Le due bandiere di Krystsina Tsimanouskaya, fuggita dalla Bielorussia per continuare a correre

  UN PAESE AL GIORNO

La Bielorussia

 

Accanto al nome di Krystsina Tsimanouskaya, due anni fa c’era una bandiera bielorussa. Doveva correre le batterie dei 200 metri ai Giochi di Tokyo. Scoprì di essere stata inserita nella staffetta 4×400 contro la sua volontà. Criticò funzionari e allenatori, emanazione dell’establishment e del governo. Produsse una reazione rimasta nella storia dell’Olimpiade. Il comitato olimpico mise Krystsina fuori squadra, Il CIO aprì un’indagine, fu chiaro prestissimo che ci sarebbero state conseguenze anche politiche. L’anno prima in Bielorussia sportive e sportivi erano andate in piazza contro Lukashenko, avevano fondato l’Unione libera degli atleti, un movimento per sensibilizzare il CIO sulle irregolarità presenti nel paese. La cestista Yelena Leuchanka era stata arrestata all’aeroporto di Minsk e condannata a quindici giorni di detenzione, per aver organizzato le proteste. Lukashenko dovette lasciare la guida del comitato olimpico. A suo figlio. Un caso prim’ancora che la Bielorussia uscisse dalla comunità sportiva per il sostegno all’invasione di Putin in Ucraina. 

Tsimanouskaya venne scortata in aeroporto dai funzionari del paese per un ritorno anticipato in patria. Lei nel frattempo aveva denunciato tutto alle autorità giapponesi. L’aereo per Minsk non decollò. Fu la sua fortuna. La Polonia le offrì un visto umanitario. Lo scrittore Paolo Di Paolo su Repubblica scrisse: Dove la politica rallenta e perde di vista i traguardi dei nuovi diritti, lo sport migliore, invece, accelera: intrepido, caparbio, orgoglioso, come è tenuto a essere.  Dove la politica si ferma, punta i piedi, e perde di vista perfino gli antichi diritti, lo sport migliore prova a non farsi ricattare”

Rosalba Castelletti, sempre su Repubblica, ne parlò con Vadim Krivosheev del Fondo bielorusso per la solidarietà sportiva (Bssf): «Se ti portano alle Olimpiadi, dicono, devi nuotare se ce n’è bisogno. Il gesto di Kristina è dipinto come un alto tradimento». 

Anna Zafesova su la Stampa disse che c’è chi la paragona a Rudolf Nureyev, chi a Martina Navratilova: ha resuscitato, suo malgrado, la tradizione delle star dello sport e dello spettacolo costrette a fuggire dalle dittature. Tra Minsk e Mosca, il ritorno al passato è ormai una politica e un’ideologia, e gli sportivi tornano a essere soldati arruolati in una guerra, e puniti per il «tradimento». Di solito, gli autoritarismi cercano di approfittare delle Olimpiadi per sfoggiare un volto più pacifico, ma nell’anniversario della rivolta contro la sua rielezione truccata Lukashenko sembra rendersi conto di non poter contare su un compromesso, né con l’opposizione, né con l’Europa, e di aver scelto quindi una tolleranza zero al dissenso, costi quel che costi.

Due anni dopo accanto al nome di Krystsina Tsimanouskaya c’è un’altra bandiera, bianca e rossa, i colori di quella Polonia che offrì rifugio. Ha corso la batteria dei 200 metri stamattina e s’è qualificata per la semifinale, 22.88, la penultima delle ripescate. 

«Sono estremamente felice ma sto provando strane emozioni perché tutto è successo così velocemente e all’improvviso», ha scritto nei giorni scorsi su Instagram.

Nick Ames del Guardian è volato a Varsavia per incontrarla e intervistarla. «Mi sento davvero, davvero bene con me stessa. Sono cambiata molto nella tecnica, nel corpo, nella vita, nel cibo, in molte cose. Voglio dimenticare quel che accadde, anche se è impossibile».

Si è fatta aiutare da uno psicologo, «ci abbiamo lavorato molto perché ho avuto attacchi di panico. Non mi era mai successo».  

Ha imparato la lingua. Ha preso la nuova cittadinanza nel giugno del 2022. Dice di essere certa che se fosse partita per Minsk quel giorno, la sua carriera adesso sarebbe finita. Ha tagliato ogni contatto, tranne con un allenatore, di cui preferisce non fare il nome. I suoi sono ancora in patria. «Volevo incontrarli in Turchia ma non è stato possibile, non sarebbero potuti partire per una vacanza con la certezza di tornare sani e salvi, solo perché sono i miei genitori. Parliamo per telefono o in videochiamata. Non ci vediamo da due anni e mezzo, non so quando sarà possibile riabbracciarli. Non ne capisco niente di politica. Vorrei che fosse separata dallo sport, ma non sono più sicura che sia possibile».  

