L’esonero di Spalletti e il racconto del calcio in Italia

   

Ci sono stati allenatori che hanno saputo del loro esonero in conferenza stampa, da una domanda. Altri sono stati licenziati dalla dichiarazione di qualche ultrà in televisione. Mai nella storia della Nazionale italiana e forse del calcio ce n’era stato uno che volesse comunicare di persona il suo licenziamento: anche questo è toccato vedere in una federazione allo sbando, senza guida né idee

Così come ci sono pochi precedenti di un allenatore che continua a lavorare dopo essere stato sollevato dal suo incarico. Sotto le mentite spoglie del cittì che è stato, stasera un estraneo siede sulla panchina dell’Italia. Marino Bartoletti su Facebook ieri sera ha aggiunto che un’altra cosa non è mai successa, che un presidente federale resista con tanta tenacia ai propri fallimenti

Luciano Spalletti se ne va con un gesto di grande dignità di fronte alla decisione presa dal presidente Gabriele Gravina. Lascia un anno di stipendio ma in cambio – la ricostruzione del Corriere della serapretende di raccontare subito la verità. Niente bugie e niente sotterfugi. Trasparenza per allentare la tensione sulla Nazionale. Gravina, per rispetto e forse a malincuore, accetta. Nei piani federali l’annuncio sarebbe dovuto arrivare dopo la partita di Reggio Emilia. Ma Spalletti è irremovibile. Vuole raccontare, spiegare, assumersi le sue responsabilità. Così a Parma, durante il festival della Lega di serie A, il presidente federale omette la verità

Il Fatto Quotidiano considera come quello che è accaduto nell’ultima settimana è ai confini della realtà.

LA GENESI: E LUCIANO FU

Bisogna ricordare come fu che Luciano Spalletti arrivò sulla panchina dell’Italia per capire come mai stasera dovrà lasciarla. Roberto Mancini se ne andò nel modo che tutti ricordiamo, in un pomeriggio di mezzo agosto, quando gli uffici sono chiusi per ferie e i presidenti delle federazioni sono sdraiati sulle spiagge migliori dove abbronzarsi.

Gabriele Gravina andò nel panico. C’era stato qualche segnale d’insoddisfazione in precedenza, ma esiste una straordinaria capacità in certi capi di non vederli, di ignorarli, di pensare nella loro onnipotenza che sapranno ricondurli a un fastidio passeggero, casomai all’inquietudine inspiegabile di quel mezzo matto che hanno di fronte. 

Questo fece Gravina con Mancini, e a metà agosto si trovò in mare aperto senza più il suo salvagente. Ecco cos’era stato Mancini – un salvagente – prima il cittì dell’Europeo vinto e poi del Mondiale mancato. Restando al suo posto, scegliendo di non dimettersi dopo la sconfitta con la Macedonia del Nord a Palermo, offriva al presidente la stessa chance, senza dover dare spiegazioni.

Infatti Gravina non ne diede. Disse solo: resto. Ci furono un paio di giorni di indignazione su qualche giornale, e dopo amici come prima.

Luciano Spalletti fu il suo secondo salvagente quando ebbe bisogno di trovarne un altro. Aveva vinto da tre mesi uno scudetto storico a Napoli, il primo allenatore a farcela senza Maradona in un posto dove senza Maradona non ne avevano vinti mai. Si era appena ritirato in campagna perché non ne poteva più di De Laurentiis, altro straordinario campione nel ridurre a minuzia l’insoddisfazione che gli gira attorno e poi pagarne le conseguenze.

Gli archivi sono aperti [14 agosto 2023] per ripassare che cosa si diceva in giro in quei giorni. È sempre buffo leggere come, quando e perché mutano le idee e le opinioni, portate di qua o di là come uno sbuffo di borotalco da un soffio di vento.

De Laurentiis ebbe il ruolo del villain che si opponeva al sogno, al grande desiderio della nazione. Esigeva il pagamento dei tre milioni della clausola, la Gazzetta disse che andava stracciata perché la Nazionale è un’altra cosa. Era così forte il desiderio di Spalletti da passare sopra il diritto privato. Era la soluzione più in vista, la propaganda migliore per tutti. Ed era la formidabile ciambella di salvataggio per Gravina. 

Ora gliene serve un’altra. Di già. 

GLI ERRORI DI SPALLETTI E L’OPPOSIZIONE IDEOLOGICA

La posizione di Spalletti non è difendibile per l’Europeo giocato l’estate scorsa, per il risultato e per l’atteggiamento della squadra nella sconfitta con la Svizzera. La partita analoga vissuta a Oslo – il punteggio, la postura – è stata il miglior attaccapanni per una riflessione su una chiusura anticipata del rapporto. Il clima di panico nel quale è stata preparata ha fatto il resto. 

Ma è innegabile che intorno a Spalletti si sia alzato assai presto un clima di avversione. Lo davano in bilico prima della partita al Parco dei Principi tutti gli spin in circolazione: la parola più elegante, presentabile e professionale inventata per sostituire le veline. L’Italia di Spalletti andò a vincere a Parigi, saltò il blitz di sfilargli la panchina da sotto, così partì la favola che il cittì aveva accettato l’idea di cambiare, di uscire dal suo integralismo e dal suo brutto carattere. Solo che l’integralismo e il brutto carattere ce li aveva pure quando lo avevano chiamato. Nella disperazione.

La posizione di Spalletti non è difendibile per un paio di aspetti, ma ce ne sono molti altri che si affollano intorno a lui in queste ore che sono assai gratuiti, non stanno in piedi. Invocare la convocazione di Romagnoli significa ignorare che dal 2019 fino a Spalletti aveva avuto zero chiamate: ci sarà un motivo. Invocare la convocazione di Mancini per la Norvegia significa aver scordato che Mancini in Norvegia era andato come leader della difesa della Roma quando la Roma aveva perso con il Bodoe: non è che a Oslo mancava Rudy Krol.

L’esonero di Spalletti fa felici stamattina gli ulema della Tradizione, per semplificare: quelli convinti che a noi ci ha rovinato Guardiola. Si vestono da minoranza perseguitata ma sono dappertutto, specialmente in posizioni di spicco, con voci stentoree e visibilità. Hanno il vizio di presentare una sacrosanta verità [non esistono stili di gioco eticamente superiori agli altri] come un’ossessione. Vedono i guasti della modernità ovunque, chiudono gli occhi quando si manifestano le sue virtù. 

Tutto il racconto del calcio è marcato da un’assenza di equilibrio, sbilanciato sul passato, con il contributo della memoria selettiva e con il sostegno del falso ricordo ricostruito: come raccontano gli esperti di psicologia forense alla fine ti convinci che il tuo crimine non era tale.

IL CHEWING GUM

Così sono diventati un insopportabile chiacchiericcio rimasticato come un chewing-gum anche elementi seri di riflessione come i minuti giocati dai giovani in serie A, l’assenza dei giocatori che saltano l’uomo, la presenza di tanti stranieri.

Tutto diventa poco serio se nel talk «non ci sono più le ali di una volta che sapevano dribblare e arrivare sul fondo» e se «non ci sono più i difensori di una volta che uno contro uno non si facevano saltare». Come dice l’amico geniale di Slalom: ma queste ali di una volta allora chi saltavano? E questi difensori di una volta allora chi fermavano?

E poi i giovani. Questi giovani che non hanno fame. Questi giovani con la playstation. Questi giovani con i telefonini. Baldini è appena tornato in serie B con il Pescara e dice che questi giovani non amano più la bandiera. Ecco perché l’Italia non va ai Mondiali. Ecco perché non nascono più campioni. Anche in Svezia per il tennis danno la colpa alla playstation. Siamo finiti dove siamo finiti per l’idea che sia tutto facile. Invece il mondo non è mai stato più complesso di così. Chi non si adatta all’evoluzione si estingue.

Giovani con lo smartphone e con la playstation sono pure quelli della nuova generazione italiana del tennis, dell’atletica, della pallavolo, del nuoto. Sono i giovani delle federazioni dove hanno studiato e si sono aggiornati, in un mondo nel quale la Norvegia non solo batte l’Italia a calcio, ma vince l’oro olimpico nel beach volley [la Norvegia, il beach volley], o dove un kenyano vince l’oro mondiale nel lancio del giavellotto [un kenyano, il giavellotto] guardando su YouTube come lo tirano gli scandinavi.

Il rifiuto della curiosità verso il presente si traduce nel rigetto di un vocabolario nuovo. I braccetti vanno derisi. Una delle colpe imputate a Spalletti è aver parlato una volta di calcio relazionale. È sempre necessario ridere delle esagerazioni, solo che poi ci accorgiamo di arrivare fuori tempo, di cominciare a giocare il tiki taka quando gli altri hanno smesso. 

Difendiamo oggi la purezza del vocabolario di un tempo, quando nel tempo in cui nasceva quel vocabolario era demonizzato [Gianni Brera passò per un eretico fuori luogo quando inventò libero e centrocampista]. 

Il punto come si vede non è Spalletti. Il punto è il rigetto dell’idea che non ci sia altro calcio possibile fuori da quello che abita la testa dei settantenni al potere. Il racconto del calcio è deludente perché viene tutto esercitato nel perimetro del pessimismo.

Quando pure arrivasse di nuovo l’ala che dribbla e il 10 che salta l’uomo, diventerebbero presto insufficienti perché non coprono, non rincorrono l’avversario, non marcano, non difendono. Qualcuno direbbe che nel calcio di oggi non ce li possiamo permettere. È vero. Ma perché scomodare all’improvviso il calcio di oggi quando rimpiangiamo il calcio di ieri? 


 

CHE COSA SI DICE IN GIRO

▥  QUELLA STORIA DEL DITO E DELLA LUNA   Arrigo Sacchi, la Gazzetta dello sport: Giusto sottolineare le sue responsabilità, perché è il comandante della nave. A Oslo ha presentato una squadra senza carattere, senza grinta, molle, apatica, senza idee. Ma resto convinto che in Italia si debba fare un salto culturale per avere una Nazionale di alto livello. Se non siamo andati per due volte consecutive al Mondiale e adesso rischiamo di non andarci per la terza volta, ci saranno ragioni profonde, no?

▥  MA IN FONDO ERA UN MATTO   Fabrizio Roncone, Corriere della sera: Ben noto, del resto, il suo tormento calcistico visionario: un miscuglio tra puro genio tattico e pignoleria prossima all’ossessione. Walter Sabatini, amandolo, sostiene che «Luciano è un dirimpettaio della follia». Conosce certe sue fissazioni: tipo che il regista deve sempre avere almeno tre soluzioni di gioco (Pizarro, alla Roma, giurava di non averne mai meno di cinque). Gli schemi banali lo deprimono. Se capiti a cena con lui, al dolce è lì che scarabocchia sopra al tovagliolo per spiegarti come si porta il pressing sul portatore di palla avversario. Passione sfrenata, studio continuo. Pretende che i suoi calciatori vivano di aspirazioni sublimi. Gli sembrava fosse possibile anche in azzurro. Errore fatale.

Alberto Brandi, Sport Mediaset: “Allora il calcio era la punta di diamante del nostro sport, oggi è dietro a tennis, atletica, nuoto, volley, scherma, pallanuoto, vela, sci e qui mi fermo nell’elenco di Federazioni che hanno lavorato meglio con allenatori che hanno insegnato la tecnica e la mentalità prima della tattica ai loro campioni del futuro. Eravamo i più forti del mondo, oggi siamo un caso da studiare. Tapperemo questa falla con un altro allenatore, dopo avere avuto i migliori dai club ricordando l’ultima impresa napoletana di Spalletti. Ma sarà ancora il classico rattoppo a un vestito sempre più strappato e sbrindellato. Un vestito che ormai non riesce più a coprire le nostre vergogne”

▥  GLI SLOGAN E LO SCARICABARILE  Francesco Saverio Intorcia, Repubblica: Uno degli slogan vuoti e senza senso di questi disgraziati anni azzurri recita: la Nazionale dev’essere come un club. Lo è diventata, ma ha preso a modello il Borgorosso: il presidente ha cacciato l’allenatore all’indomani di una sconfitta alla prima giornata per scaricare su di lui tutte le colpe di una gestione fallimentare, alla vigilia di un’altra partita comunque fondamentale.

▥  IL POTERE DEI SETTANTENNI   Fabio Licari, La Gazzetta dello sport: Ranieri è il salvatore della patria, il taumaturgo, il grande saggio che sistema tutto quello che ha in mano. Reduce da due imprese, perché anche quella con il Cagliari non si può minimizzare. Doveva essere l’ultimo capitolo, ma Ranieri è come quei medici in pensione, troppo bravi per smettere di guarire i malati, quindi si trova sempre qualche formula per farli lavorare ancora. Ranieri viene in azzurro a fare il pacificatore di un ambiente agitato e il riparatore. Qualcuno sorriderà a sentir parlare di nuovo ciclo con un allenatore che il 20 ottobre, poco dopo la sua quarta partita, compirà 74 anni

▥  QUALCOSA FUNZIONA  Umberto Zapelloni, Il Foglio: Nonostante gli stadi che restano vecchi e brutti, continuiamo ad aumentare gli spettatori con una percentuale di riempimento degli impianti che è cresciuta dell’11,6 per cento arrivando al 92,4, seconda solo a Premier League (97,9 per cento) e Bundesliga (97 per cento). In tv, tra Sky è Dazn, l’hanno guardata quasi 246,7 milioni, un po’ meno dell’anno prima, ma comunque tanta roba considerando che restiamo sempre un paese di abusivi del segnale. Arriviamo anche in finale nelle coppe europee, poi non vinciamo, certo, ma ci arriviamo con una costanza che da qualche anno mancava. Il pallone nonostante i soliti problemi di impianti e giovani, non è sgonfio. Ad essersi sgonfiata ancora una volta è la Nazionale. Lavoriamo su questo e solo su questo per un po’. Poi penseremo al resto.

▥  CHE FINE HANNO FATTO I SAGGI  Paolo Condò, Corriere della sera: Ranieri è stato in grado di rimontare nelle ultime stagioni ne fanno il migliore esorcista su piazza. Naturalmente l’esonero di Spalletti interrompe un cortocircuito emotivo ma non cancella mezzo problema tecnico. Ne abbiamo tanti, non sono risolvibili a breve (i dribblatori non li troverà neanche Ranieri) e la lunga arringa autoassolutoria di Gravina dimentica che il plebiscito a suo favore non ha migliorato nulla del rapporto fra la Nazionale e i club: la commissione dei saggi, da Marotta a Sartori, non è mai stata convocata, e senza il loro intervento una moral suasion sull’impiego dei giovani non arriverà. Di più: due ore prima del fischio d’inizio a Oslo, la Lega di A — con tutti i consiglieri federali schierati — celebrava a Parma la messa laica del calendario, manifestazione plastica di quanto poco sia coinvolta nelle sorti azzurre. Un nuovo c.t., in questo quadro, è solo una scusa per tagliar corto il dibattito

 

▥  CHE FINE HANNO FATTO I RAGIONEVOLI  Ivan Zazzaroni, Corriere dello sport-stadio: Posso capire il presidente federale che decide di cambiare guida per ragioni più che comprensibili. Non lo capisco quando comunica la cosa all’interessato prima di una gara. E posso capire la frustrazione e il disagio del tecnico che non si sente rispettato, ma perché quella grottesca messinscena? Per motivare il gruppo c’era bisogno di uno schiaffo così potente?   Quando Gravina scelse Spalletti tutta l’Italia condivise la decisione del presidente, in queste ore la testa più reclamata è proprio la sua. Il prossimo ct dovrà lavorare insieme alla federazione soprattutto per restituire dignità all’immagine della Nazionale. E non soltanto con i risultati.  Chi eleggerà il prossimo presidente del Coni rifletta anche su quest’ultimo punto. Perché non è che il Coni stia facendo una figura migliore

 

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COPIARE LA PALLAVOLO: UN CLUB ITALIA NEL CALCIO

«Ne parlo spesso con il mio amico Cesare Prandelli: i club dovrebbero mettere a disposizione della federazione i propri giovani più promettenti da raggruppare in una sorta di Nazionale da far giocare nella Lega Pro. In settimana i ragazzi si allenerebbero ciascuno con la squadra di riferimento, la domenica, invece di scaldare le panchine, giocherebbero insieme».

ANTONIO CABRINI intervistato da Monica Colombo, Corriere della sera

 

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CI HANNO RUBATO LA IDEA

Quale sarebbe il ct ideale?

«Ancelotti, ma il Brasile l’ha capito prima di noi».

MARCO TARDELLI intervistato da Gianluca Oddenino, La Stampa

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