La prima corsa dell’anno su strada l’ha vinta una pistard. Ally Wollaston faceva parte nel 2020 della nazionale neozelandese campione del mondo nell’inseguimento a squadre. L’anno prima aveva messo la maglia iridata della gara individuale fra le jr. Ha iniziato a pedalare perché è una passione di famiglia, andava in bici papà Brent, andava in bici mamma Gill, va in bici la sua sorella maggiore Nina. Nel quartetto mondiale del 2020 c’era anche lei. Non solo. Nina è stata pure alla guida di un tandem con la ciclista ipovedente e non udente Amanda Cameron ai paramondiali del 2022. Vinsero l’argento. Claudia, la sorella di mezzo, invece ha mollato. Ha provato il ciclismo per una settimana e ha deciso che non fa per lei. Se n’è andata a fare l’analista delle prestazioni di una squadra di atletica leggera.
Comunque. Ally sta studiando giurisprudenza all’Università di Waikato e non correva su strada dal 2020. Ha vinto allo sprint la prima tappa del Tour Down Under, un percorso ondulato di 93 chilometri tra Hahndorf e Campbelltown [seconda Georgia Baker australiana, terza Sofia Bertizzolo italiana].
Ally Wollaston Wins the Women’s Ziptrak Stage 1! 🥇
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— Santos Tour Down Under 🚴🚴♀️ (@tourdownunder) January 12, 2024
Non è speciale solo la storia della sua famiglia, ma pure quella della sua squadra, la AG Insurance-Soudal, gemella della Soudal-Quick-Step. L’ha raccontata Rouleur. Quest’anno la AG corre per la prima volta con la licenza WorldTour, la serie A del ciclismo. Fin dalla sua nascita ha scelto una via diversa per il suo sviluppo, un approccio da qualche parte considerato radicale, integralista, per l’assenza di stelle e ingaggi supersonici. C’è una struttura giovanile che invece fa crescere le ragazze promettenti in gruppo.
“Non è un metodo che ottiene risultati immediati – considera Rouleur – almeno non nel senso più elementare dei punti UCI per il ranking o dei numeri impressionanti che girano su ProCyclingStats, ma si tratta di un progetto a lungo termine”.
La squadra è stata fondata quattro anni fa da moglie e marito. Lei è Natascha Knaven, lui è Servais, quel Servais, il vincitore della Roubaix 2001, l’ultima corsa da Franco Ballerini. Repubblica lo defintì quel giorno “un carneade che grazie al gioco di squadra è approdato al traguardo della vita”. La squadra era la colossale Mapei di Johan Museeuw – che protesse le spalle a quella fuga fuori copione. Natascha Knaven dice che bisogna aiutare il ciclismo femminile dal basso. La vittoria di Wollaston al Tour Down Under sarà d’aiuto.
«È facile ingaggiare i nomi che tutti conoscono, a noi piace dare la possibilità a ragazze che vengono da paesi diversi, affinché il ciclismo femminile sia sostenibile per chi investe nel futuro». Knaven lo conosce il rischio. Se Ally Wollaston vince, e rivince, e rivince, arriverà qualcuno a offrirle più soldi. Come con Charlotte Kool. «Sappiamo che non possiamo trattenerle tutte – dice – la cosa importante è dare loro modo di crescere», forse pensando che non avrebbe avuto la sua occasione quella domenica a Roubaix, se Museeuw non l’avesse lasciato andare.
Il Tour Down Under degli uomini apre la stagione su strada la prossima settimana. Questo delle donne dura tre giorni. La tappa regina arriva domenica, 93 chilometri fino a Willunga Hill. Come sarebbe che cos’è Willunga? Una salita di 3 km che per l’Australia è iconica [oh yeah, si dice così]. È diventata famosa perché su quel pendio, nella versione maschile della corsa, Richie Porte ha vinto sette volte. Le donne lassù non sono mai salite. Sono previsti 36 gradi.