 

CLIC

Le scarpe di Athing Mu

 

 

La notizia che l’America aspettava, la scena che temeva di non vedere. Athing Mu si è presentata in pista per le batterie degli 800 metri e ha vinto la sua. A Bobby Kersee, il suo allenatore, la settimana scorsa aveva detto che stava pensando di saltare i Mondiali. È arrivata in pista con delle scarpe chiodate Nike, blu e celesti, abbaglianti, personalizzate, così sgargianti da meritare un approfondimento pop sulla rivista online specializzata Let’s Run. Discussione. C’è chi dice che i diamanti la appesantiranno e perderà negli ultimi 100 metri per quella zavorra superflua, c’è chi risponde: se pensate che quelli siano diamanti, ne ho alcuni e vorrei venderveli. Mu ha tenuto a bada Natoya Goule-Toppin. Nia Akins ha fatto il miglior tempo della giornata, con 1:59.19. Nessun grande nome è stato eliminato. 

  venerdì ore 20.25: semifinali | domenica ore 20.45: finale

 

     LE STELLINE DELL’ATTESA

La sera della Norvegia

 

★★★★★  L’urlo di Warholm nei 400 ostacoli

Karsten Warholm ha messo in gioco il suo regno per un cavillo. Il ricorso italiano per vederlo squalificato [un ostacolo saltato lateralmente] e per avere Alessandro Sibilio ripescato è stato respinto. Ha l’occasione di tirare una riga sul settimo posto di Eugene di un anno fa, una delle sorprese più grosse dell’edizione. Veniva da un infortunio, non aveva recuperato in tempo. Rai Benjamin, il secondo più veloce del mondo sulla distanza, fece il supplente e prese l’oro. Alison Dos Santos fu di bronzo. Warholm ha recuperato la forma per tornare ai vertici? si domanda il sito di World Athletics stamattina. Secondo la rivista americana Track & Field l’oro finirà nel nord Europa.

  quando ore 21.50

 

★★★★☆  I 400 femminili

Una gara difficile da leggere, dice chi ne sa. Che possiamo dire allora noi. È una sfida grande quanto l’Ulisse di James Joyceazzarda addirittura la guida alla corsa di World Athletics. In sei finaliste hanno chiuso la semifinale con un tempo fra i 49.50 e i 50 secondi, guidate da Natalia Kaczmarek, Marileidy Paulino (49.54) e Sada Williams (49.58). La campionessa dell’edizione in Oregon, Shaunae Miller-Uibo, stavolta non c’è. Track & Field dice che tocca alla dominicana Paulino. 

  quando ore 21.35

 

★★★☆☆  I 1.500 maschili

Il campione del mondo in carica non c’è. La storia di Jake Wightman è indimenticabile. Attaccò a 200 metri dal traguardo, sorpassò in curva il favoritissimo Ingebrigtsen e tenne sul rettilineo finale. I 1.500 sono la gara che un europeo non vinceva dal 1983, anche allora con un britannico, Steve Cram, mai c’erano stati prima tre corridori ai primi tre posti nel feudo dell’Africa, 13 ori nelle altre 16 edizioni. Quando Jake tagliò il traguardo, lo schermo gigante dell’Hayward Field improvvisamente passò a inquadrare l’annunciatore dello stadio, un ex maratoneta, il signor Geoff. Non si perse d’animo: «Devo dirvi perché la telecamera adesso è puntata su di me. Questo è mio figlio. Lo alleno. Ed è il campione del mondo». 

In Jake Wightman non credeva nessuno. La British Athletics gli aveva prenotato già un volo di rientro a casa. Dovettero anticipare di 24 ore la premiazione, per evitare che non ci fosse il tizio della medaglia d’oro. Padre e figlio invece – raccontava il Guardian – ci hanno sempre creduto. Nel cuore dell’inverno hanno condotto un piano per rafforzare Wightman correndo più cross e più gare sui 3.000 metri, in modo da allenare la resistenza alla velocità e la forza nelle gambe, per utilizzare lo strappo finale intorno al minuto e 44 secondi, agli 800 metri. 

