Che ci fa il Giro d’Italia in Albania

|   L’onore va e viene, la vergogna arriva e non se ne va
Proverbio albanese

 

Durazzo. This must be the place. Il Giro d’Italia ce l’ha fatta. Con un bel po’ di ritardo sul previsto e buon ultimo dopo Tour e Vuelta, il signorino in rosa ha annunciato se non altro le prime tre tappe, quella che nella lingua dei pubblicitari da un po ‘di tempo si chiama la Grande Partenza. Il 9 maggio si partirà verso Tirana per una tappa che il libro della corsa, il Garibaldi, definirà movimentata. La seconda giornata sarà dedicata a una cronometro nella capitale [Sky: Larghi vialoni rettilinei interrotta da 1.5 km circa di salita al 6% con brevi punte superiori] e la terza tappa si concluderà a Valona. Giorno di riposo, Puglia, e ripartenza. Il resto, fino al 13 gennaio, sono indiscrezioni: si dice Matera, Napoli, l’Abruzzo, le strade bianche di Siena, il Monte Berico, la Slovenia, Cortina, il Monte Grappa, Bormio, il Tonale, il Mortirolo, il Colle delle Finestre, infine Roma – per omaggiare tutto assieme i Giochi del 2026 sulla neve e il Giubileo del 2025. 

LA POLITICA

Movimentata è stata la trattativa per arrivare fino a questo punto. A inizio dicembre Ultimo Uomo ha fatto uscire un podcast dal titolo Cosa c’entra il colonialismo con il 2025 del ciclismo, tenendo insieme la prima edizione dei Mondiali in Africa [in Ruanda] e la partenza del Giro dall’Albania, a quel tempo non ancora ufficializzata.  Un episodio con gli interventi di Valerio Valentini, giornalista che aveva realizzato un mese prima un’inchiesta sulla partenza del Giro dall’Albania per Il Post, e Alberto Basciani, professore di storia contemporanea all’Università di Roma Tre e autore del libro sull’occupazione italiana dell’Albania, L’impero nei Balcani. Quanto pesa ancora l’eredità coloniale europea, e in particolare italiana, nel nostro presente? si domandava Ultimo Uomo

Il Post aveva parlato di piccolo caso diplomatico tra due governi apparentemente amici, Giorgia Meloni-Edi Rama, in sintonia totale con la costruzione di due centri per la gestione di persone migranti che chiedono asilo in Italia. Su Rai Sport si era parlato per la prima volta di problemi [qui], raccontando come le autorità albanesi fossero irritate per i toni con cui La7 aveva raccontato la questione. Il Post scrisse una quarantina di giorni fa che il governo albanese si era lamentato con RCS Sport, parte del gruppo editoriale RCS Mediagroup di Urbano Cairo, editorie di Gazzetta, Corriere della Sera e proprietario di La7. Fonti del governo albanese, che hanno chiesto di rimanere anonime – scriveva il Post – hanno fatto in particolare riferimento ad alcuni servizi andati in onda su La7 da cui secondo loro emergerebbe un’immagine negativa dell’Albania: per il governo albanese sarebbe insomma paradossale pagare poi questa stessa società, RCS, per avere il diritto di organizzare alcune tappe del Giro

Qualche dubbio deve essere intervenuto anche dentro RCS [per il timore che questa decisione possa generare una reazione negativa in molti appassionati di ciclismo], al ricordo delle controversie vissute quando sei anni fa il Giro partì da Israele. Le diplomazie dei due paesi hanno confermato al Post di essersi dovute interessare al caso, ulteriormente complicato – secondo le ricostruzioni – dalla richiesta dell’Albania di pagare meno dei 7 milioni di euro inizialmente pattuiti. 

Marika Ikonomou su Domani proprio stamattina fa il punto sulla questione dei CPR e parla di un nuovo tentativo fatto dal governo per salvare i centri in Albania, presentati come «soluzione innovativa» per la gestione dei flussi migratori. Forte dell’assoluzione in primo grado di Matteo Salvini nel caso Open Arms e in vista del passaggio di competenza sui trattenimenti dalle sezioni specializzate dei tribunali alle Corti d’appello, la maggioranza ripete a gran voce che il protocollo Italia-Albania funzionerà, che è un modello ed è guardato con interesse da molti stati dell’Unione, e che l’ultima decisione della Cassazione ha dato ragione all’esecutivo. Nei fatti è cambiato poco e il governo cerca di riscattare la propria immagine dopo quasi dieci mesi di lavori di realizzazione del valore di decine di milioni di euro, eseguiti in deroga, per una non meglio specificata urgenza, circa un mese di operatività e nemmeno venti migranti ospitati. L’unico messaggio fuoriuscito dal vertice convocato a palazzo Chigi è il solito mantra: andiamo avanti.

