Il pit-stop di Ons Jabeur, stanca di velocità
Il tennis di Ons Jabeur aveva il sorriso stampato sopra la racchetta. “Le piace esplorare la gamma di colpi possibili in una maniera che ricorda Roger Federer” scrisse una volta di lei il New York Times, mentre il Wall Street Journal parlava di un gioco fatto di “raffinatezza e inventiva”, di un “gioco vintage e non ortodosso che si rivela molto adatto all’erba”.
In effetti Ons Jabeur venuta da Ksar Hellal, la porzione orientale della Tunisia, sull’erba di Wimbledon s’è mossa da regina per un paio d’anni, una regina senza corona, finalista nel 2022 e nel 2023, due volte battuta all’ultima partita. In finale era stata sconfitta pure a NY. Lei si descriveva come una donna impaziente, gelosa da ragazzina delle tenniste della sua età che riuscivano a far le cose meglio di lei. Ma quando fu lei a rendere popolare il tennis in Tunisia, nel paese le diedero il soprannome di “ministra della felicità”. Le smorzate, i rovesci tagliati, le volée. Un tennis divertente che divertiva lei per prima, con la consapevolezza di essere privilegiata. «Non giudico le altre tenniste – diceva – perché è uno sport frustrante».
Solo che Ons Jabeur a un certo punto ha smesso di divertirsi, ha smesso di divertire e così ha smesso pure di vincere. Ma ha iniziato a giudicare sé stessa, a sentirsi fuori posto, distante, sbeccata come quella tazzina di Nanni Moretti in quel film. Ieri l’ha ammesso davanti al mondo, spiegando che si prende una pausa per mettersi in cammino, per mettersi a cercare dov’è finita quella donna, dov’è che si è cacciata la ministra della felicità.
Quando giocò la prima finale a Wimbledon, Venus Williams le disse «vedrai adesso, vedrai che dopo di te un sacco di ragazze arabe si avvicineranno al tennis». Com’era accaduto nella comunità afro-americana dopo le sorelle Williams. Ma le storie di emancipazione sono prima di tutto storie personali, come aveva gridato dai Mondiali di atletica di Goteborg 1995 Hassiba Boulmerka, primo oro femminile africano della storia. Aveva detto «basta, non ne posso più, sono africana, sono algerina, sono musulmana, e sono una donna. Allora? Ci avete campato troppo con questa storia della liberazione femminile».
Lo disse a Emanuela Audisio che la intervistava per Repubblica. «Voglio vincere solo per me. Non dividere più niente con nessuno. Voglio liberarmi davvero, anche dai luoghi comuni».
Emanuela Audisio scrisse che “Anna Magnani gridava con le mani”, mentre nell’urlo di Boulmerka – fu quasi una crisi isterica appena tagliato il traguardo – c’era “la rabbia di chi la vita l’ha presa sempre in salita, il tormento di un paese che è riuscito a essere libero, ma non in pace”.
Forse sulle spalle di Ons Jabeur il peso di essere una donna-paese all’improvviso è diventato insostenibile, ma alla fine noi che ne sappiamo, più di avanzare ipotesi in bella scrittura non sappiamo fare. Le vite sono battaglie che ciascuno conduce nel segreto delle proprie stanze, finanche quando quelle stanze sono bene arredate, quando ci sembrano al riparo da ogni fatica.

Le lacrime di Amanda Anisimova
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Questa esigenza di fare silenzio e di fermarsi è così frequente eppure ancora così misteriosa agli occhi e al giudizio delle generazioni precedenti. L’ultima conferma viene dall’editoriale di Alyson Rudd sul Times dopo la sconfitta di Amanda Anisimova per 6-0 6-0 contro Iga Swiatek nell’ultima finale di Wimbledon,. Ruud ha scritto di essere stata toccata dal discorso commovente dell’americana, “ma i perdenti non dovrebbero essere al centro della scena. Ai secondi classificati non dovrebbe essere chiesto di parlare. È ingiusto privare la vincitrice dei riflettori in quei momenti speciali dopo una vittoria: appartengono a lei”.
L’editorialista del Times ha trovato disturbante che per due edizioni consecutivi dello Slam siano state le ragazze sconfitte “a dettare l’agenda, a creare il vero ricordo indelebile, a tenere il pubblico in pugno”. Non è appropriato, scrive Rudd, meglio non guardare le facce dei battuti, né quando sorridono come i genitori di Alcaraz in tribuna domenica scorsa, né quando piangono come Amanda Anisimova, tornata a sua volta da quel lungo viaggio dentro di sé che Ons Jabeur si accinge a fare. “Un viaggio tortuoso” lo ha definito il Washington Post. Accettiamo più volentieri una tennista che in preda all’ira sfascia una racchetta di un’altra che al centro della scena piange, parla di sconfitte, oppure non regge, non ce la fa più, si sente prosciugata e insoddisfatta fino al punto di rinunciare alla gioia, al gioco della sua infanzia, al lavoro.
