Doveva succedere un anno fa. Cervinia e Zermatt si erano messe insieme per due discese libere maschili e altrettante femminili, un poco di sport e molto marketing. La prima prova di sci transfrontaliera, partenza in un paese a arrivo in altro. Fico, dicevano. Solo che la natura si mise di traverso, ogni tanto la natura lo fa. La pioggia non diventò neve. Pare che esista questo problema che il marketing ancora non sa risolvere. Fanno delle riunioni per condividere e allinearsi, ma niente. Una volta erano briefing, adesso sono call. Si vedono per definire il program. Dispongono il content per l’advertising, rivedono il concept, stabiliscono tempistiche per il brand strategy. Purtroppo ogni tanto ci scappa un case history come Cervinia. Cervina e Zermatt.
Rai News disse che “è d’obbligo porsi alcune domande inevitabilmente connesse alla piaga dei cambiamenti climatici e delle relative conseguenze, preoccupanti, talora devastanti. Sparare la neve non basta, il caldo eccessivo in quota sta fermando troppe gare. Pertanto ora ci si domanda perché si è partiti a ottobre. Ma l’interrogativo successivo è dietro l’angolo: lo sci potrà avere un futuro?”.
Neve Italia riferiva all’epoca di timori che si sarebbero allungati fino alle lontane Americhe e alla tappa di Killington, c’erano preoccupazioni pure nel Vermont. Maria Rosa Quario sulla rivista Sciare era invece preoccupata per gli investimenti fatti a Cervina. “Gli otto mesi di lavoro frenetico e tutti gli sforzi (anche e soprattutto economici) fatti con l’obiettivo di aprire la stagione della velocità con quattro discese fra Svizzera e Italia non andranno perduti. la garanzia che questo progetto potrà essere sviluppato e realizzato per diversi anni. Evolvendosi, cambiando data magari e, perché no, facendo tesoro dei consigli e delle critiche, piovute numerose per voce di alcuni grandi nomi del circuito”. Ecco.
Andrea Chiericato su Race Ski Magazine parlava di “un grande sforzo organizzativo e importanti investimenti finanziari (6.5 milioni circa il budget) che svaniscono nel nulla. Sciolti sotto un sole cocente anche a ottobre inoltrato, un meteo pazzo che ha impedito di preparare l’ultimo tratto della pista Gran Becca, diversa da tutte le altre, non per le caratteristiche tecniche, ma perché arriva in quota, attraversa due nazioni e rende l’organizzazione più complessa, vuoi per trasportare materiale, vuoi per le differenti normative tra Italia e Svizzera”.
L’organizzatore Franz Julen intervenne per rispondere a muso duro alle critiche: «Se qualche atleta si lamenta perché c’è un’ora di salita con gli impianti di risalita, bé allora deve cambiare sport. Chi ha un concetto nuovo, unico, che va fuori dal comfort riceve sempre critiche, se sono giustificate le prendiamo per migliorare, altrimenti no…».
Quanto alla sostenibilità disse: «Due terzi della gara sono su ghiacciaio, non conosco altre gare del genere in giro per il mondo. Rispettiamo l’ambiente, non usiamo acqua, la pista è realizzata in maggioranza con neve naturale… Se mettiamo poi a confronto quello che è stato fatto per Pechino…».
I puntini sospensivi sono l’equivalente di Peppino De Filippo con Totò. Quando gli dice: ho detto tutto. In realtà dice tutto, ma proprio tutto lo scrittore Paolo Cognetti stamattina su Repubblica, perché un anno dopo Cervina-Zermatt sta[nno] per mettere in piedi la tappa di Coppa del mondo di sci saltata un anno fa. Cognetti parla da ambientalista che si sente dare quotidianamente del terrorista e gioca su questa identità da militante clandestino.
“Hanno inventato – spiega – una nuova pista da sci che si chiama la Gran Becca. Sai che quello è il soprannome del Cervino perché te lo raccontava tuo papà da piccolo. La pista è transfrontaliera, ovvero parte nel comune di Zermatt (Svizzera) e arriva in quello di Valtournenche (Italia), che tanti conoscono con il nome di Cervinia. Dai 3.800 metri della cosiddetta Gobba di Rollin ai 2.800 dei cosiddetti Laghi di Cime Bianche (scusate la pignoleria, ma ci tengo sempre a ricordare che i nomi alla montagna li abbiamo dati noi, lei ne fa tranquillamente a meno).
Questo vanto dell’internazionalismo è bizzarro, per te che sei appena tornato da Cortina con il treno del Leoncavallo. Perché là si vergognavano di andare a Innsbruck a fare il bob — Cortina-Innsbruck, che umiliazione! — e qua invece vanno orgogliosi della pista Zermatt-Cervinia, la prima pista transfrontaliera di una gara di Coppa del Mondo di sci. Sono solo le ipocrisie della propaganda E tu ripensi a quella funivia Cervinia-Zermatt che ha inaugurato proprio l’anno scorso. Non tutti sanno di questa funivia: ora si può andare dall’Italia alla Svizzera a volo d’angelo, a 4.000 metri. Andata e ritorno costa 240 euro. Il presidente degli impianti di Zermatt ha detto: è perché vogliamo evitare il turismo di massa. Tradotto: a noi non interessano le famigliole che vengono su con il panino nello zaino, ci interessano gli arabi, i russi, gli inglesi, gli americani. Vogliamo lasciar fuori le famigliole e fare i soldi con i milionari. Se andate sul sito di Zermatt vedete la proposta che questi fanno: una settimana da Milano a Parigi, le città dello shopping, passando per Cervinia, il Monte Rosa e Zermatt. È il grand tour del terzo millennio, lusso e natura, diamanti e ghiacciaio.
