Parole di strada, tappa-6: i panini di Lioni per protestare contro le buche

 

Da Potenza a Napoli

Tre volate felici nelle prime cinque tappe potrebbero non essere abbastanza per Mads Pedersen, il danese che ha vinto in tutti i giorni della settimana: cinque volte di lunedì, tre di martedì, quattro di mercoledì compreso ieri a Matera, nove di giovedì, 13 di venerdì, 16 di sabato, 28 di domenica. Quando sulla prima vera salita gli toglieranno la maglia rosa, si infilerà dentro la meravigliosa ciclamino chissà per quanto, probabilmente fino a Roma  – se avrà voglia di arrivarci. Non oggi, il viaggio da Potenza a Napoli è ancora adatto ai velocisti. Ma la prossima volata s’annuncia fra una settimana. L’anno scorso furono in tre a vincere almeno tre tappe in tutta la corsa: il belga Tim Merlier, l’antropofago Tadej Pogacar e il pistard Jonathan Milan convertito alla strada. 

Per il quarto anno consecutivo il Giro arriva a Napoli, stavolta lo fa nel mezzo di uno sciame sismico brutale nella zona occidentale dei Campi Flegrei – che non è un Altrove, non è chissà dove. Spesso le notifiche dicono: scossa avvertita pure a Napoli. Eh: certo. Sui Campi Flegrei siedono Bagnoli e un pezzo di Fuorigrotta. Tanto che la fermata della metro per andare allo stadio si chiama così. 

In quattro anni il Giro è arrivato a Napoli da strade diverse. La più suggestiva fu proprio quella che oggi trema, la strada sdraiata sull’Averno che porta agli inferi e alla casa di Lucifero, le strade della Sibilla: Monte di Procida, Lucrino, Pozzuoli, e poi Bagnoli, Nisida, fino a risalire Capo Posillipo e scendere verso via Caracciolo. 

Quest’anno il giro del Giro è differente – altrimenti sarebbe stato un gran casino. Thomas De Gent ha vinto nel 2022, Mads Pedersen nel 2023, Olav Kooij nel 2024, la versione 2025 del percorso è più sbilanciata verso le ruote veloci. Le salite non sono così dure come due anni fa, quando Mark Cavendish volle dar torto a Goethe e finì per morire [metaforicamente] prima di vedere Napoli – e non dopo. 

Con i suoi 227 km è la tappa più lunga dell’intera corsa, più paragonabile a una classica – dicono quei fenomeni di Rouleur – che a una tappa di un grande giro. E sebbene affrontate all’inizio, le salite sono abbastanza dure da permettere a una fuga di smarcarsi e prendere il comando

Sulla salita di Monteforte Irpino, negli anni Settanta c’erano addirittura delle utilitarie che non andavano avanti, specialmente se sul portabagagli erano state caricate un paio di valigie, in viaggio verso il fresco delle montagne irpine a Ferragosto. Com’è-come non è, a Rouleur credono che pure oggi finirà per vincere Pedersen – e chi siamo noi per dargli torto. 

 

     

 KM 0  Potenza

  Fabrizia Castrannove era nata nel 1900 a Pietragalla, un piccolo paesino della Basilicata, non molto alta, con braccia e gambe come cotechini e un ventre enorme non si poteva dire una bimba fortunata, mai accettata dalla madre, Emiliana Marrano. A undici anni aveva perso il padre e iniziato a soffrire di epilessia. Nel 1923 si era sposata con un maniscalco, in aperto contrasto con la madre che, alla vigilia delle nozze, l’aveva maledetta. Iniziò così a studiare e consultare libri di magia con accanimento e totale abnegazione. Quasi tutti i giorni percorreva in bicicletta i trenta chilometri fino a Potenza, dove frequentava la grande biblioteca dell’università UniBas Francioso. Inizialmente il suo solo desiderio era vendicarsi della madre, ritorcere la maledizione contro di lei, procurarle del male. Studiò i tarocchi [Riccardo Alberto Quattrini, Ombre nere sulla laguna, Youcanprint]

