Il nuovo fenomeno NCAA e il tanking in NBA per sceglierlo al Draft
La squadra di basket di Duke ha un canale YouTube organizzato come una specie di tv privata “perché l’inferno è reale e noi ci siamo dentro” [lo scrive The Ringer]. In questo canale passano regolarmente o a intermittenza degli show con i giocatori, podcast, serie, docuserie, tutto quello che si possa immaginare. La stella fra le stelle dell’ultimo anno di programmazione si chiama Cooper Flagg, il ragazzino che sta facendo impazzire la pallacanestro americana.
Flagg è il miglior giocatore del basket dei college e la probabile scelta numero uno al prossimo Draft NBA. È arrivato all’università con un anno di anticipo all’età di 17 anni e ha giocato perfino meglio rispetto a quanto fosse reclamizzato, “una minaccia tuttofare e ammazzatutto su entrambi i fronti del campo, alla guida di una squadra incredibilmente divertente da guardare. Le squadre di Duke non lo sono di solito. Sono dei colossi, sono di successo, ma raramente sono state belle da vedere per chi non è tifoso”.
Stavolta sì, e la ragione si chiama Cooper Flagg. Intorno a lui c’è un discreto cast di protagonisti, anzi molto molto buoni per essere dei non-protagonisti. Duke ha dominato il torneo NCAA maschile perché sono pieni di talento [Khaman Maluach, Kon Knueppel] anche quando il talento di Flagg trascorre una serata in silenzio.
Le quattro partite della March Madness prima della final four lo hanno mostrato al grande pubblico televisivo. Flagg è stato bestiale. Venti punti, otto rimbalzi e cinque assist di media a partita. Negli ottavi di finale contro Arizona è diventato l’unico giocatore di Duke nella storia ad avere almeno 30 punti, cinque rimbalzi e cinque assist: in una università dove prima di lui hanno giocato Grant Hill, Kyrie Irving, Jayson Tatum, Zion Williamson, Paolo Banchero. Ventiquattro giocatori dell’attuale NBA vengono da Duke. È difficile essere il primo a fare qualcosa con una maglia di Duke.
Flagg l’ha fatto. Ha una lunga carriera davanti, scrive The Ringer ed è la ragione per cui la NBA si sta dando al tanking – perdere di proposito per avere una scelta migliore al Draft. Secondo The Ringer il fenomeno riguarda un terzo delle squadre, non ci sono frenetiche rincorse a un posto nei play-in, anzi, meglio lasciarsi scivolare in fondo al fiume con una evidenza che non si manifestava dai “giorni bui della metà degli anni 2010, quando tanking divenne la parola d’ordine più in voga della NBA e il suo flagello più grande, con i Philadelphia 76ers che sperimentavano sempre nuovi modi per far incazzare l’ufficio del commissioner”.
I giorni del famoso The Process. Tre anni in cui Philadelphia ha vinto rispettivamente 19, 18 e 10 partite. Poi succede che a parte il commissioner si incazzano pure gli dèi dell’Olimpo, ti mandano Nemesi e l’anello non lo vinci lo stesso.
Due settimane fa la lega ha multato gli Utah Jazz di 100mila dollari per aver ripetutamente fatto riposare Lauri Markkanen con l’obiettivo di conservare la peggior classifica della stagione. Nella partita fra l’umile Toronto Raptors e l’ancor più piccolo Washington Wizards entrambi gli allenatori hanno tolto i loro giocatori chiave nel quarto quarto. L’invenzione del play-in ha allargato il campo delle squadre ancora in corsa per qualcosa nelle ultime settimane della stagione regolare ma non ha eliminato il malcostume di quella che The Ringer definisce la parola con la T, impronunciabile dentro gli uffici della NBA. “Ricostruzione estrema è la formula scelta da Adam Silver e i suoi uomini quando rabbrividiscono e vedono le stesse cose che vediamo tutti noi: le manipolazioni della formazione durante una partita, l’improvvisa ondata di infortuni ai giocatori chiave delle squadre, gli sforzi improvvisi per far crescere e dare spazio ai giovani nei mesi di marzo e aprile: tutti fattori che aiutano le squadre a perdere di più, a perdere meglio”.
Quelli che ne sanno dicono che Cooper Flagg può diventare il nuovo Kawhi Leonard – speriamo con meno infortuni. “Nonostante all’inizio della sua carriera Kawhi Leonard fosse un giocatore piuttosto diverso da quello che abbiamo ammirato nei suoi anni migliori, il parallelismo con Cooper Flagg, se riferito al “prime” dell’ex giocatore di Spurs e Raptors, risulta praticamente perfetto. Entrambi sono ali dinamiche ed esplosive, capaci di fare la differenza in entrambe le metà campo con un gioco aggressivo e versatile. Sebbene Flagg sia leggermente più alto di Leonard, le similitudini nei loro stili di gioco sono evidenti. La capacità di impattare il gioco in difesa e offensivamente, unita a una solidità fisica che li rende difficili da fermare, li accomuna sotto molti aspetti” [Dunkest].