Eppure Ashleigh Barty dovrebbe averci mostrato che non è il risultato a decidere umori, sensazioni, decisioni. Tadej Pogačar è un invulnerabile. Una corazza che cammina, una bicicletta invincibile che pedala sotto una crosta umana. Ma anche lui nell’ultimo km dell’ascesa verso Hautacam ieri ha detto di aver pensato a Samuele Privitera, morto a 70 all’ora e all’età di 19 anni al Giro della Val d’Aosta [Repubblica scrive che non ha visto il dissuasore di velocità, il dosso, il dislivello che gli ha fatto perdere il controllo della bici].
Pogačar ha detto di aver pensato che questo sport è crudele, pensava certamente al suo, ma dentro quelle parole s’avverte l’eco di qualcosa di più largo, s’avverte forse un richiamo vasto a una certa devozione per la velocità, per i record e per l’eccesso che sempre più campioni e campionesse giovani trovano invece fuori luogo, una moneta falsa quando diventa un’ossessione.
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A parte il talento, come si diventa campioni del mondo?
«Magari ci fosse una ricetta. Il talento è la base della torta, poi bisogna avere un obiettivo fisso e farsi scivolare addosso ciò che capita durante il percorso. Io avevo l’ossessione di non deludere». Max Biaggi intervistato da Daniele Dallera e Daniele Sparisci, Corriere della sera
Ci sono vite consacrate all’eccezionalità fino all’ultimo istante. Felix Baumgartner è morto ieri a Porto Sant’Elpidio, nelle Marche, precipitando con un parapendio a motore. Forse si è sentito male in volo. Ha perso il controllo della vela di tessuto che lo sosteneva ed è caduto su una piscina. Non si esclude un guasto meccanico, lui che si era lanciato da 39mila metri d’altezza, l’essere umano più vicino allo stratosfera. Forse è arrivato il momento di chiedersi perché continuano a impressionarci di più le imprese dei Baumgartner che le lacrime delle Anisimova o le diserzioni delle Jabeur. Sempre di angoscia di vivere si tratta.
Hanno scritto
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▥ Emanuela Audisio, Repubblica: “Aveva avuto bisogno di due anni di preparazione. Con un problema che sembrava insormontabile: la claustrofobia di Felix che un anno prima era fuggito in lacrime dall’allenamento. «Per scendere, bisogna salire. E tre ore nella navicella, imprigionato nello scafandro da astronauta, mi mandavano in crisi. Dovetti andare in terapia da uno psichiatra che mi ha aiutò a superare l’ansia. Lo dico a tutti: non vergognatevi delle paure, fatevi aiutare, non sempre ce la facciamo da soli». … Non era un drogato di adrenaline e di sfide estreme, gli piaceva anche la Terra. Chissà forse avrà avuto nostalgia dell’aria. ha perso il controllo, è precipitato su una struttura dove in piscina c’erano molti bambini. Forse il suo ultimo gesto è stato quello di evitarli, scegliendo di cadere su una cabina di legno le cui schegge hanno ferito una ragazza che non è in gravi condizioni”.
▥ Francesco Rizzo, la Gazzetta dello sport: “Il brivido ha un sapore pop, però e così Baumgartner finì tra gli ospiti del Festival di Sanremo del 2013, raccontando di aver ascoltato musica per caricarsi (non certo quella di Marco Mengoni, che quell’anno vinse con L’essenziale : Felix preferiva infatti «Beethoven e Mozart, un modo per non andare nel pallone»). Non che bastino le sinfonie: nelle ore successive all’impresa del 2012, arrivato nella base di Rosslyn, nel New Mexico, l’austriaco aveva ammesso: «L’unica cosa a cui pensi, in cielo, è tornare a casa sano e salvo. Le paure sono diventate mie amiche».
▥ Vittorio Sabadin, Messaggero: “Era estremista anche in politica. Ammirava il primo ministro ungherese Viktor Orbán, aveva appoggiato la destra di Norbert Hofer alle elezioni presidenziali, si opponeva alle immigrazioni e pensava che la democrazia non fosse la soluzione migliore per governare un paese. Ma ai BASE jumpers di questo importava poco, e oggi sono tutti molto tristi”