La solitudine dei velisti alla Vendée Globe

Cosa resta della tradizione e com’è cambiata la regata più folle

ACQUE

Ogni cosa è esagerata, qui nella Vandea dei tre milioni di anatre e delle 1.500 tonnellate di fegato grasso prodotto all’anno. Ogni cosa è esagerata, in questo pezzo di Francia così piatto per quanto è mossa la Bretagna, una terra consegnata dalla Storia alla conservazione, ma dove ha chiuso la sua carriera di ciclista Sagan il rivoluzionario. Sono esagerate pure le tre S di Solitario, Senza Scalo e Senza Assistenza che si accompagnano e anzi definiscono la regata più folle che esista al mondo, una specie di giro del mondo che come le Olimpiadi si può tenere solo una volta ogni quattro anni. Venticinquemila miglia, una sfida estrema senza eguali. È una rotta al limite della follia, questa della Vendée Globe: dalla Francia, giù per l’Oceano Atlantico, le Azzorre, il Capo di Buona Speranza, dritti verso la Nuova Zelanda, poi Capo Horn e il Punto Nemo, il punto più lontano (2800 km) da qualsiasi terraferma, dove gli uomini più vicini sono gli astronauti della stazione spaziale internazionale, e poi la risalita, fino al ritorno in Francia. 

Per dare l’idea di cosa sia, Formula Passion ha raccontato che nella storia fino ad oggi ci sono stati più astronauti nello spazio che marinai che hanno circumnavigato il globo in solitario su una barca a vela. La tecnologia aiuta in molti aspetti, ma gli skipper hanno bisogno di arte marinaresca, muscoli, fatica e sudore per governare queste barche.

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ESSERE SOLI

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Se la Roubaix in bicicletta è l’inferno del Nord, la Vendée Globe in mare è un inferno e basta. Attraversa le onde alte come palazzi, passa accanto agli iceberg, lotta contro il vento a 80 nodi. È fatta per gli avventurieri e i poeti, come Simone Bianchetti, che scriveva rime e memorie (L’enigma religioso dell’estuario, Poemetti furiosi di un navigatore, I colori dell’Oceano) e che fu il primo italiano a finirla. La Vendée è fatta di muri d’acqua che si abbattono sulle prue e di barche che si piantano nell’acqua. È fatta di imprese disperate e gesti di speranza, come quando nel 2008 Yann Eliès si ruppe il femore al largo delle coste australiane e Marc Guillemot deviò per portargli assistenza, che andassero a quel paese i notai del regolamento. 

Vent’anni fa, quando la cultura digitale si era già manifestata, Carlo Marincovich su Repubblica scriveva: Il ricordo che si ha di questa regata nasce quasi sempre dalla cronaca nera. È affondato Tizio, ha disalberato Caio, è disperso Sempronio. Se non fosse per questo e tanti altri casi del genere (la Autissier alla quale portarono un albero di ricambio in aereo su un’isola deserta) la Vendee resterebbe un mistero: una regione della Francia e basta. Viviamo nell’era delle telecomunicazioni, di Internet e delle telecamere grandi come un dito ma di questa benedetta Vendee non sappiamo quasi niente. Hai voglia a cliccare su Internet come ti raccontano: trovi le classifiche, trovi le previsioni del tempo quasi sempre catastrofiche, trovi le biografie dei concorrenti e poi trovi quintali di roba sugli sponsor. Ma della vita di laggiù, di come stanno soffrendo ragazze e ragazzi, anziani e giovani votati tutti a questa sconfinata passione per la vela, niente. Manco una bella cartina per sapere almeno dove stanno soffrendo. Siamo rimasti ancora alla vecchia navigazione: longitudine, latitudine ma poi se nel cassetto della scrivania non hai una carta nautica delle isole Kerguelen, sei fritto

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Qualche anno fa Isabelle Joshke ha detto a Stern di aver dormito 2 ore a notte. In genere gli skipper non vanno mai oltre le cinque di sonno nell’arco di una giornata, ma suddivise in una serie di brevi pisolini di 20-30 minuti. Nei momenti più tirati della gara, ci sono velisti che studiano il ciclo del sonno degli avversari per muoversi mentre dormono. Due anni fa Alex Thomson alla Route du Rhum, a poche miglia dall’arrivo, quando era al largo delle coste dell’isola di Guadalupe, finì contro gli scogli buttando la vittoria perché non sentì la sveglia. La sveglia – per modo di dire – era un orologio che trasmetteva scariche elettriche al polso. Non avvertì nemmeno quelle.

