del 73% sulle presenze rispetto alle medie del triennio 2017-2019.
Umberto Zapelloni sul Foglio sportivo infatti dice: “Il calcio quando ha bisogno di finanziamenti racconta di essere una delle prime aziende del paese: poteva e doveva pensarci prima. Doveva alzare le difese in tempo invece di continuare con la commedia dell’assurdo di squadre in campo ad aspettare avversarie che non sarebbero mai arrivate e il giudice pronto a comminare un 3-0 a tavolino destinato a durare quanto una palla di neve sotto il sole (anche se forse questa volta la palla non si scioglierà del tutto mormora qualcuno). Sarebbe bastato sedersi di fronte a uno specchio e porsi qualche domanda. Magari partendo dalla più banale di tutte: come potremmo combattere l’avanzata inesorabile del virus? Per rispondere non sarebbe stata necessaria una laurea alla Sorbona con master ad Harvard. Sarebbe bastato limitare gli spostamenti dei calciatori durante le vacanze. Sono professionisti, strapagati. Se in un momento in cui tutti stanno facendo delle rinunce si fosse chiesto a loro di rinunciare a viaggi, vacanze, feste e festine, anche l’associazione calciatori avrebbe avuto delle difficoltà ad opporsi. Ci sono sport che chiudendosi in una bolla hanno concluso le loro stagioni. Società che hanno chiesto ai loro tesserati di limitare i contatti. Soprattutto si poteva mettere la Serie A al riparo prima del diluvio”.
Con un commento di tenore politico e dagli abituali risvolti etnici, Riccardo Signori sul Giornale scrive: “Ci mancava pure Draghi. Così lo stato (anche con la maiuscola) confusionale è completo. Ora sentir dire dall’effervescente Vincenzo De Luca, governatore della Campania, che gli stadi vanno chiusi o dal sindaco di Salerno che bisogna fermare la serie A, fa parte del folklore del nostro pallone. Sentirlo dal premier, seppur in discorso informale, provoca lo stordimento. Non è fermando il calcio che si blocca il virus, semmai gli va chiesto di regolamentarsi meglio, essere più ligio alle regole, di costringere i calciatori a vaccinarsi: ti vaccini giochi, non ti vaccini stai a casa. A proposito, la Campania è una delle regioni con minor percentuale del ciclo vaccinale completato: sarà un caso se i suoi club di A sono così devastati?”.
Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, stamattina con il suo commento, individua una strada – dice – per una serie A più regolare: “Dopo una lunga e attenta riflessione posso dire di avere finalmente individuato la soluzione all’assenza di date per i recuperi di una serie A frammentata dal virus e da troppe sottovalutazioni e negligenze. È l’inevitabile rinuncia alla Nations League. Credo che sia giunto il momento di ribellarsi alla “uefifacrazia” anche per ritrovare un calcio “fisicamente” sostenibile, umano e più spettacolare: la compressione del calendario e molti altri aspetti di natura gestionale hanno superato i limiti della decenza proprio per l’urgenza di fare soldi avvertita dalle massime istituzioni mondiali e europee, una vocazione poco etica per tutti tranne per loro. Sono convinto che se l’Italia facesse il primo passo, altre nazioni che stanno affrontando le stesse difficoltà la seguirebbero volentieri”.
Sarebbe bello strano. Dovrebbe cioè fare il primo passo Gabriele Gravina, lui che siede nel comitato esecutivo dell’Uefa. Se esiste una uefifacrazia, Gravina ne fa parte. Ne fa talmente parte, da aver offerto nel febbraio 2021 a Ceferin l’ospitalità negli stadi italiani per le partite delle Coppe europee che altrimenti i club inglesi non avrebbero potuto affrontare in trasferta, in quei paesi cioè che prevedevano una quarantena all’ingresso per i cittadini britannici. Erano i giorni della cosiddetta variante inglese. Noi gli spalancammo frontiere e cancelli degli stadi, Real Sociedad e Manchester United giocarono a Torino, Benfica e Arsenal a Roma, senza alcun bisogno mai chiarito per la collettività. Due mesi dopo Gravina entrava nel board. “Il trionfo di Gravina” scrisse addirittura Fulvio Bianchi nella sua rubrica Spy Calcio su Repubblica.
titoli | Repubblica Palermo: “Intervista a Francesco Ghirelli: Una bolla di 15 giorni per poter ripartire in sicurezza”
Il Mattino: Intervista a Damiano Tommasi. «La serie A deve seguire il Paese però si decida già a gennaio»
«Il calcio italiano non può fermarsi, chiudere sarebbe una rovina. Per quest’anno si ipotizzava un rientro economico che in effetti avverrà, ma sarà limitato. Ecco perché dico che vanno trovate delle soluzioni senza arrivare ad una chiusura». | Fabrizio Corsi presidente dell’Empoli a la Stampa
pareri L’infinito Carraro
➣ Il calendario della serie A è sconvolto, l’intervento delle Asl condiziona lo svolgimento del campionato. Come mettere ordine? «Il calcio, come ogni altro sport, va aiutato. Si decida chi deve decidere. Dobbiamo dare dei principi, se è necessario studiare nuove regole lo si faccia. Si può partire dalla serie A, ma poi bisogna adottare le stesse regole per gli altri campionati e per tutti gli altri sport professionistici, avendo cura anche dello sport paralimpico. Con degli adattamenti, degli adeguamenti: gli stessi principi, i medesimi meccanismi devono soddisfare condizioni e numeri diversi. Se lo sport, per esempio il calcio, necessita di nuovi protocolli, si lavori in questa direzione». | Franco Carraro intervistato da Daniele Dallera, Corriere della sera
la classifica Inter 46, Milan 45, Napoli 40, Atalanta 38, Juventus 35, Lazio Roma e Fiorentina 32, Empoli 28, Verona e Bologna 27, Sassuolo e Torino 25, Udinese e Sampdoria 20, Venezia 17, Spezia 16, Cagliari 13, Genoa 12, Salernitana 8