 

 KM 62  Pescopagano

  Siamo davvero in mezzo a tutto. Sotto di noi l’Ofanto tauriforme che scende in Adriatico e dilaga – scrisse Orazio – come le legioni di Cesare in Germania. Dall’altra parte la valle dell’Ufita, serpeggiante verso Benevento e il Tirreno. Chiedo al ciclista: “Secondo te siamo pazzi a fare questo viaggio a piedi?”. “Ma beati voi! Io lascerei quell’ufficio che mi sta facendo soffrire e verrei insieme a voi. Direi a mia moglie: ci vediamo fra un mese  [Paolo Rumiz, Appia, Feltrinelli]

 

 KM 88  Lioni

  I panini per le buche |  “Sull’esempio dei portuali napoletani, gli abitanti di Lioni hanno oggi contestato il Giro d’Italia. A Napoli era questione di paghe miserabili, a Lioni è questione di miserabili strade, venti chilometri pieni di buche e di sassi. Era giunta notizia, addirittura, che, al passaggio da questo paese (si trova a metà strada fra Potenza e Avellino, perduto fra le montagne dell’Irpinia) il Giro sarebbe stato bloccato. Ma il temuto blocco non v’è stato. I corridori non hanno dovuto assoggettarsi a ore di cattività, come accadde ieri in piazza del Municipio. È stata fermata soltanto la carovana al seguito, per una distribuzione di panini, patrocinata da un ristorante di locale rinomanza, in cambio della promessa di dare rilievo nazionale al problema delle buche, Assaggiati i panini, v’è chi ha perfidamente concluso che è bene che le strade che conducono a Lioni restino come sono. Anche perché, francamente, è difficile ravvisare una ragione valida per cui qualcuno possa decidere di recarsi in tale luogo, anche se fosse servito da autostrade a tripla corsiadi paolo bugialli, Corriere della sera, 16 maggio 1969

 

 KM 129  Atripalda  KM 154 Baiano 

  Il Giro della Campania |  “Vittima della marea e dell’entusiasmo popolare fu Binda: disarcionato dalla sua bicicletta c mandato a sentire coi gomiti quanto era duro il selciato e coperto di fanghiglia.  Sulla strada asfaltata si andò a quaranta all’ora, fino a che, a Sperone un improvviso rallentamento ci avverti che si ricominciava a salire. A Baiano, poi, le schiene cominciarono a piegarsi sui manubri.  Ad Atripalda. Guerra rientra in macchina per togliere un filo di ferro che gli si era attorcigliato ai raggi della ruota posteriore  – La Stampa, 3 aprile 1934

 

 KM 133  Avellino

  A cinque chilometri da Avelino ho chiesto quanti chilometri mancavano all’arrivo. Mi è stato risposto a gran voce: <Pochi!> <Quanti?>. Uno ha detto trenta, un altro quattro. Di solito è bene chiedere queste cose agli uomini investiti .di autorità: ai procaccia postali e ai brigadieri dei carabinieri. Ma questa brava gente ha il torto di voler essere esatta. Si fa ripetere la domanda, ci pensa su, fa qualche calcolo e risponde cominciando con un <ma …> pieno di incertezza. Un vecchierello che era un pugno di rughe e sulla via dopo Cassino, guidando un ciuco carico di fascine, aveva tremato chissà quanto per la vita propria e per quella della bestia messa a repentaglio dalla carovana, solamente a sentirsi chiamare <buon uomo> in tono di interrogazione, levo, sbigottito, le braccia al cielo e si buttò contro la siepe gridando: <Non so niente! Per amor di Dio!>. Al poverino era stato chiesto successivamente da ciclisti e automobilisti in corsa se c’era vicino una fontana, se la discesa era lunga, se le voltate erano pericolose, che si facesse da parte, che tirasse via quel maledetto somaro, se sapesse dire dove c’era un meccanico per biciclette e il nome di un convento sulla montagna. di orio vergani, Corriere della sera, 26 maggio 1927

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