La morte di Bob Brett

  Ci sono stati anni nei quali dinanzi a un talento limpido ma sregolato, chiaro eppure bizzarro, ci si guardava e ci si diceva: gli ci vorrebbe Bob Brett. È morto uno dei più grandi coach della storia del tennis. Fitzgerald lo saluta come un grande australiano ma soprattutto un uomo che apparteneva al mondo. Una persona che lascia una grande eredità, aggiunge Paul McNamee. Ha preso puledri e li ha fatti diventare grandi. Ha guidato Goran Ivanisevic a due finali in Wimbledon e Boris Becker, Johan Kriek e Marin Cilic. Si era formato nella Grande Melbourne tennistica degli anni ‘50 e ‘60. «Per essere un bravo coach – diceva – devi avere passione per l’insegnamento e per le piccole chiacchiere quotidiane a fine giornata con i tuoi giocatori». Chris Evert ha ricordato su Twitter la disciplina e l’impegno con cui ha lavorato per un anno insieme a lui. «Aveva un sesto senso», gli ha reso omaggio Nick Bollettieri

Se ne è andata una brava persona, un grande tecnico, un appassionato di tennis come pochi. E anche un amico ha scritto Stefano Semeraro su il Tennis Italiano, nel ricordare come Bob Brett avesse tenuto per anni una rubrica sulla rivista Matchpoint

Brett aveva anche una Academy a Sanremo e aveva imparato a parlare italiano. 

Bob – scrive Semeraro – è stato l’anello di congiunzione fra il grande tennis australiano degli anni 50 e 60 e il Tour moderno. Dal suo maestro Harry Hopman – che citava sempre – ha imparato tanto, ma la sua grande capacità è stata quella di adattare la saggezza di ‘Hop’ ai nostri tempi. Come tanti della sua generazione aveva iniziato facendo il raccattapalle per campioni del calibro di Arthur Ashe, Cliff Richey, Clark Graebner e Jim McManus, transitando poi per una carriera da giocatore abbastanza breve prima di lanciarsi nel tour come allenatore e coach, a fianco di Hopman, iniziando a lavorare a fianco di Vitas Gerulaitis, Mary Carillo, Peter Fleming.

L’elenco è lungo e comprende Andrei Medvedev, Nicolas Kiefer, Mario Ancic. Ha aiutato Patrick Mouratoglou a emergere. Aveva – scrive Semeraro – una concezione maieutica del tennis, che puntava a valorizzare ogni atleta per le sue caratteristiche più che a imporre dall’alto un metodo. C’è un maestro in meno nel tennis da oggi. 

 

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