Al una domanda su suo padre, Jake sorrise: «A volte può essere un robot al microfono. Mia madre piangeva, qualcuno in famiglia almeno piangeva».

È improbabile che stasera spunti un’alternativa a Jakob Ingebrigtsen, quest’anno pare di nuovo imbattibile. È il favorito di Track & Field. Yared Nuguse, Narve Gilje Nordas e Josh Kerr possono giocarsi le medaglie alle sue spalle. 

  quando ore 21.15

 

★★☆☆☆  L’asta femminile

Gara aperta, apertissima, misteriosa quasi. Chiunque dovesse superare i 4,70 al primo tentativo, metterà un bel primo mattone verso il podio, forse verso lo scalino più alto. Track & Field dice che vince l’americana Katie Moon. 

  quando ore 19.30

 

★☆☆☆☆  Le batterie dei 5mila donne

Sono stati spostati. Erano in programma alle 11 sotto il sole. Ogni batteria promuove alla finale le prime otto. Ludovica Cavalli ha chiuso ieri sera i 1.500 con il primato personale [4:0.184] e fino all’ultimo si riserva la possibilità di rinunciare. Nadia Battocletti punta a passare il turno in una batteria dove sono presenti Sifan Hassan e Kipyegon.

  quando ore 19.02

 

CARNET Cos’altro vedere – ore 19: Lancio del martello femminile, qualificazioni [con Sara Fantini] – ore 19.10: Salto triplo femminile, qualificazioni [con Ottavia Cestonaro, Darya Derkach] – ore 19.53: 3000 siepi femminili, batterie – ore 20.45: 100 ostacoli, semifinali

 

LA GIORNATA

I Mondiali della via Pál 

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BUSÓJÁRÁS L’oro sui 100 ha chiuso le batterie dei 200 con il terzo crono, in 20.05. Più veloci di Noah Lyles sono stati stamattina Zharnel Hughes [19.99] e Kenneth Bednarek [20.01]. Un mezzo naufragio italiano con Filippo Tortu 22esimo tempo [20.46] e Fausto Desalu il 23esimo [20.49], se non altro con il primato stagionale. Sono fuori dalle semifinali. 

 

I piedi veloci di Noah Lyles

 ➣  Noah lei è l’unica pop star dell’atletica mondiale.

«Dice? Rockstar mi piace di più, ma accetto anche pop star! Lo chiamano Noah style, nel senso che come me non c’è nessuno».

 ➣  Di cosa è fatto il suo stile?

«Le unghie: me le fa un ragazzo di Clermont, in Florida, ha 16 anni, è un grande artista.

Per i capelli il coach mi aveva chiesto di essere aerodinamico però io voglio essere anche visibile! I dreadlocks con il caldo e il sudore si rovinano, allora ho scelto le treccine».

 ➣  A Eugene, re dei 200, si stracciò la maglia. Qui a Budapest una festa quasi sobria.

«Stracciare la maglia è figo ma non mi andava di riproporre qualcosa che avevo già fatto. Ho cercato di coinvolgere i tifosi e la mia famiglia. Ma già sto pensando a cosa farò l’anno prossimo ai Giochi di Parigi».

 ➣  Cosa pensa di un atleta che arriva al Mondiale senza gare nelle gambe: non è una scommessa eccessiva anche per un campione olimpico?

«È stato rischiosissimo, non impossibile. Anche se in allenamento fai tempi strabilianti, quando senti lo sparo cambia tutto. I 100 sono un lavoro di nervi e muscoli, uno choc brutale per il fisico. Vanno trattati con cautela».

 ➣  Negli States l’atletica rinconquista appeal grazie a lei? 

«Non lo ha mai perso, il problema negli Usa è capire dove danno le gare alla tv, su che canale, se in chiaro o pay per view. Quando la mia ragazza, che è giamaicana, mi racconta che a Kingston l’atletica la trasmettono sulla tv pubblica, divento pazzo! Perché non può succedere anche negli States? Io mi do da fare in pista, con i social, sono sempre molto accessibile per foto e autografi. Più che vincere, non so che inventarmi…» 

intervista di gaia piccardi, Corriere della sera

  domani ore 20.20: semifinali | venerdì ore 21.50: finale

 

 

  IL RICAMO MATTO

È tornata in pista pure Sha’Carri Richardson, oro nei 100, e ha messo subito le cose in chiaro: miglior tempo delle batterie in 22.16, dieci centesimi più veloci dell’altra americana Gabrielle Thomas e di Marie-Josée Ta Lou, l’ivoriana che quest’anno non aveva ancora corso in 22.26 e a Budapest sì. Le tre giamaicane sono tutte strette tra 22.44 e 22.51. Dalia Kaddari ha fatto il miglior crono dell’anno con 22.67 ed è stata ripescata.

