Si gioca a golf per rovinare una bella passeggiata
attribuita a Mark Twain
Un dentista, uno studente, un contabile: che ci fanno al terzo Major della stagione
Ben Griffin è proprio un bel tipo. È cresciuto nella Carolina del Nord, da dilettante ci sapeva fare, ogni tanto da ragazzo incrociava sui campi pure Scottie Scheffler, oggi il numero uno del mondo. Quando giocava per la sua università, Ben aveva una delle migliori medie mai registrate. Così lo incoraggiarono a provarci, a seguire la strada del professionismo. È stato in tour in Canada, in Sud America, nel luglio del 2018 ha vinto una tappa del PGA Tour in Canada, ma parte questo la magia si era dissolta. Lo dicevano i troppi tagli che metteva insieme nei tornei e lo diceva soprattutto quel che sentiva dentro. Nell’aprile del 2021 decise che ne aveva abbastanza. Era esausto e frustrato, desideroso di cominciare qualcos’altro. Entrò nell’ufficio di suo padre per sostituire un dipendente che si era dimesso, una società di gestione immobiliare, e scelse di restarci. Sua madre gli suggerì di provare a lavorare come addetto ai prestiti, era lo stesso compito suo, così mi dai una mano.
Come abbia fatto Ben Griffin a passare da questo lavoro in ufficio alla grande storia degli US Open di golf che cominciano oggi è una faccenda perfino più affascinante del precedente viaggio a ritroso. Griffin era immerso nella sua nuova vita da piccolo borghese quando si accorse che non riusciva ancora a smettere di pensare alla precedente esperienza da operaio del golf, a tutti quei tornei passati con molti altri travet delle buche e dei green, i tanti nomi che a malapena riconosciamo. Ripensava ai rari momenti in cui aveva giocato bene, ma anche al college, quando era stato nominato due volte All-American Honored Mention, oppure ai due titoli individuali statali della Carolina del Nord vinti da liceale. Sono sempre meravigliosi i giorni del liceo quando li ricordiamo a cinquant’anni.
Trascorse maggio e giugno in ufficio e pensò che che era stufo. Di nuovo. C’è un mucchio di gente che parla male di chi si stufa dopo un po’ di far qualcosa. Ben tirò dritto. Tolse la camicia, la giacca e recuperò dal cassetto le polo. Saltò in macchina e deviò verso il primo campo da golf. Un paio di giorni dopo, suo nonno Douglas sarebbe morto. Era stato decisivo per spingerlo da ragazzo verso il golf. Era l’ultimo segno che Griffin aspettava per tornare.
Adesso racconta di aver pensato in quell’istante, «cavolo, forse dovrei riprovarci». Eccolo qua. Griffin ha superato 25 tagli in 37 tornei e ha ottenuto tre piazzamenti fra i primi-10. Attribuisce il suo successo anche al gioco corto, dovuto a suo dire all’attività giovanile. Durante la crisi economica del 2008, i Griffin furono tra le famiglie più colpite. Dovettero cambiare casa e prenderne una più piccola. Lasciarono il loro country club, Griffin passò più tempo sui campi pubblici, accumulando ore e ore di chip e putting sui green di pratica, più economici. Oggi racconta che sono stati i giorni nei quali ha affinato quel gioco corto fondamentale per l’ascesa, da oggi alla prova sul campo di Oakmont, nel Major che viene definito “mangia-golfisti”.
Lo US Open passa per essere il torneo più difficile fra i quattro principali e stavolta di più, perché si gioca sul campo considerato il più duro d’America. La pioggia caduta negli ultimi mesi sulla contea di Allegheny lo ha martoriato, gli ha fatto perdere la sua tipica compattezza. La prima buca è un par 4 di 488 yard, interamente in discesa. Se fosse dura ci sarebbero dei drive per circa 360 yard. Invece sarà morbida e lenta come nel 2016, quando fu considerata la più difficile da un mucchio d’anni a quella parte.
“Sembra appropriato – scrive il magazine Golf – che Oakmont proponga un’apertura più da schiaffi in faccia che da stretta di mano”.
Dopo verranno gli iconici bunker a forma di panche di chiesa, fra la terza e la quarta buca, “sembrano così ordinati e graziosi dall’alto, ma da vicino fanno male”.

Gran parte del campo di Oakmont è un gran casino. La buca 3 corre lungo la buca 4, che a sua volta corre lungo la buca 5, che a sua volta corre lungo la buca 7. La buca 9 è piazzata tra la 1 e la 10, e dall’altra parte della 10 c’è la 11. Cosa significa? Considerato il rough brutalmente fitto tra una buca e un’altra, se i giocatori dovessero sbagliare intenzionalmente un colpo importante, potrebbero essere favoriti nel trovare un altro fairway. Il magazine Golf spiega che l’idea è stata sbandierata ai quattro venti durante le conferenze stampa della vigilia, in parte perché l’escamotage è stato usato durante l’US Amateur del 2021 Bryson DeChambeau è parso il più interessato di tutti. Ha detto che è un’idea fantastica e che sarebbe andato subito a provarla.
IL DENTISTA
In mezzo ai 156 giocatori in lizza per vincere il terzo Major della stagione, accanto a 49 dei primi-50 al mondo, c’è pure il dottor Matt Vogt, dentista. Aveva appena terminato di giocare 36 buche la settimana scorsa quando ha dovuto chiamare con urgenza lo studio, per chiedere a un collega di coprire i suoi pazienti. Avrebbe dovuto assentarsi di nuovo dal lavoro e aveva una scusa insolita. Si era appena qualificato per gli US Open. A pieno titolo stamattina può considerarsi il più grande odontoiatra al mondo nel golf ma era un disastro al college, la sua università è tuttora la 2.078esima in classifica. Un politico direbbe che è la pesante eredità di chi ci ha preceduto. Ne ha scritto il Wall Street Journal raccontando che Matt Vogt da bambino andava a Oakmont per fare il caddy, eccetera eccetera.
IL RAGAZZINO
Poco più di un bambino è l’altro personaggio che domina i racconti della vigilia, si chiama Mason Howell e partecipa all’età di 17 anni, sbucato dalle qualificazioni di nove giorni fa. È campione statale e gioca alla Brookwood School di Thomasville, in Georgia, la sua città natale. Gli fa da caddy uno dei professori del liceo. Un altro proletario del golf.