Come va a finire il calcio della mescolanza
A proposito. La Nuova Caledonia può sentirsi a 90 minuti dalla qualificazione ai Mondiali. Ha battuto Tahiti per 3-0 e sfida domani mattina la Nuova Zelanda nella finale del torneo d’Oceania. Sono sfavoritissimi, ovviamente, e questa partita viene definita già come “i nostri Mondiali”, un motivo di orgoglio per un calcio locale scosso dalle rivolte dello scorso maggio. Il campionato non è più ricominciato. In dieci giocano in Francia. il capitano Zeoula è dello Chauvigny in Quinta Divisione – e sono arrivati solo tre giorni prima della semifinale con Tahiti. Ma anche in caso di sconfitta con la Nuova Zelanda, resterà in piedi una nuova chance, un play-off di andata e ritorno con un’avversaria di un altro continente
Nuova Caledonia e Tahiti sono territori francesi d’oltremare ma hanno una propria federazione e possono partecipare in modo autonomo alle qualificazioni per la Coppa del Mondo, una situazione viceversa impossibile per la Martinica, la Guadalupa e la Guyana. I due territori beneficiano della loro affiliazione all’Oceania e della loro autonomia amministrativa in materia sportiva. I loro club partecipano alla Coppa di Francia ma anche alla Champions League dell’Oceania. Guadalupa e Martinica sono rigorosamente sotto l’egida della federcalcio francese, ma entrambe possono tuttavia partecipare a competizioni specifiche come la Gold Cup, in quanto membri associati della Concacaf.
I FIGLI DELLE DIASPORE
In effetti il mondo è complesso, anche se è pieno di gente nei palazzi del potere che sta provando a semplificarlo, limando le sfumature e riducendo tutto a due: noi e loro. Chi siamo i noi e chi sono i loro è molto spesso una faccenda dura da determinare. L’Équipe per esempio racconta stamattina dei molti giocatori africani, provenienti soprattutto dal Maghreb – ma non solo – che hanno deciso di giocare nella nazionale dei loro genitori. È un fenomeno apparso parecchio vistoso nelle ultime edizioni dei Mondiali, specialmente con Algeria e Marocco: Bilal El Khannouss è nato in Belgio e venerdì ha segnato il gol decisivo per i suoi contro il Niger. I suoi quando si gioca a calcio hanno la maglia del Marocco.
Anche le nazioni sub-sahariane cominciano a essere toccate dal fenomeno, come la Repubblica Democratica del Congo con Ngal’ayel Mukau e Noah Sadiki, la Nigeria con Ademola Lookman e Ola Aina, il Senegal con Pape Gueye e Assane Diao, la Costa d’Avorio con Guéla Doué. Per un verso, spiega L’Équipe, sanno di trovare più facilmente una via d’accesso per la partecipazione ai Mondiali: il cittì marocchino disse a Bilal El Khannoussi che non lo avrebbe portato in Qatar per testarne il reale desiderio di giocare per il Marocco. Dall’altro “questi giovani vedono i dibattiti sull’Islam e sul Ramadan come ostacoli alla loro fede e come una modalità di esclusione. L’ascesa dei partiti di destra – scrive L’Équipe – radicalizza questo slancio. I discorsi mediatici sono percepito come uno stigma. Le giovani generazioni ne parlano tra loro mettendo in discussione il loro posto nella società. Quando dici a un giocatore della nazionale che non dovrebbe osservare il Ramadan e mandi un membro federazione, un musulmano, a dirgli che ha il diritto di non praticarlo, si crea un attrito perché i giovani calciatori religiosi hanno difficoltà ad accettare questo tipo di discorsi, racconta un agente al giornale francese. Se invece sceglie il paese d’origine, sottolinea, viene presto considerato un eroe.
In Belgio Konstantinos Karetsas, centrocampista 17enne del Genk, ha optato per la Grecia. Chemsdine Talbi, attaccante 19enne del Bruges, ha scelto il Marocco. Il centrocampista dello Standard Liegi, Ilay Camara, 22 anni, ex nazionale Under 21, è tornato al Senegal. Matias Fernandez-Pardo ha preferito la Spagna. Eppure, potremmo immaginare il Belgio, terzo ai Mondiali del 2018, senza Marouane Fellaini e Nacer Chadli [origini in Marocco], Axel Witsel [Francia], Yannick Carrasco [Spagna-Portogallo] Vincent Kompany, Youri Tielemans, Michy Batshuayi o Romelu Lukaku [RD Congo]?