Che cosa sta succedendo al rugby in Australia
I primi 18 minuti della prima partita del Rugby Championship stavano solo confermando quanto si dice ormai da tempo. Il rugby australiano è in crisi, il rugby australiano non è più quello di una volta. I primi 18 minuti della prima partita del Rugby Championship – una specie di Quattro Nazioni dell’emisfero sud – si sono chiusi sul 22-0 per il Sudafrica. Un articolo del Guardian spiegava per bene in dettaglio all’incirca un anno fa i motivi di tanta sofferenza, come e perché a un certo punto non ci siano più stati abbastanza investimenti alla base della piramide del rugby, in un paese dove la concorrenza interna di altri sport è accesa. I Wallabies hanno continuato ad avere giocatori speciali come Quade Cooper e Israel Folau, ma dopo la cacciata di quest’ultimo dal giro della nazionale [2019] per una serie di post omofobi sui social media, la situazione ha cominciato a sfilacciarsi. Il punto più basso è stato toccato ai Mondiali del 2023, quando il ritorno in panchina di Eddie Jones è coinciso con l’eliminazione ai gironi per la prima volta nella storia. Una sfortunata esperienza diventata il simbolo dell’incapacità di una nazione di stare al passo con i tempi. Il culmine di due decenni di declino.
Ma dal diciannovesimo minuto fino al termine della partita, tutte le verità recenti acclarate sul conto dell’Australia sono finite in un congelatore. “Che svolta! Chi avrebbe potuto prevedere uno scenario del genere” dice stamattina L’Equipe dinanzi allo stupore per una rimonta storica. Una squadra completamente soffocata ha messo a segno un parziale di 38-0, facendo calare il silenzio dentro Ellis Park. Gli australiani non vincevano in Sudafrica dal 2011 e sono passati quasi sessant’anni dall’ultima volta a Johannesburg. Hanno preso in velocità i campioni del mondo, li hanno messi in difficoltà su ogni palla alta, li hanno visti collassare e non si sono fermati.
Abbiamo perso il filo, dicono ora gli Springboks per provare a spiegare la sconfitta e lo scorno. Dei Wallabies è più facile considerare stamattina il percorso di ricostruzione affidato a Josef Schmidt detto Joe, un neozelandese che sulla panchina dell’Irlanda ha vinto per tre volte il Sei Nazioni. Fra una settimana si replica a Città del Capo.