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Chi parte da Les Sables-d’Olonne, promette di non farsi aiutare in qualunque pezzo di mare capiti di aver alzato le vele. La faccenda un tempo era più rigorosa, ora capita che ti chiami Clarisse Crémer e ti fai mandare degli screenshot da tuo marito Tanguy Le Turquais. I due sono finiti quattro anni fa sotto indagine, prima che non fosse riscontrata per nessuno dei due alcuna cattiva condotta.  Fu il caso che all’ultima edizione costrinse questa regata nata nel 1989 a fare i conti con la nozione di assistenza: chi siamo, dove andiamo, a che ora si mangia. Con l’ampliamento delle possibilità di comunicazione a disposizione dei navigatori di tutto il mondo, si sono aperti nuovi ragionamenti sugli aiuti da remoto. Lo skipper svizzero Oliver Heer, iscritto a questa edizione con Tut gut, è stato sua volta sospettato di aver chiesto assistenza, nel suo caso psicologica, durante la Transat CIC della primavera scorsa. Aveva chiamato il suo mental coach in un periodo di difficoltà, forse potrebbe dirsi di pericolo. Anche lui è stato scagionato, ma dice L’Équipe che senza assistenza è ormai diventato solo uno slogan di marketing. Esiste la teoria delle regole, esiste la realtà del mare. «Basta non esagerare» avverte Tanguy, aprendo uno squarcio di soggettività in un patto che un tempo era prima di tutto morale. 

Succedono anche piccoli miracoli commoventi, come quella volta che dopo circa 22.000 km in mare, cinque barche si incontrarono tutte insieme nell’Oceano Indiano, evento più improbabile che raro. 

ANACRONISMO? MMM

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Lo spirto della Coppa America s’è infiltrato pure qui. Lungo il pontone che ospita le quaranta barche prima della partenza, con le sagome degli skipper in cartonato davanti a ogni scafo e i loro volti su certe finte vele issate, ogni giorno migliaia e migliaia di visitatori vanno al villaggio a vedere come son fatte le chiglie e le vele, gli organizzatori stimano che alla fine dei quindici giorni saranno stati quasi tre milioni. Sono i gusci che andranno per gli Oceani lasciandosi a sinistra i tre grandi capi, ma dire gusci ormai è solo un’altra esagerazione. Al ribasso.

Nella scorsa edizione sono apparsi pure qui i monoscafi di nuova generazione, quelli capaci di volare sulle onde, i lucertoloni che però si portano dietro tutte le incognite sull’affidabilità. Trenta nodi, 55 km orari, si parla ormai anche qui di foiler, per via delle appendici ricurve poste su ciascun lato del ponte, quelle che permettono alle macchine di sostenersi e volare sopra le onde a seconda della forza del vento e dello stato del mare.

Due minuti dopo l’una del pomeriggio, in punto, nella giornata di domenica venticinque dei quaranta velisti solitari prenderanno il via così, altre quindici sono barche a deriva, di cui undici di nuova generazione. I pozzetti sono quasi tutti chiusi, l’ergonomia è stata ridisegnata, le prestazioni ovviamente sono aumentate. Dopo il periodo dei pionieri, le flotte sono in preda a una mutazione genetica.

Tutti i velisti concordano sul fatto che i foiler hanno fatto compiere un passo avanti in termini di risultati. Non necessariamente nella velocità pura ma nella capacità di mantenere medie più alte nel tempo. Vanno più veloci dal 10 al 15%. Con certi vecchi modelli Imoco era complicato raggiungere i 30 nodi sottovento. Qui vengono sorpassati regolarmente, si va meglio anche di bolina. La barca è più facile da condurre. Picchia forte tra le onde, ma ci sono meno stalli e meno decelerazioni improvvise. Resta il rischio di una rottura legato a collisioni con qualche oggetto galleggiante non identificato. 

