I temi del calcio italiano
È il giorno della Supercoppa, anzi delle Supercoppe. Sono due. C’è quella degli uomini [Inter-Milan] a Riad, Arabia Saudita, il posto dei Mondiali del ‘34, il posto dove 106 calciatrici hanno chiesto con una lettera a Gianni Infantino di non portare più il pallone, gli hanno chiesto di rifiutare i soldi degli sponsor e di uno stato accusato dalle associazioni umanitarie di violazioni dei diritti umani. Eppure si gioca. C’è quella delle donne [Roma-Fiorentina] nello stadio Picco di La Spezia, dove il trofeo venne assegnato già nel 2018. Non ci sono mai state due edizioni di fila nella stessa città, non c’è mai stata una finale in un grande stadio metropolitano di serie A, tutto questo a quasi trent’anni di distanza dalla prima partita giocata allo stadio Belvedere di Bardolino.
La Stampa ricorda che Inzaghi e Conceiçao hanno vinto lo scudetto da compagni di squadra nella Lazio di Eriksson, formidabile laboratorio di calciatori e post-calciatori: sono passati in panchina Roberto Mancini, Sinisa Mihajlovic, Diego Simeone, Matias Almeyda, Dejan Stankovic – per citare solo quelli di maggior successo. Emiliano Tomasini per Sky Sport Insider ha sentito Veronica Boquete della Fiorentina per parlare non solo di calcio, ma della lotta delle calciatrici spagnole contro sessismo, omofobia e patriarcato.
Ci sono state le bombe carta prima della partita, le cariche della polizia a cavallo, il sequestro di armi pronte all’uso prima di entrare allo stadio, le svastiche, l’arresto di un’ultrà laziale. C’è stato intorno al derby di Roma il menù completo delle patologie del tifo italiano e di quel morbo che ogni tanto cova sotto la parola identità.
C’è stato anche un meme che fotografava un tipo somigliante a Hernanes in fila ai tornelli della Curva Sud, accompagnato dalla leggendaria didascalia che dava l’ex 10 laziale nel settore sbagliato. C’è stata tanta Roma nei primi 18 minuti di partita, quanta ne bastava a chiuderla prima di cominciarla, con il quinto derby su cinque vinto da Ranieri e accompagnato da una rissa in campo.
Repubblica chiama tutto questo “il giubileo di Pellegrini” e Matteo Pinci racconta: “Quanto è lungo un anno? Quanto sono lunghi dodici mesi passati a sentirsi un indesiderato, con una città – la tua città – a rinfacciarti la fascia che porti al braccio, di non essere abbastanza romano, di non essere Totti. Né De Rossi. Poi, proprio la notte che quella città aspetta tutto l’anno diventa in un attimo la tua notte, la notte di san Lorenzo. Pensare che Pellegrini non avrebbe nemmeno dovuto giocarlo, questo derby. Ma Ranieri, che quindici anni fa vinse rimontando contro la Lazio togliendo due capitani romani – proprio Totti e De Rossi – stavolta ha vinto facendo la mossa opposta: mettendo in campo il leader romano inviso a tutti da un anno”.
IL PRIMATO DEL NAPOLI Paolo Condò sul Corriere della sera ha scritto che Antonio Conte ormai è “la classica profezia che si autoavvera, perché la fama di rapido costruttore di squadre che lo precede gli spiana la strada nello spogliatoio. Non deve perdere tempo a convincere i giocatori a seguirlo, com’è successo per esempio a Fonseca al Milan, perché lo storico dei suoi risultati li riempie di aspettative, e aderire in toto ai dettami dell’allenatore è l’ovvia precondizione per realizzarle. Semmai può essere stressante dimostrarsi sempre all’altezza di ciò che loro si attendono da lui, ma gli anni sabbatici a questo servono: a ricaricare le batterie. Il Napoli ha vinto a Firenze con spietata bellezza, una squadra di adulti che controlla lo slancio dei ragazzi avversari e li punisce a ogni ingenuità”.