 

  SCUSATE IL RITARDO

L’oro nei 100 di Sha’Carri 

| Emanuela Audisio, Repubblica: Le madri, le Highlander, la generazione Bolt, dietro. Avanti c’è lei: la pazza, tatuata, furibonda americana di Dallas che corre come mai in vita (10”65) nei cento più veloci della storia dei Mondiali. E negli ultimi trenta metri davvero favolosi. È il suo primo oro. Frequenze altissime, leggera, 1 metro e 55 di nervi e di rabbia. Una tempesta improvvisa, molto fitta, che si abbatte sul traguardo dalla nona corsia, quella più esterna, dove non si vede niente se non l’infinito. Ma lei fa in tempo a capire e ad alzare le braccia. L’aveva annunciato: «I’m not back, I’m better». Non sono tornata, sono migliore. Trovatene un’altra così assurda, che non nasconde i suoi temporali. Sha’Carri Richardson, 23 anni, ha pensato al suicido («Vedevo tutto buio»), ha accusato sui social la sua ex girlfriend, l’ostacolista giamaicana Taneek Brown, di aver abusato di lei, anche finanziariamente, e a gennaio è stata fatta sbarcare da un volo American Airlines perché non voleva spegnare il cellulare (comportamento sbagliato, ma idolo di mezza squadra italiana che da cinque giorni ai Mondiali aspetta da Lufthansa la consegna dei bagagli). È la favorita per i Giochi di Tokyo, ma non ci arriva perché si fa una canna poco prima (un mese) quando in una conferenza stampa un giornalista le chiede: che mi dici della morte di tua madre? Lei non lo sapeva, si sente violentata, deve calmarsi. Poteva deragliare Sha’, invece si è presa quello che nelle stagioni precedenti aveva solo sfiorato.

| Giulia Zonca, la Stampa: La bulla si prende l’oro dei 100 metri e gli Usa si ritrovano di nuovo la nazione più veloce del mondo. Sha’Carri Richardson celebra il successo come fosse una messa a braccia alte, in silenzio, con gli occhi chiusi e la testa che annuisce muovendo un dedalo di trecce percorse da nastri multicolori, unghie infinite con cui spesso si è pure graffiata da sola e infatti in finale se le toglie e lima via i centesimi che le servono per stare davanti alla giamaicana Jackson. Ci starebbe un gospel, per sancire la redenzione

  domani ore 19.45: semifinali | venerdì ore 21.40: finale

 

 

  LA PAPRIKA  L’anno maiuscolo di Faith Kipyegon

Faith Kipyegon ha vinto in 3:54.87 il terzo mondiale nei 1.500 con un giro finale che Jonathan Gault su Let’s Run definisce killer [56.63]. È giusto dire che non abbiamo mai visto una mezzofondista fare una cosa simile. Stasera abbiamo visto la più grande di tutti i tempi toccare il suo massimo splendore.

Una corsa di qualità.Per una medaglia è stato necessario correre in 3:56, il tempo con Sifan Hassan ha preso il bronzo. Anche lei è andata sotto i 57.00 nel giro finale. Ciara Mageean è arrivata a un passo dal diventare la prima irlandese in 28 anni a vincere una medaglia ai Mondiali. Ha fatto il record nazionale [3:56.61], ma è stata quarta. 

Con i primati mondiali prima dell’oro a Budapest, la stagione di Faith Kipyegon è diventata la più grande di sempre per una donna, dice Let’s Run. Non è finita. Ci sono i 5mila. 

Una sola etipe fra le prime otto, nonostante avessero quattro dei primi cinque tempi della classifica mondiale annuale.

 

  SALTO IN LUNGO 

Wayne PinnocK, giamaicano, ha saltato nelle qualificazioni il primato mondiale stagionale, 8 metri e 54, la seconda misura di sempre nella storia della manifestazione al di fuori della finale. Per qualificarsi a Eugene serviva 7.93. Qui non sarebbe bastato. L’ultimo a entrare è stato l’indiano Aldrin con 8 metri tondi. Mattia Furlani non ha retto l’impatto col mondo dei grandi. Ha chiuso a 7 e 85: eliminato. Un’altra delusione dopo il quinto posto di Larissa Iapichino. Mitiadis Tentoglou si è salvato al terza tentativo, atterrando a 8.25

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