Quando Wout Van Aert si è infilato di buon mattino nel gruppo in fuga già a 150 km dal traguardo, sulle ammiraglie della UAE e della EF evidentemente non c’era nessuno che avesse memoria di come certe volte si corre nelle grandi tappe di montagna per far saltare la classifica. Eppure non è una strategia passata sotto silenzio. Chi vuole spettinare la corsa, manda in avanscoperta un grande corridore. Il suo compito è farsi trovare già davanti lungo la salita, quando arriverà il capitano. La UAE e la EF non solo non hanno mandato nessuno in fuga, ma la fuga di Van Aert non l’hanno neppure capita.
Troppo impegnati a ridere dei suoi secondi posti, lo abbiamo trascurato. Wout è passato in testa a Rocca Canavese e Chiusa di San Michele, ma non stava correndo per aggiungere una tappa a quella di Siena. Stava piazzando un candelotto di dinamite nella cassaforte. Quando Simon Yates lo ha raggiunto, hanno acceso la miccia e boom – quando per Isaac Del Toro e Richard Carapaz era troppo tardi.
Tre anni fa Wout aveva fatto più o meno lo stesso lavoro di pesce pilota – non in pianura ma in salita – per Jonas Vingegaard all’Hautacam, era una tappa del Tour. Stavolta ha preso per la mano il britannico che aveva scollinato sul Colle delle Finestre con 1’40” di vantaggio su Del Toro e lungo la salita del Sestriere ha fatto in modo che il margine di vantaggio diventasse il triplo. E adesso vediamo se ci scappa ancora da ridere.
SETTE ANNI DI ATTESA
Sette anni fa Yates aveva perso il Giro proprio sul Colle delle Finestre, c’era la neve, gli passavano tutti davanti, Chris Froome gli diede 39 minuti di distacco. “La battaglia di Simon Yates – ha scritto Simone Zago su Al Vento – è la battaglia di Wout van Aert che attacca, scala, lo attende, gli fa strada in discesa, calcola i rischi e i benefici, lo porta fin dove può e pare non volerlo lasciare mai, perché quell’uomo sta facendo qualcosa di troppo grande, di troppo bello, e lo sta facendo rischiando tutto laddove era caduto. Nel luogo che era stato suo carnefice. Si sposta sfinito van Aert, sbanda, pare il fantasma di un corridore, in una di quelle storie in cui si baratta il proprio essere per qualcosa o per qualcuno”.
Alessandra Giardini sulla Gazzetta ha spiegato qui perché la UAE ha sbagliato tutto e ha scritto che “bisognerebbe inventare parole nuove per raccontare una storia così. Non c’era una maniera più poetica di vincere il Giro d’Italia: Perché la vita può essere cattiva, ma qualche volta l’andata all’inferno prevede anche un ritorno. Simon non era più stato sul Colle delle Finestre da allora. Aveva qualcosa da dimostrare a se stesso, ma non ci credeva davvero. Ci sono storie che sembrano disegnate meno a colori di altre. E Simon non è mai stato uno che fa rumore, non è appariscente, mentre volava verso il traguardo protetto dalla schiena di Wout van Aert sembrava minuscolo. Invece era appena stato enorme. Continuava a chiedere il distacco ai suoi direttori sportivi, alla radio. Mancavano duecento metri al traguardo ed era ancora lì a farsi dare i tempi. Non ci credeva, non ci ha creduto finché non gli hanno messo una mano sulla spalla e gli hanno indicato il podio e tutto quel rosa”.
Marca dà grosso risalto all’irritazione di Carapaz verso Del Toro. Gli ha dato dell’asino. Dice che ha corso in maniera poco intelligente, dice che ha sbagliato a marcarlo e così ha perso il Giro: ben gli sta. Tanta premura per la sconfitta di Del Toro è carità pelosa. A Carapaz sfugge che il Giro l’ha perso pure lui. Se aveva le gambe per inseguire Yates, poteva farlo.
Il Messico è quel posto dove hanno inventato la formula della magnifica derrota, una meravigliosa sconfitta. Così non deve sorprendere che dalle colonne di El Pais Jorge Zepeda Patterson ringrazi Del Toro, “improbabile scalatore” per il “fresco rifugio offerto per qualche giorno a un Paese che aveva disperatamente bisogno di buone notizie”
Durante la prima settimana la stampa locale ha ignorato le notizie dal Giro, “in linea con il disprezzo dimostrato nel corso degli anni”. Ma poi i messicani si sono lasciati prendere.
“Il contributo del Messico alla scena mondiale – scrive Zepeda Patterson – si deve a registi cinematografici, tenori d’opera fuggiti dalla scena mariachi, marciatori olimpici con la loro andatura ondeggiante, pugili che ringraziano per le loro vittorie la Vergine di Guadalupe o campioni di discipline marginali ed esoteriche, le cui dispute si svolgono nell’anonimato, incuranti delle passioni del grande pubblico. Solo che ogni tanto la vita ci riserva deliziose anomalie, delle fratture della ragione da cui emergono un Hugo Sánchez, o campioni di sport impossibili in Messico tipo Checo Pérez in Formula 1, Lorena Ochoa nel golf. O come in questi giorni Isaac Del Toro. Non c’è da stupirsi che l’improvvisa apparizione di questo ciclista abbia colto di sorpresa il Messico. Fino a due settimane fa, un giro in Italia era qualcosa che avrebbe evocato una canzone di successo dei Ricchi e Poveri o la locandina pubblicitaria di un vecchio film di Marcello Mastroianni. Oggi il Giro d’Italia è oggetto di conversazioni dopo cena nelle case da Mérida a Monterrey o da Veracruz a Tijuana; conversazioni in cui la sua storia e le sue vicissitudini vengono raccontate con familiarità”.