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Il boicottaggio di Pinturault
Come dice Cognetti nel suo intervento, anche chi scia non tace. Alexis Pinturault, per esempio. Tre titoli mondiali vinti, 34 gare di Coppa e la Coppa generale del 2021. Ha deciso di boicottare. Se le condizioni sono queste, lui lassù non ci sale. «Questa competizione, soprattutto in questo periodo dell’anno, non ha alcun significato. Il test non è al passo con i tempi. Sta scioccando tutti. Il nostro sport è uno dei più colpiti dal riscaldamento globale e invece di cambiare il nostro sistema, invece di adattarci, stiamo facendo il contrario». Lo ha detto agli svizzeri di 20 Min – che sono andati a riprendere le immagini delle escavatrici al lavoro per la costruzione della pista. Zermatt confida in un ricavo pubblicitario di 93 milioni di franchi.
C’è poi un versante ufficiale con dei fascicoli aperti in procura. La commissione cantonale edilizia del Vallese, in Svizzera, ha dato via libera alle gare, al termine di accertamenti svolti in elicottero, dopo alcuni ricorsi di associazioni ambientaliste e di due deputate. Protestavano contro i lavori perché un’area della zona di partenza della gara maschile è più ampia, come raccontato dall’Ansa, e sconfina per diversi metri al di fuori del comprensorio sciistico. La commissione edilizia ha confermato il divieto di utilizzare la larghezza extra della pista, con l’eccezione delle reti di sicurezza, che «possono essere tollerate in via eccezionale» per la Coppa del mondo «in applicazione del principio di proporzionalità e vista la provvisorietà dell’evento». Durante le ricognizioni è emerso che la zona in cui sono intervenuti gli escavatori «si trova fuori dal comprensorio sciistico». È stato vietato l’uso di quest’area in territorio svizzero, destinata in origine a consentire l’accesso alla partenza delle donne, che è situata in Italia. La commissione del Vallese ha preso atto e ha stabilito che «non è auspicabile il ripristino dei luoghi, la neve e il ghiaccio devono essere lasciati allo stato naturale». La notizia: c’è in corso un procedimento penale che resta riservato. Sul versante italiano la procura di Aosta ha avviato un’indagine.
Il Post in questi giorni ha raccolto e dato conto di alcune posizioni espresse da esperti e stiudiosi. «Mi sembra che sia una porzione infima rispetto alla massa totale del ghiacciaio», ha detto il nivologo svizzero Robert Bolognesi, esperto di valanghe, al quotidiano vallese Le Nouvelliste. «L’impatto di questi lavori è praticamente neutro per il ghiacciaio, perché sono interventi molto localizzati», è il parere allo stesso giornale del glaciologo Matthias Huss, ricercatore del Politecnico di Zurigo: «Confrontati ai 20 milioni di metri cubi di ghiaccio che il Teodulo ha perso a causa del caldo – sono le sue parole – le poche centinaia scavate per questi lavori sono poca cosa».
Il ricercatore italiano Giovanni Baccolo, del Paul Scherrer Institut in Svizzera, sul suo blog Storie Minerali ha scritto che “raschiare la superficie di un singolo ghiacciaio con i buldozzer non ha un impatto tangibile sulla condizione dei ghiacciai alpini. Sebbene quei buldozzer all’opera a quasi 4000 metri non spostino di una virgola gli equilibri globali, essi sono un simbolo. La vicenda della pista scavata nei ghiacciai è emblematica di una sensibilità ambientale che in certi contesti fa molta fatica a radicarsi. Intervenire sui ghiacciai, sempre più compromessi a causa del cambiamento climatico, in modo così pesante, significa una cosa soltanto. Significa considerare i ghiacciai come un ennesimo elemento da spremere e plasmare per rispondere a specifici interessi economici”.
DALL’ARCHIVIO | Che cosa sta succedendo tra lo sport e la montagna
Si saliva in montagna per costruirsi una storia. I Padri raccontano che la prima volta sul Tourmalet, Octave Lapize abbia fatto scendere il cielo in terra, gridando agli organizzatori del Tour de France una frase alla Jean Gabin: Vous etes tous des assassins. Sulle strade senza asfalto del 21 luglio 1910, li avevano mandati da Luchon a Bayonne, passando per il Peyresourde, l’Aspin e poi lassù, la montagna delle maledizioni. Ma è in cima che il ciclismo scrive il suo romanzo. Gianni Mura una volta ha detto che il bestiario dei soprannomi è fatto soprattutto di aironi, aquile, falchi, stambecchi, camosci, condor. Hanno a che fare con l’altitudine.
Si saliva in montagna per ossigenarsi. Per primi i calciatori. Nella lingua dell’epoca, i giornali lo chiamavano romitaggio. La genesi del fenomeno non è chiara. Non esiste una tracciabilità sicura. Quel che sappiamo con buona approssimazione è che nel 1927, a metà del mese di settembre, il presidente della Lazio Maraini trasferì la squadra a Sora per una settimana e che cinque anni dopo, l’allenatore inglese Garbutt disponeva che il suo Napoli lasciasse la città, troppo calda in agosto, per andare ad allenarsi a Sant’Agata sui due Golfi, dormendo alla pensione Jaccarino. Più si procede, più si sale. Due estati più tardi il Milan è censito sul Benaco, l’Inter nel paesello di Asnigo. La Ternana di Viciani sperimentò l’altura al Terminillo e poi il pallone di luglio e agosto ha preso casa alle Dolomiti.
Si andava su per scoprire i propri limiti. Walter Bonatti ha detto che le montagne «hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi. Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna. La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo».