EURO 2024
Ma sì, Spalletti, venga via. Cosa le importa. Onestamente. Si guardi attorno. Della Nazionale non interessa niente a nessuno, al massimo è un buon pretesto per invitare un paio di amici a casa e ordinare il sushi su Glovo. Avrebbe dovuto capirlo sfogliando i giornali nei mesi scorsi, gli stessi che stamattina parlano di vergogna e disgusto. Avrebbe dovuto capirlo, perché lei sfogliava, sfogliava, sfogliava, e la Nazionale non c’era, casomai poteva trovarla verso pagina 17, 19, 22, dopo altro calcio, tanto calcio, solo calcio, ma il calcio dei club, soprattutto tre, quelli che sono sempre forti, sono fortissimi, ma qualche volta sono quattro, c’è pure il Torino.
Quella Nazionale che viene dopo il calciomercato, la fiera sempre aperta in cui un calciatore in arrivo è un fenomeno, un top player, un valore aggiunto, mentre se una squadra deve vendere perché è piena di debiti non sta smobilitando, non dismette, non si può dire così, sta facendo cassa, hallelujah, una buona notizia, sta costruendo un tesoretto, ecco, un tesoretto, da spendere in altre pagine dove di nuovo starà comprando, sebbene spesso non si sappia nemmeno bene chi, sta facendo casting, uno lo prendono, uno qualunque.
Ci siamo così disabituati a pensare questo bellissimo sport in termini di sport e non di economia surrogata, che sentir parlare di tecnica, sentir dire una cosa come un’altra, sentir dire “calcio perimetrale” da un allenatore – embè calcio perimetrale, oppure rosicchiare il metro, mmm, allora questo qui è matto. Ci confonde. Siamo stati il paese che con Brera ha dato un vocabolario nuovo al calcio, esistono saggi dottissimi sull’invenzione di un lessico [libero, centrocampista], ma se oggi arrivano i quinti e i braccetti, i guardiani del tempio respingono i barbari. Non si fa, non si dice, non si tocca. Una volta il barbaro è De Boer, un’altra volta è Rafa Benitez, una volta si scava la trincea contro Rangnick, un’altra volta per Lopetegui. Per definizione i barbari sono stranieri. Un giorno cade il velo, apri gli occhi, e ti accorgi che sono loro, sono sempre gli stranieri che ti battono. Quando pure riescono a passare la dogana e arrivano in serie A, al primo intoppo gli rimproveriamo che devono ancora capire bene il calcio italiano. Devono ambientarsi. Loro.
Siamo rimasti a girarci tra le mani l’idea che siamo noi, siamo noi, i campioni di qualcosa siamo sempre noi. La prosopopea del nome Italia. Ma il nome da solo non ti salva più. Il pugilato americano, il paese che ha dato al mondo Muhammad Ali, Marvin Hagler, Ray Sugar Leonard, e gli altri metteteli voi – il pugilato americano non vince un oro olimpico maschile da vent’anni. Ma vince con le donne – arrivate con la foga di chi scala e preme ai portoni, non la pigrizia di chi si barrica e conserva. Viene in mente allora quel Rocky Mattioli emigrato in Australia da Ripa Teatina, campione mondiale dei medi jr verso la fine degli Anni Settanta. Quando gli chiesero quale fosse il suo segreto, rispose eh il segreto, il segreto, il segreto è tirare li cazzotti.
Il fatto è che oggi per tirare li cazzotti non basta il pugno pesante, devi chiedere ogni tanto consiglio a uno specialista del sonno, devi sapere che una deglutizione atipica incide sulla schiena e che dalla dentatura dipendono i quadricipiti. Casomai dovesse arrivare stamattina uno a dirlo, lo prenderemmo per matto. Un barbaro. La boxe è semplice, il calcio è semplice. L’importante è non fare sesso, no? Solo che a forza di respingere i barbari, a forza di fare i guardiani del tempio, nel tempio rimane sempre tutto uguale, nessuno dà aria alle stanze, un giorno ti svegli e vedi che sono cresciute le ragnatele. Così la colpa è sempre dell’ultimo custode.

IL GIOCO E IL CITTI
I pensieri intorno al calcio vanno così. Il risultato riscrive le convinzioni. Oggi è perfino possibile rimproverare Spalletti per aver portato in Nazionale quel che gli avevamo chiesto di portare. Delle idee. Deve trasformare l’Italia in un club, gli dicevamo. Ma stamattina ha una testa da allenatore, e non da cittì.
| Fabrizio Roncone sul Corriere della sera: “Il cittì ha un’alta considerazione di sé, e la merita (o meritava, obietterà qualcuno). Comunque: quando arriva alla guida della Nazionale si accorge di avere a disposizione un materiale umano a dir poco modesto. Non ha giocatori di rango internazionale (a parte Donnarumma). Non ha uomini di personalità ed esperienza. Non ha fantasisti. Non ha centravanti. Deve scegliere tra quel pochissimo che offre il nostro campionato. Però invece di immaginare una squadra che giochi un calcio semplice, accessibile, dignitoso, decide che la strada migliore sia quella di metterci del suo. Cioè, più o meno, pensa: questi ragazzi li miglioro con le mie visioni. Non è presunzione: è Spalletti. Walter Sabatini, amandolo, sostiene che è un «dirimpettaio della follia». Perché il calcio di Spalletti è sempre stato un meraviglioso miscuglio di puro genio tattico e di pignoleria prossima all’ossessione“.
| Perfino il sequestro della playstation stamattina assume un’altra luce. Ne scrive Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport: “Piuttosto che requisire playstation e imporre regole rigide, forse il ct avrebbe dovuto coltivare di più la leggerezza e dotare il branco di qualche leader in più”. È il pallone, bellezza, e tu non puoi farci niente. Garlando trova che “qualcosa è andato storto nella preparazione a Coverciano. L’infortunio di Barella probabilmente c’entra. Ieri eravamo vuoti e fermi. L’Italia di Spalletti è apparsa subito triste, poco empatica. Ieri, dopo il disastro, in pochi ci hanno messo la faccia. dopo l’imbarcata con la Spagna, quando ha dovuto riequilibrare la squadra, forse si è reso conto che uno scoglio come Locatelli, più simile a Rodri che a Jorginho, gli avrebbe fatto comodo. E, davanti ai dribbling di Yamal e Williams, forse ha sospettato che un Politano e un Orsolini, capaci di saltare l’uomo, come quasi nessuno dei 26, avrebbero aiutato un’Italia incapace di avvicinare la porta”. Immaginare di sovvertire l’Europa con Locatelli, Orsolini e Politano è possibile solo stamattina. Dopo le convocazioni prevaleva il giudizio che nessun fenomeno fosse rimasto a casa.
| Maurizio Crosetti su Repubblica dice che “la vera anomalia è stata la coppa di tre anni fa, non questa pena. Siamo scivolati ai margini del continente, figurarsi del pianeta. Non facciamo tre passaggi di fila. Non abbiamo diamanti gettati per errore nella spazzatura, Baggio o Totti lasciati a casa. C’è proprio poco, e qualcosa si è perso per strada tra infortuni e squalifiche. Nemmeno per un minuto si è avuta l’illusione di esistere: una squadra di peluche, lenta, sgangherata, vittima di errori elementari e vuoti mentali che in campo hanno prodotto voragini. ci chiediamo come lo abbiano speso gli azzurri e il loro condottiero in questo mese e mezzo di ritiro: a girare spot a caccia di prosciutti o strappandosi il telecomando? Ora sì che dovranno litigarselo, seduti sul divano. Ma se Spalletti ha avuto poco tempo, ora usi un po’ meglio quello che ha davanti.
| Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, dice che “siamo stati incapaci di calcio. Il principale responsabile di questa disavventura è Spalletti, se non lo scrivessi vorrebbe dire che non lo stimo. Non posso pensare che in Germania fosse lucido, il vero se stesso: il ruolo di ct l’ha coinvolto emotivamente al punto da fargli sprecare gran parte del talento che possiede. Ha fatto, disfatto, mandato al massacro una quindicina di zombie, Anche i vertici della Lega dovranno guardarsi allo specchio e farsi causa: i presidenti di club hanno riempito le loro squadre di stranieri, azzerato la figura del direttore sportivo, affidandosi agli intermediari dedicati il cui interesse è fare soldi, e adesso lottano per il ritorno delle agevolazioni fiscali a chi arriva da fuori”.
| Matteo Pinci, ancora su Repubblica, ricorda che “il primo a fiutare l’aria era stato Roberto Mancini. Dicono che ai fedelissimi un anno fa confessasse: «Questa squadra rischia di non andare nemmeno all’Europeo». Ora che dall’Europeo è stata buttata fuori, presa a pallate dalla Svizzera, non possiamo non pensare che per l’Italia sia la cronaca di una morte annunciata. Il progetto è nato zoppo. il matrimonio nasceva sulle ceneri tumultuose dello scudetto del Napoli: De Laurentiis annunciava di voler impugnare accordi, esercitare clausole, chiedere soldi. Prima di ufficializzare il matrimonio tra Spalletti e la Nazionale si attese il 1° settembre per ridurre pretese e clausole. Prima di scoprire che erano solo minacce. La carbonara la puoi fare se hai uova, guanciale e pecorino. Se hai solo aglio e poco olio devi cambiare ricetta. E no, lui non l’ha capito”.
| L’analisi di Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio è molto condivisibile: “”Verrebbe perfino voglia di scrivere non della nostra ma di quella nazionale che Yakin ha fatto maturare nel tempo fino a trasformarla in una squadra di club. Un passaggio va comunque sottolineato, quello del primo gol, made in Bologna. Nel campionato scorso la squadra di Thiago Motta aveva segnato una rete all’Olimpico contro la Roma (3-1 per i rossoblù) in fondo a un’azione con un palleggio durato oltre un minuto e mezzo attraverso 35 passaggi senza interruzione. Bene, la Svizzera ha iniziato l’azione dell’1-0 al 34’53” e l’ha conclusa al 36’20”, un minuto e 27 secondi, con 31 passaggi di fila e a quel fraseggio che ci ha fatto girare la testa hanno partecipato tutt’e tre i bolognesi, Aebischer, Ndoye e Freuler, che l’ha conclusa con un colpo da campione. Noi abbiamo assistito”.
IL PRESIDENTE GRAVINA
| La notizia è che i giornali del gruppo Cairo hanno mollato Gravina. Daniele Dallera, responsabile delle pagine sportive sul Corriere della sera, critica non solo il cittì [“Parla troppo. Una abbuffata di pensieri e di concetti, di idee, con un linguaggio che stordisce e ti fa domandare: «…ma cosa vuole dire…». Ieri dopo la figuraccia è stato stranamente chiaro: «La responsabilità è mia». Un uomo provato”], ma anche il vertice della federazione, sebbene non faccia il nome di Gravina, la guida di un movimento “che non vede il Mondiale per due edizioni, sbattuto fuori dall’Europeo al primo test vero. Una volta si parlava di Corea per definire un fallimento, adesso diventerà di moda la Svizzera. Con tutto il rispetto per le dimensioni di una presidenza come quella degli Stati Uniti, si discute molto di Biden, se sia ancora all’altezza della situazione e dell’alta responsabilità. Beh, qui se si parla di calcio italiano, di lucidità se ne vede poca: senza andare tanto lontano, alla Casa Bianca, ma restando nei Palazzi del nostro Pallone, una riflessione corale è necessaria”.
| Anche Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport, assume una postura severa e inedita verso la presidenza della federazione. “Dopo la sconfitta con la Macedonia del Nord che cancellò l’Italia dal torneo in Qatar non successe nulla. Venivamo dall’Europeo vinto a Wembley. E sotto quell’ombrello la Federcalcio si riparò dalla grandine. Oggi non è più possibile. Sono rimasti i tanti problemi strutturali e alle spalle non abbiamo un trionfo come avevamo allora, ma un altro disastro sportivo”. Vedi cosa succede, a non criticarli mai.
| Fabrizio Roncone si chiede: “Dov’è il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina? Che pensa di questo disastro, di questa nostra crisi abissale? Lo sa, presidente, che adesso è purtroppo anche legittimo farsi assalire dal dubbio che a Londra, tre anni fa, vincemmo solo per una generosa botta di benevolenza — chiamiamola così — del destino? Ma Gravina non parla. L’hanno visto andare via con il ministro per lo Sport, Andrea Abodi”.
| Paolo Brusorio su La Stampa crede che non accadrà nulla di barbarico, i barbari fanno ‘ste cose strane, si dimettono quando si accorgono che non riescono più a gestire una crisi, oppure non riescono a dare un indirizzo, o semplicemente cominciano a perderne tante. Nulla di barbarico, sarà tutto molto italiano: “Oggi il presidente federale Gravina – scrive Brusorio – ci dirà che c’è un progetto mondiale: del resto nessuno come lui sa come si gestiscono i fallimenti rimanendo al proprio posto”.
| È quella che Aldo Cazzullo – ancora Corriere della sera – chiama crisi morale. “Non è certo la prima spedizione fallimentare del calcio azzurro. Da cronista, oltre alla splendida vittoria del 2006 (nello stesso stadio di ieri), mi è capitato di raccontarne tre: Corea 2002, Sud Africa 2010, Brasile 2014.Ma erano comunque squadre interessanti: in Corea eravamo fortissimi, c’erano Maldini, Nesta, Vieri, Totti, Del Piero; e anche le altre volte c’erano comunque personaggi di spessore da raccontare. In questa squadra chi c’è? Non è solo un fatto tecnico (l’unico giocatore di sicura classe internazionale è il portiere). C’è anche il fattore umano. Nello sport moderno, o sei baciato dagli dei come Messi, oppure per diventare non dico un campione ma un atleta di valore devi costruirti anche come uomo: carattere, coraggio, forza morale; vivere con gli occhi aperti e le orecchie dritte, imparare le lingue straniere, aggiornarti sul tuo sport, forse addirittura leggere un libro. Non bastano tatuaggi, milioni, procuratori, veline, auto sportive e scommesse on line (se Fagioli fosse arrivato pronto, se in mezzo ci fosse stato Tonali…)”.
| Giulia Zonca su La Stampa disegna un interessante quadro quasi antropologico del calciatore italiano: “La Svezia, la Macedonia, la Svizzera: ormai le Coree sono troppe per essere contate, si cumulano in un unico blocco che è l’Italia. All’uscita, invece di compulsare il telefono come all’entrata, impugnano il beauty case di ordinanza, il feticcio a cui si appende ogni giocatore, il Sacro Graal di qualsiasi carriera dentro il football. Non è con le espressioni che si capisce lo sport. Spesso chi pare spaventato è solo concentrato, chi ride si dà una posa, però l’indifferenza, quella, non la simuli. Te la porti addosso, ti casca sul volto. Dalla notte di Wembley, solo noncuranza. E beauty case. Non vanno nemmeno bene insieme”.
Venga via, Spalletti. Cosa le importa. Che ci fa ancora lì. Domani c’è il calciomercato.
BINOCOLI
L’ITALIA VISTA DALL’ESTERO
| “Il nulla azzurro” lo chiama L’Équipe, dove Mélisande Gomez scrive che “respingendo tutto ciò che si avvicinava alla sua porta, Gianluigi Donnarumma è stato l’inganno di questo Europeo, il giocatore che ha fatto sembrare l’Italia una squadra perbene. Senza di lui la Nazionale avrebbe pareggiato contro l’Albania, avrebbe perso 7-0 contro la Spagna e 2-0 contro la Croazia: sarebbe stata eliminata al primo turno, al suo livello. Ma avrebbe così evitato una serata umiliante contro la Svizzera, dove gli azzurri completamente slavati non avevano né piedi, né gambe, né testa. Hanno finito con la testa abbassata, probabilmente chiedendosi come siano potuti cadere così in basso. Le ragioni esistono. La triste constatazione è la stessa dal 2010, quando l’Italia, detentrice del titolo, fu ingloriosamente eliminata al primo turno dei Mondiali: il Paese, pur essendo una terra di calcio e pur avendo uno dei palmarès più belli della storia, non produce più fuoriclasse. Contro la Svizzera la mancanza di qualità tecnica è stata ancora una volta evidente e non resta che la scuola dei portieri da tenere d’occhio”.
Gomez fa notare che in squadra c’erano tre giocatori della Roma [Mancini, Cristante ed El-Shaarawy] arrivata sesta in serie A, Fagioli rimasto fermo tutto l’anno, “e questi tentativi mostrano chiaramente la mancanza di soluzioni nel panorama di Luciano Spalletti. Per far crescere grandi giocatori, il calcio italiano soffre della mancanza di infrastrutture, di una cultura eccessivamente tattica che limita i talenti e della mancanza di interesse da parte della maggior parte dei club a investire realmente nella formazione di calciatori”.
| Nella sua analisi per The Athletic, James Horncastle spiega che “l’Italia ha senza dubbio avuto risultati ben peggiori della sconfitta per 2-0 contro la Svizzera. Non passerà all’ignominia come la Corea nel 1966 o, più di recente, la Macedonia del Nord nel 2022. Ma che dire delle prestazioni in Germania? La timida e insipida prestazione all’Olympiastadion è stata pessima. Ma è stata pessima come quella contro la Spagna a Gelsenkirchen? La forma fisica è stata senza dubbio un problema per gli azzurri. Ma che dire della strategia, un punto forte di questo allenatore? Ogni volta che l’Italia giocava, sembrava la prima volta”.
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