Quando Molly Huddle si preparava per andare a correre, faceva uno spuntino prima della gara, alcuni esercizi di stretching e si presentava sulla linea di partenza. È così che s’è qualificata due volte per le Olimpiadi e che ha battuto i primati americani di 5.000, 10.000, mezza maratona. All’età di 39 anni ora ha un bimbo di 18 mesi al seguito. «Non avrei mai immaginato di pensare all’allattamento al seno per così tanto tempo come faccio adesso» ha detto. È arrivata terza alla sua prima maratona di New York nel 2016 e sta la corre di nuovo in questa domenica.
Per il secondo anno consecutivo, l’organizzazione garantisce alle neomamme delle stazioni di allattamento lungo il percorso, dall’area di partenza a Staten Island fino all’area di arrivo a Central Park.
Il New York Times ha raccontato stamattina il processo di sensibilizzazione in corso per i diritti delle atlete madri. Molte campionesse da Giochi olimpici, tra cui Alysia Montaño, Kara Goucher e Allyson Felix hanno contribuito ad accendere l’attenzione su questo aspetto, facendo inserire clausole di gravidanza nei contratti con gli sponsor e ottenendo agevolazioni per le donne che tornano all’agonismo dopo il parto.
C’è una lunga storia di madri atlete che hanno dovuto cercarsi da sole una strada per tenere incollate le loro giornate. Il New York Times cita Wilma Rudolph, Paula Radcliffe, Tirunesh Dibaba. Montaño è la co-fondatorice di &Mother, un gruppo no-profit che ha collaborato con l’organizzazione della maratona di New York per le stazioni di allattamento. Tra le mamme maratonete a New York ci sono le keniane Hellen Obiri, Peres Jepchirchir e Brigid Kosgei.
Dice il giornale che la pianificazione di una famiglia è da tempo un argomento controverso per le donne, “il cui corpo è il loro business. Il picco degli anni di fertilità e il picco degli anni di agonismo si sovrappongono”. Dice Huddle che tenere il conto di entrambi gli aspetti è una fatica continua. Alcune donne si allenano anche durante la gravidanza, altre si prendono un periodo di pausa prolungato. Le esperienze divergono e non esiste una soluzione unica che vada bene per tutte, secondo la dottoressa Abigail Campbell, direttrice del Centro di medicina sportiva femminile della New York University Langone.
In effetti ha vinto una mamma, Hellen Obiri, kenyana, 2 ore e 27, non un tempone. Era stata quinta un anno fa da debuttante, insoddisfatta perché stremata nel finale. È originaria di Kisii, nella parte sudoccidentale del paese, quarta figlia in una famiglia di sei. All’età di 14 anni correva 200 e 400 metri, smise per studiare, tornò all’atletica per potersi arruolare nell’esercito. È sposata con Tom Nyaundi, ex corridore. Tania Blessing Macheche, la loro bimba, è nata nata nel maggio 2015 con taglio cesareo. Obiri riprese a correre sette mesi dopo. Emanuela Audisio su Repubblica racconta che anche le migliori tra le americane sono state due mamme: Kellyn Taylor, 37 anni, ottava e proprio Molly Huddle, 39, nona. “Taylor – scrive Audisio – ancora allatta al seno Keagan che ha 10 mesi, ha un’altra figlia, Kylyn, di 13 anni e in più con il marito ha adottato altri bimbi. Anche lei è tornata a correre presto dopo la maternità, Obiri sette mesi dopo il cesareo era già in pista. Mentre Huddle ha avuto problemi, una frattura da stress femorale a marzo, dopo aver partorito Josephine che ha un anno e mezzo“.
Tra gli uomini: primo Tamirat Tola, etiope, in 2 ore 4 minuti e 59 secondi. Un padre.