Non sono previste sanzioni sportive per gli incidenti di domenica sera, l’assalto con pietre e lattine di birra al pullman del Lione. È avvenuto lontano dallo stadio e per le norme della Ligue1 non può essere punito. Il Marsiglia attende di conoscere la data per rigiocare la partita, il Lione non vuole andare a Marsiglia, l’ex presidente Aulas dice che la prossima volta ci scappa il morto.
Non è tutto. Non ci sono solo le immagini del volto insanguinato di Fabio Grosso. La procura indaga nell’altra metà del campo, tra i lionesi, per provocazione all’odio razziale, per saluti nazisti e cori razzisti. Stamattina L’Équipe dedica un ampio approfondimento al tema, presentandolo come un problema storico per l’Olympique Lione, “una preoccupazione oggi condivisa dalla città”.
Da più di quarantotto ore i dirigenti del club stanno analizzano i filmati della tv e i video amatoriali disponibili sui social network per identificare le sei persone che nel parcheggio dello stadio sono state riprese in atti razzisti – due hanno fatto il saluto nazista, quattro il verso della scimmia – mentre gli altri agitavano i passaporti francesi in faccia agli avversari. “La piaga dell’identità” la chiama L’Équipe.
Qualcosa potrebbero aggiungere le immagini della videosorveglianza dello stadio che il Marsiglia sta per mettere a disposizione. Xavier Perrot, vicedirettore generale del Lione, dice: «Ho i nomi delle 600 persone venute in trasferta a Marsiglia, ma come possono riconoscere i sei che hanno commesso quelle azioni ignobili nel parcheggio? Come può aiutarci la giustizia? Sono atti inaccettabili. Facciamo il nostro lavoro con delle catene ai piedi».
Il Lione non riesce a sbarazzarsi dei suoi tifosi razzisti in trasferta, scrivono i giornali francesi. Il club è schiacciato tra i distinguo di cosa è moralmente condannabile [i passaporti sventolati] e cosa ha un rilievo penale [il saluto nazista e il razzismo]. Ha sporto denuncia contro ignoti. La commissione disciplinare della Ligue1 sta ingadando, una decisione è attesa il 22 novembre. Il punto è l’identificazione dei sei, di fronte a immagini sfocate o addirittura di uomini incappucciati. Il gruppo Lyon1950, la principale associazione di della Sud, ha emesso una nota di condanna per denunciare il comportamento dei razzisti. Il Lione ha firmato 106 divieti d’accesso allo stadio per altrettanti suoi tifosi un anno fa e sono già 55 dall’inizio di questa stagione, ma nessuno riguarda atti razzisti, secondo le informazioni a disposizione de L’Équipe. Il dato interessante che il giornale sottolinea è che tutta la città di Lione si trova ad affrontare lo stesso problema, anche se non ci sono rappresentanti della estrema destra in consiglio comunale. Ex membri della Jeunesse Identitaire o del Bastion Social, due organizzazioni che sono state dichiarate disciolte dai giudici, si sono infiltrati tra gli ultrò, dove si trovano anche i neifascisti della Mezza, nostalgici di Mussolini che hanno esposto il loro striscione nel parcheggio di Reims. In città ci sono state sparatorie e disordini, ma senza condanne, per gli stessi problemi di identificazione. Il numero degli arresti è molto basso.
Così arriva la testimonianza di un lionese, si chiama Mike Tanzey, domenica sera sui social network ha pubblicato un post per descrivere il clima di odio che vive regolarmente allo stadio, fra gente che tifa per la sua stessa squadra. «Questi ragazzi – dice – hanno creato un’atmosfera di paura».
Dice di aver parlato perché è stufo. «Ho visto messaggi in rete in cui tutti i tifosi del Lione venivano accomunati ai razzisti. Un mio amico ha twittato: – E pensare che anche i neri tifano per questo club. Allora sono esploso. Mi sento come tenuto in ostaggio. Sono congolese di origine, quando vado al museo e vedo il patentino di Eugène Kabongo sono orgoglioso. Mi dico che il club non è razzista, che sono dieci o cento persone a farci sembrare tali. Era stufo, volevo che la gente lo sapesse. Più scrivevo, più mi venivano in mente delle cose. In curva abbiamo ragazzi che rendono omaggio alla tomba di Benito Mussolini. È una cosa grave. Il razzismo è evidente in trasferta, oppure quando entro o esco dallo stadio. Si percepisce nei pensieri, nei commenti, negli sguardi. Ci sono pochissimi neri allo stadio, al confronto con altri club. Mi capita in tribuna di guardarmi attorno e di vederne un altro laggiù. Possiamo contarci. Mi ha colpito un viaggio a Praga. Eravamo in due nel parcheggio con la mia ragazza. Certi mi fissavano e mi gridavano: Umtiti, Umtiti! Non si fermavano, si sono messi a cantare, si divertivano. Per fortuna, dopo un po’, qualcuno si è alzato e ha gridato: – Basta! All’improvviso si sono fermati tutti. Non so chi sia stato a gridare ciò, ma non potrò mai ringraziarlo abbastanza. Eravamo in una posizione in cui non potevamo dire nulla, per paura che la situazione ci sfuggisse di mano. C’erano anche dei tifosi cechi con le teste rasate. Ricordo perfettamente la faccia di uno di loro. Sorrideva come se stesse dicendo: prova a fare qualsiasi cosa e vedrai. Dopo una partita contro il Lens, davanti a una brasserie, certi ragazzi ubriachi dei Bad Gones hanno litigato con i giornalisti. Sono andato a calmare gli animi e mi hanno detto: – Che fai qui? Vai a casa, non sei il benvenuto né a Lione né allo stadio, non ti vogliamo, non farti vedere più. Avevo appena fatto il tifo per la squadra in mezzo a loro».
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