L’ITALIANO

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Quaranta navigatori solitari. Vengono da Cina, Giappone, Regno Unito, Germania, Svizzera, Belgio, Ungheria, la maggior parte – ventisette – dalla Francia, e c’è un italiano. Si chiama Giancarlo Pedote, fiorentino, 40 anni, laureato in filosofia. Ha colorato di bianco rosso e verde i foil della barca che porta il nome del suo storico partner Prysmian. È alla sua seconda partecipazione, quattro anni fa concluse ottavo, a 19 ore di distacco dal vincitore. Pedote immagina stavolta di doverne trascorrere in mare ottanta.

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«Questa regata – ha detto all’ANSA – è sport, resistenza, competizione, ma anche avventura, solitudine, conoscenza di se stessi, capacità di concentrazione nelle condizioni più difficili, come nei mari del sud dove l’aria è ghiacciata e gli albatros ti volano sulla prua. Significa staccarsi da tutto, dalle proprie abitudini, dagli affetti più cari, e fare i conti con sé stessi e con il mare, in un viaggio che dura diversi mesi e che ti mette a nudo in ogni senso. È una prova fisica e mentale, ma anche emotiva: essere lontano dalla mia famiglia, da mia moglie e dai miei figli, è la parte più difficile. Ma loro sono sempre con me e sono la mia forza quando le cose si fanno dure. In mare non si è mai veramente soli».  Quando Pedote guarda i foil degli altri, le barche di ultima generazione, le nuove linee, e i design, e tutto, non può fare a meno di pensare che la sua barca è del 2016, anche se certe modifiche strutturali hanno ottimizzato le prestazioni, e le performance sono cresciute di un 20-30%. Spera. 

LE DONNE

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Quasi un quarto di secolo dopo il secondo posto di Ellen MacArthur nel 2001, la britannica Samantha Davies di 50 anni e la svizzera Justine Mettraux di 38 hanno tutte le caratteristiche per salire sul podio di questa edizione. Così dice L’Équipe, che trasmette le regata dalla sua catena tv e ieri ha dedicato uno speciale di otto pagine al fenomeno, non solo alla gara. Stamattina ce ne sono altre due. Dalla Vendee Globe del 1996-1997, sono dieci le donne che hanno completato la gara. Quattro anni fa alla partenza si presentarono in sei. 

CHI VINSE NEL 2021

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Charlie Dalin fece davvero il giro del mondo in 80 giorni. Più 6 ore, 15 minuti e 47 secondi. Tagliò la linea del traguardo per primo ma non ha vinse. Per la classifica finale c’è tutto un sistema di compensazioni dei tempi e grazie al riaccredito il primo posto venne assegnato a Yannick Bestaven, skipper di Maître Coq IV, arrivato sulla linea in terza posizione alle 4.19 e 46 secondi del mattino, dopo 80 giorni 13 ore 59 minuti e 46 secondi di navigazione effettiva. Tra lui e Dalin, a mezzanotte e tre quarti, era arrivato Louis Burton.

Bestaven è nato nel 1972 a Saint-Nazaire e vive La Rochelle. Era andato alla Vendée Globe per la seconda volta con il suo monoscafo Imoca da 60 piedi (18,28 metri) costruito nel 2015. 

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«Ho l’impressione di vivere in un sogno, di avere delle allucinazioni – disse Yannick Bestaven al suo arrivo – passiamo dalla solitudine totale alla festa. Non ho ancora capito cosa sta succedendo. È un sogno d’infanzia. Ho sempre creduto nelle mie possibilità perché sentivo bene la barca. Ero fiducioso. Avevo immaginato tante cose e ne ho vissute molte altre. È una cosa andata oltre le mie aspettative». 

Le Monde raccontò che nel 2008 Bestaven aveva deciso di dotare la sua barca a vela di un sistema da lui creato, un dispositivo che produce l’energia elettrica necessaria al corretto funzionamento. Questo generatore è adesso montato su tutte le barche al via della Vendée Globe. Bestaven era passato per primo a Capo Horn, poi era rimasto bloccato in una zona senza vento e aveva visto i suoi avversari saltargli addosso e sorpassarlo. Scoraggiato, quasi sconvolto – raccontò Le Monde – aveva dato l’impressione di volersi arrendere.

Sua sorella Emma – fisioterapista – lo descrisse come «un uomo audace, intelligente ed epicureo». Yannick è padre di due figli, ama i momenti di festa,  «essere circondato da amici e famiglia, ama la bella vita». 

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