
Dieci anni dopo ci sono di nuovo gli arbitri sui giornali e dopo altri vent’anni arriverà Calciopoli. Deve essere una specie di maledizione degli anni con il sei. Mino Mulinacci racconta e analizza sulla Gazzetta dello sport il retroscena giudiziario dell’episodio noto come Roma-Dundee, la semifinale di Coppa dei Campioni di due anni prima, mettendo a fuoco non tanto il singolo tentativo di illecito con la corruzione dell’arbitro Vautrot, quanto la cultura del calcio che lo rende possibile.
Il punto di partenza è la deposizione dell’ex direttore sportivo Giampaolo Cominato al magistrato, presentata come uno spaccato del sottobosco calcistico: un ambiente in cui contare davvero significa far credere di poter influenzare gli arbitri, anche senza averne la possibilità reale. Cominato racconta di aver incontrato il d.s. Spartaco Landini nei giorni precedenti alla partita e di aver lasciato intendere di poter aiutare la Roma grazie a presunti contatti. In realtà non conosceva affatto l’arbitro Michel Vautrot, né persone in grado di avvicinarlo. Il suo era un bluff puro, costruito per accreditarsi come uomo che conta nel calcio e creare le condizioni per un rientro nel giro, da cui era uscito da tempo.
Il meccanismo è centrale: Cominato non agisce per favorire la Roma, ma per rafforzare la propria immagine. È lui stesso ad ammettere che la finalità era apparire come un intermediario credibile, qualcuno capace di muoversi tra arbitri, dirigenti e denaro. L’illecito nasce nella sua testa prima che nei fatti.
Quando Landini, tramite altri intermediari, arriva al presidente della Roma, Dino Viola, la richiesta diventa concreta: serve un segnale, una telefonata all’arbitro, per dimostrare che il contatto esiste davvero. È qui che Cominato va in crisi, perché sa di non poter mantenere la promessa. Pur di non perdere credibilità, decide di tentare comunque, convinto che al massimo nessuno avrebbe risposto. Invece Vautrot risponde. La telefonata avviene davvero, ed è questo l’atto che trasforma un millantato credito in un fatto penalmente rilevante. Ma l’articolo di Mulinacci insiste: non è il colpo di fortuna il cuore della vicenda, bensì il contesto. Mulinacci trova incredibile che Cominato sia convinto che il calcio funzioni attraverso intrallazzi, così convinto da arrivare a sostenere che i 100 milioni pagati da Viola non servissero solo per eliminare il Dundee, ma per entrare in contatto con un presunto “grande personaggio” capace di organizzare risultati in futuro. Un personaggio che non esisteva. A Mulinacci preme allora sottolineare non tanto il tentativo di truffa, ma la mentalità diffusa, secondo cui pagare è normale, avere accesso agli arbitri è una credenziale, il potere sportivo si costruisce con relazioni opache. Il fatto più inquietante è che alla fine il bluff funzioni perché tutti sono pronti a crederci. Dirigenti, intermediari, l’ambiente intero. Nessuno trova assurda l’idea che qualcuno possa arrivare agli arbitri. È questo che rese Cominato credibile, prima ancora di qualsiasi prova.