Gregg Popovich ha deciso per ora di mettersi in un angolo a guardare. Ha rinviato la pensione per aggiungere alla sua carriera un’esperienza, avere tra le mani Victor Wembanyama e giocarci come fanno i bambini all’asilo con la plastilina. Ma prima di modellarlo lo sta studiando. Vuol capire da solo che piega prende, dove va, cosa fa, come si muove, vuole vedere la natura prima di dargli una cultura. “Il giovane prodigio sa già fare tutto e Gregg Popovich ha deciso di lasciargli massima libertà” ha spiegato L’Équipe in una di quelle sue belle analisi tecniche allo scanner. Decryptage le chiamano.
La Francia segue con grande curiosità questa fase iniziale dell’avventura di Wembanyama in America. Popovich pare averne finanche di più. “Ventidue anni dopo aver accolto Tony Parker con la severità di un maestro di scuola della Terza Repubblica, stavolta ha scelto un altro metodo”. D’altra parte i tempi sono cambiati, i profili tecnici sono differenti, le aspettative pure. «Non voglio allenarlo troppo» ha detto Pop a metà novembre. «Con lo staff ci siamo ripromessi di osservarlo per un po’ per vedere dove si sente più a suo agio, cosa sa fare meglio, cosa fa a seconda della sua posizione in campo».
Le cose con Wembanyama vanno secondo uno schema che certe squadre di calcio ogni tanto confessano. Ci scherzò una volta Careca a Napoli. «È facile. Passiamo la palla a Maradona e corriamo ad abbracciarlo». Nel basket non ci si abbraccia ma il progetto di gioco degli Spurs prevede di far arrivare al più presto la palla al suo unicorno. Alcuni a San Antonio toccano la palla più di Wembanyama, ma perché conducono il gioco [Jeremy Sochan è il titolare, Jones lo sostituisce] o perché giocano più minuti [Keldon Johnson].
Wembanyama è invece il giocatore con il più alto Usage Rate. Non fate quella faccia. Le statistiche non sono solo numeri per nerd. Spiegano delle cose. Lo Usage Rate è la percentuale di azioni che un giocatore fa sue, o in maniera virtuosa con un tiro preso o addirittura riuscito, o con uno sgiorbio, tipo una palla persa. Lo Usage Rate di Wembanyama supera quello di Tim Duncan durante la sua stagione da rookie, eppure Duncan giocava di più. Lunedì contro i Denver Nuggets di Nikola Jokic, la prima azione offensiva di San Antonio che non sia passata da San Antonio è arrivata al minuto 4 sul 7-7. Le precedenti sette hanno avuto lui come finalizzatore.
L’attenzione su di lui – spiega allora L’Équipe – è tale che i passaggi per raggiungerlo devono diventare sempre più raffinati. Qualche volta raffinati significa complicati. Viaggiano in aria. Verso i suoi 2 metri e 20 e passa d’altezza, ma “non sempre vengono padroneggiati, per mancanza di abitudine” spiega il giornale francese.
Il posto preferito di Wembanyama è sull’esterno, a 45 gradi di fronte al canestro. Popovich lo utilizza principalmente come ala grande in attacco [per il 78% delle volte] anche se nelle ultimissime uscite è stato meno riluttante a usarlo come pivot a centro area, sempre che si dica ancora pivot da qualche parte sulla faccia della terra. Wembanyama tira da tre punti [il 32% dei suoi tiri] e da due [68%], conclude con l’arresto-e-tiro per il 33% delle volte o dopo qualche dribbling [25%], oppure attaccando il ferro [37%].
Eppure sta arrivando Chet
Tutto questo ben-di-dio non ha ancora trasformato la zucca degli Spurs in una carrozza che possa portarli ai play-off. Nella notte tra giovedì e venerdì hanno perso contro gli Atlanta Hawks [137-135] la tredicesima partita consecutiva. Non è ancora uno scenufregio universale perché l’anno scorso la squadra è arrivata fino a sedici. Wembanyama ha chiuso il suo show con 21 punti, 12 rimbalzi e 4 stoppate, ma presto qualcuno andrà a chiedergli ragione dei motivi per cui i suoi show non cambiano la classifica. Lo sapete come sono fatti i giornalisti.
Da qualche parte è già in discussione che possa vincere il titolo di rookie dell’anno. Non parliamo poi del titolo di re degli unicorni. Tutt’e due gli stanno lentamente scivolando dalle mani per finire tra quelle di Chet Holmgren, definito qualche tempo fa da Around the Game come l’unicorno dimentimenticato. Un grave infortunio in preparazione lo aveva costretto a stra fuori per tutto l’anno scorso, esordio in NBA rinviato, se non per una breve apparizione durante la Summer League 2022. Due metri e sedici, 88 chili, fu la seconda scelta [di Oklahoma] dietro Paolo Banchero. Luca Lanzarini su Around the Game spiega che Holmgren e Wembanyama sono “due giocatori incredibilmente agili per l’altezza, con quelle braccia e gambe pressocché infinite, che sembrano poter arrivare dappertutto. Un palleggio, delle ‘handles’ che sono poco comprensibili per i fisici di cui sono dotati, che certe ali o guardie invidierebbero. Un potenziale offensivo da far rabbrividire gli avversari, a cui è un bel grattacapo porre un limite onesto. Tuttavia quello che più conta, a mio avviso, sembra essere la testa di questi due ragazzi. L’amore per la pallacanestro li accomuna, il lavoro costante e la continua ricerca del miglioramento li proietta tra i professionisti”.
Francesco Gottardi sul Foglio dice che “i due fuoriclasse del futuro fanno intravedere statistiche analoghe. Che Holmgren fosse una promessa c’erano pochi dubbi. Che potesse ammutolire i palazzetti di mezza America dopo nemmeno due mesi e i guai fisici alle spalle, non l’avrebbero immaginato nemmeno a Oklahoma City. Ma il ragazzo ha anche testa. Si è preparato a lungo”.
Nel primo confronto fra loro, qualche notte fa, sono rimasti tutt’e due sotto la doppia cifra, timidi e forse tesi. Il prossimo arriverà nella notte tra il 24 e il 25 gennaio. Chet è il primo rookie nella storia di Oklahoma ad aver segnato più partite da almeno 30 punti nel primo mese della sua carriera. La web-rivista The Athletic ha scritto che “Holmgren sta beneficiando dell’anno trascorso in panchina a riabilitare l’infortunio al piede. Ha avuto tutto il tempo di farsi indottrinare e capire esattamente cosa i Thunder vogliono da lui. Wembanyama sta provando sulla sua pelle il processo di ricostruzione degli Spurs. Holmgren gioca con una franchigia – dice Sam Vecenie – che considero la migliore incubatrice di giovani talenti della NBA. I Thunder collocano i loro giocatori nei ruoli giusti e non li spremono eccessivamente, consentendo loro di acquisire esperienza e minuti. Aiuta anche il fatto che in generale Oklahoma scelga giocatori con un QI elevato e che non commettano molti errori”.
L’età dei giocatori che vanno in quintetto iniziale a Oklahoma è 21, 21, 22, 24, 25. Il più anziano è Shai Gilgeous-Alexander, che sta arrivando al culmine della maturità. Due dei più giovani, Jalen Williams e appunto Chet Holmgren non mettono insieme 100 partite di NBA d’esperienza, ma “il loro successo sta arrivando così velocemente – considera ancora The Athletic – che è facile dimenticare quanto siano ancora inesperti”.
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