Visto dalla Francia, il razzismo contro Mike Maignan è come un fiume in piena lasciato senza argini. È questa l’immagine del calcio italiano, nell’Italia dei saluti romani. L’immagine di un movimento che tre anni fa provò imbarazzo non per le discriminazioni, ma per la necessità sentita altrove di prendere posizione. Mentre i calciatori di Inghilterra adottavano il gesto di Colin Kaerpenick e di Black Lives Matter, la nostra Nazionale discuteva se fosse il caso o meno, in ginocchio sì, in ginocchio no, se famo du spaghi, forse in ginocchio solo se lo fanno gli altri, per non offenderli, ma poi vediamo, un balletto mortificante chiuso dalla grottesca dichiarazione di capitan Giorgio Chiellini, con la sua promessa di trovare presto un’altra occasione per fare qualcosa contro il nazismo [sic].
Nel frattempo le occasioni le trovano i razzisti. Maignan non è il primo giocatore preso di mira dagli insulti negli stadi e non sarà l’ultimo, se ne dice certo Valentin Pauluzzi stamattina su L’Équipe e francamente si fa fatica a dargli torto. Il problema è che la vittima di sabato a Udine – la città con la più alta qualità della vita secondo l’annuale classifica del Sole 24 Ore – coincide con la persona che ha fatto sentire per primo e a voce più alta le ragioni del vivere civile. Quella di Mike Maignan è peraltro una voce rara nel dopo-partita. È in Italia da due anni e mezzo, come fa notare il giornale francese, e non era mai stato chiamato a parlare in tv. È una delle prime volte che abbiamo sentito la sua voce, in un’occasione del tutto avvilente.
«Ciò che ha vissuto Mike Maignan è assolutamente inaccettabile» dice Didier Deschamps, il suo cittì, mentre il portiere parla di complicità diffusa, con mille ragioni. Da molti anni le sanzioni verso razzismo e discriminazione territoriale sono applicate al ribasso, con parecchie attenuanti e molte sospensioni della pena. Una delle cause esimenti si manifesta quando la maggioranza dello stadio fa sentire la propria disapprovazione verso la minoranza razzista. Sabato non se ne è avuta la percezione. Lo stadio Friuli dispone di centinaia di telecamere per l’ordine pubblico. La visione delle immagini consentirà certamente di individuare i responsabili, come promette di fare la stessa Udinese, nel frattempo basterebbe che i famosi due-tre cretini – come piace a tutti credere e chiamarli – fossero davvero sopraffatti dalle voci degli uomini e delle donne di buona volontà. Maignan centra il punto quando sottolinea «gli spettatori che erano in tribuna, che hanno visto tutto, che hanno sentito tutto ma hanno scelto di tacere».
Le norme della federazione che prevedono l’interruzione temporanea e/o permanente della partita non sono quasi mai state applicate in modo rigoroso, in un rimpallo di responsabilità, maschere e ruoli che farebbe la felicità di Pirandello. L’arbitro che più di tutti si è esposto in questi anni sospetta addirittura che la sua decisione gli sia costata la dismissione dai quadri. Claudio Gavillucci fermò Sampdoria-Napoli per le offese a Kalidou Koulibaly. A maggio arbitrava in serie A, sette mesi dopo era sul campo di Vis Sezze-Samagor, campionato Giovanissimi della provincia di Latina. La sua uscita di scena è stata spiegata con codici, parametri e decimali. Il suo avvocato si è chiesto come mai la decisione di Marassi non abbia pesato in modo positivo sul giudizio degli osservatori. “Poteva diventare uno spot sul fair play, si è preferito dismettere tutto con una semplice raccomandata” scrisse Guido De Carolis sul Corriere della sera. L’applicazione delle norme da parte di Gavillucci venne raccontata come un atto di coraggio. Era la normalità. Forse davvero era il peggiore di tutti, forse davvero meritava di veder chiuso il suo percorso di arbitro, ma Gavillucci non ha smesso di sospettare di aver pagato per quella storia [Ha scritto anche un libro]. A questo eravamo, a questo siamo.
L’Equipe dice stamattina che Maignan potrebbe spingere il calcio italiano a reagire contro il razzismo. Speriamo. Ma il calcio italiano poteva arrivarci cinque anni fa, aveva una grande occasione, senza isolare un arbitro che fece una cosa normale. Una cosa normale e civile.