Un sobbalzo straniante si è avuto stamattina alla lettura del titolo all’editoriale di Marcello Sorgi su La Stampa: La corsa per arginare il Capitano. Dove il Capitano è Matteo Salvini dopo l’assoluzione di Palermo, ma la corsa – si scopre con il batticuore alla fine del pezzo – non è il Giro d’Italia. Fiuuu. 

 

Sarà la 14esima partenza dall’estero, la metà sono tutte concentrate negli ultimi 15 anni quando il ciclismo è diventato marketing e business spinto. Fra ‘74 e ‘96 non ce n’è stata nessuna e due delle prima tre partenza fino al ‘74 sono estero senza lasciare la penisola: San Marino e Città del Vaticano

1965 San Marino, 1966 Monte-Carlo, 1973 Verviers in Belgio, 1974 Città del Vaticano, 1996 Grecia: Atene, 1998 Francia: Nizza, 2002 Olanda: Groningen, 2006 Belgio: Seraing, 2010 Olanda: Amsterdam, 2012 Danimarca: Herning, 2014 Nord Irlanda: Belfast, 2016 Olanda: Apeldoorn, 2018 Israele: Gerusalemme, 2022 Ungheria: Budapest, 2024 Albania [come andarono le tappe su Bicisport]

LA MADRE DI CASSANI

Ricordo che quando uscì la notizia della grande partenza a Gerusalemme la prima a chiamarmi fu mia madre: «Davide, non ti ho mai chiesto nulla, mi porti con te a vedere la partenza del Giro?». Non potevo dirle di no, partimmo io, mia mamma ed il parroco di Solarolo, Don Tiziano che ci ha guidato per una giornata intera alla scoperta di Gerusalemme. La conosceva quasi come Solarolo– di davide cassani, La Gazzetta dello sport

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LE BICICLETTE IN ALBANIA

Emanuele Peri su Bicisport offre un panorama del ciclismo in Albania, uno sport non così comune, dice, “calcio e lotta sono gli sport di riferimento, quelli più seguiti. Non sono mai esistiti campioni albanesi nel mondo della bicicletta, ma da qualche parte bisognerà pur partire. Fece molto scalpore quanto accaduto ai campionati nazionali lo scorso anno con Ylber Sefa, terzo classificato nella prova in linea, ha denunciato una serie di scorrettezze dei suoi avversari

«Avevo un minuto di vantaggio su tutti gli altri e mancava un giro e mezzo alla fine – disse Sefa a Wielerverhaal – C’erano lunghi rettilinei e dietro di me non c’era nessuno, dopo pochissimo me li sono ritrovati a ruota. Si sono attaccati a un’automobile dell’organizzazione. Nel gruppo che è rientrato c’era anche un corridore che al secondo passaggio in salita si era piantato. Diverse persone mi hanno detto che lo hanno visto nascondersi in un bosco per poi riapparire in testa alla corsa. Ha poi chiuso al secondo posto e i suoi dati su Strava sono spariti».

Bicisport ricorda che nel World Tour e nella categoria Professional non ci sono corridori albanesi e il Paese occupa il 102esimo posto del ranking UCI su 132.

 

PAGINE Fino a qualche anno fa chi desiderava utilizzare la bicicletta in Albania sentiva solo commenti negativi, mentre oggi è ancora dura ma certamente fattibile. Preparatevi a percorrere strade in pessime condizioni (comprese fogne a cielo aperto), strade che non si possono chiamare tali (per esempio, la strada tra Boga e Theth) e automobilisti che vi spingeranno pericolosamente oltre il ciglio, magari in corrispondenza di un burrone. Shkodra è una delle poche località in cui vedrete la gente del posto viaggiare in bicicletta. – di marika mcadam, Balcani occidentali, Lonely Planet

 

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Roglic non vede l’ora di correre Giro e Tour

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 ➣  Potesse tornare indietro alla Planche des Belles Filles, al Tour 2020, quando Pogacar le tolse la maglia gialla all’ultima crono, cosa cambierebbe? 

«Nulla. Un secondo posto al Tour è un risultato eccezionale per chiunque faccia questo sport. Non voglio dire però che vincere il Tour de France non sia il mio più grande sogno. Finché correrò, lo avrò».

 ➣  Si parla molto dell’utilizzo del monossido di carbonio da parte di alcuni team, tra cui quello di Pogacar e la sua ex squadra, la Visma. Cosa pensa? 

«Quando correvo nella Visma, ho fatto in tutto due inalazioni: servivano come test sull’emoglobina per capire l’efficacia del lavoro in altura. Niente di più». – intervista di cosimo cito, Repubblica

LETTURE

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