
L’ultimo gesto che ricordiamo di Jannik Sinner su un campo è quel capo posato sulla spalla di Darren Cahill subito dopo la fine dell’ultima partita a Melbourne, quando era certo di aver aggiunto un terzo Slam alla sua giovane collezione. Dava l’impressione di starci bene così, di starci comodo, di volerci restare tanto, se non per sempre. Ancora oggi Sinner non pare essersi arreso all’idea di doversi separare da questo coach insieme così fraterno e così paterno, dice che un anno è lungo, una frase dentro cui si nasconde la fiducia di poterlo ancora convincere a cambiare idea, a fermarsi. Cahill quella sera si sfilò e con un gesto, senza parlare, gli fece cenno vai, adesso è l’ora, ti stanno aspettando, devono darti la Coppa, è tempo che tu vada, non ti voltare indietro. Jannik andò, sollevò la terza grande Coppa e si consegnò alla giustizia, al patteggiamento e alla squalifica di tre mesi che lo attendeva per il caso del Clostebol.
Ora diciamo che senza di lui il tennis ha vissuto dentro una bolla di vuoto e di nulla, con 17 vincitori diversi in 17 tornei. In realtà il suo ultimo Melbourne era già stato vinto senza aver dovuto affrontare e battere un vincitore di Slam. La somma delle posizioni degli avversari affrontati da Sinner dai quarti di finale in avanti faceva 31, la più alta degli ultimi anni tranne che per il suo stesso US Open di settembre, quando era stata di 42, ma quella volta aveva almeno dovuto scavalcare l’ostacolo di Daniil Medvedev.
Non è una colpa, non è una vergogna, non è un caso inedito. A Djokovic sono spesso toccati dei tabelloni così. È solo il segno di un panorama che muta e che in assenza di Jannik dalla scena non ha prodotto figure capaci di imporsi decisamente su tutte le altre. Se saprà farlo di nuovo il Re Peccatore è un dubbio che potrebbe tormentarci a lungo.
Massimo Calandri su Repubblica ha scritto: “Il rovescio incrociato su Zverev, che era sceso a rete. E poi, i pugni stretti per l’emozione. Le braccia al cielo. Gli occhi chiusi, come a fermare il tempo. Era la notte di Melbourne. Stasera, alle 19, le lancette dell’orologio ripartono. Campo Centrale del Foro Italico, Internazionali Bnl d’Italia. Sono trascorsi 104 giorni dalla vittoria nel primo Slam della stagione. Adesso può riaprire gli occhi. Ancora tu, Jannik. E come stai?”.
L’avversario da cui ricomincia si chiama Mariano Navone, viene dall’Argentina, ha 24 anni e occupa la posizione numero 99 al mondo. Ha cominciato a giocare a tennis all’età di 3 perché lo faceva la sua sorellina e l’aveva fatto suo padre. In genere funziona coisì con gli avvocati e i notai. Si fa chiamare La Navoneta perché il cittì del calcio Scaloni ha fatto dare alla Nazionale il soprannome di Scaloneta. Dice che sono stati i challenger a cambiare la sua vita, a insegnarli come si soffre, come si cerca l’alba dentro l’imbrunire.
“Pazzi di Sinner” dice La Stampa nel titolo dedicato a lui, il coach Simone Vagnozzi smentisce le chiacchiere di questi giorni quando afferma che «la pausa non è un vantaggio» – ma un po’ di mani avanti non hanno mai fatto male a nessuno, mentre Stefano Semeraro racconta di “folle in movimento come sul set di un kolossal, cori da curva Sud. Mancano giusto le adolescenti in lacrime che si strappano i capelli e sembrerebbe di essere a un concerto dei Beatles. Invece siamo al Foro Italico e l’one man band è lui. La lontananza brucia l’anima, e il popolo di Jannik, esasperato da 104 giorni di astinenza trasforma ogni passaggio del Divo sul ponticello che collega Centrale e spogliatoi in una mini-woodstock racchettara”.
“Il caso Sinner cala il sipario” titola dalla Spagna il Mundo Deportivo, mentre Carlos Alcaraz dice che il tennis ha bisogno di Sinner, lui stesso ha bisogno di Sinner. Senza Jannik è sbandato. Nike ha preparato delle scarpe personalizzate [lo scrive Sports Illustrated], mentre il signor Eugenio Morrone, maestro gelatiere campione del mondo della specialità, racconta al Fattp Quotidiano di aver creato il gusto Sinner con tonalità rigorosamente arancioni. Meno male.
Javier Sànchez, della nobile schiatta dei Sànchez, su El Mundo racconta che durante i tre mesi di squalifica, Jannik ha rivolto due richieste al suo entourage, ed entrambe si sono chiuse con un no. A marzo voleva andare alla Tirreno Adriatico per vedere l’amico Giulio Ciccone: gli consigliarono di restare a casa. Nel mese di aprile ha tentato di presenziare alla Sei Ore di Imola per accompagnare Antonio Giovinazzi e Alessandro Pier Guidi, anche in questo caso la visita gli è stata negata. “Ci sono dubbi legali su cosa sarebbe successo se fosse stato sorpreso in autostrada mentre il gruppo stava incitando Ciccone, ma ha deciso di non correre quel rischio. Durante la sua sospensione, Sinner ha trascorso la maggior parte del tempo a casa”.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
«Alcaraz mi sembra Federer a 22 anni. Anche Roger era indisciplinato, aveva i capelli biondi, poi è maturato ed è diventato una leggenda. Se vinci quattro Slam, il rigore c’è eccome. Solo ama vivere la vita a modo suo, ha appena 22 anni ed è importante non andare in tilt».
RICCARDO PIATTI intervistato da Federica Cocchi, La Gazzetta dello sport