La vendetta di Pogacar sul Galibier

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La cosa più affascinante di tutte è provare a capire quale fosse l’urgenza di liberarsi della maglia gialla il lunedì, per andare con la stessa urgenza a riprendersela martedì. Per entrare nella psicologia di Tadej Pogacar e della sua furia sulle Alpi, bisogna forse considerare che su questa montagna aveva subito una sconfitta irritante da Jonas Vingegaard, prima di affondare definitivamente sul Col du Granon. Per riconsacrare lo sconsacrato Galibier, voleva dunque la doppia impresa, tappa e maglia, non c’era gusto forse nel difenderla, vuoi metterla con il piacere di strapparla a qualcuno? 

Così stamattina Alexandre Roos su L’Équipe può dire che Tadej si è riconciliato con il Galibier, con le sue feroci mascelle di pietra, le sue lingue di neve come rivoli di melma, dove era stato schiacciato due anni fa dai Jumbo. La pendenza non era la stessa di martedì, ma non importa.

Vingegaard è riuscito a rispondere al primo attacco a 800 metri dalla vetta, non al secondo, una pugnalata che lo ha trafitto 400 metri più avanti. Non è saltato – questo è il merito del danese – mentre Pogacar continuava a martellare, a spaccare l’aria a colpi di spalle, muovendosi, frenetico come i cagnolini che si mettono sul pianale posteriore delle auto, per ragioni misteriose che non vogliamo sapere, dice Roos. 

L’orgoglio è stata la molla. Rachel Jary sulla rivista Rouleur dice che Pogacar è una bomba a orologeria, mentre L’Équipe sottolinea che a Pogacar piace tornare sui luoghi delle sue sconfitte per lavare via la beffa, lo avevamo già capito al Fiandre. Sta correndo per sete di vendetta personale su Vingegaard, dopo due Tour perduti, sta correndo – scrive Alexandre Roos – con la mazza da baseball. Ha battuto il record della scalata nonostante il vento contrario che soffiava sul Lautaret, siamo tornati all’impressione di Firenze, alle convinzioni diffuse alla partenza, nessuno può batterlo, lui è immarcabile e la sua squadra insuperabile. Lla cronometro di venerdì darà un volto ancora più definito alla classifica, nella quale Evenepoel si è piazzato al secondo posto.

Nella sua newsletter serale dal Tour, Leonardo Piccione di Bidon cita le parole usate dal sito dell’ufficio turistico di Valloire per presentare certi concorsi internazionali di scultura che si tengono in città, su neve e ghiaccio in inverno, su fieno e paglia in estate, concorsi che hanno procurato alla cittadina savoiarda il titolo di capitale mondiale dell’arte effimera. Parole che riprende e adopera per Tadej Pogačar e la corazzata cosmica che si ritrova per squadra, in grado di trasformare questa tappa in una delle loro sculture più riuscite, un monumento alla spavalderia e alla voracità che il fenomeno sloveno ha collocato al centro del villaggio senza sceriffo che era questa mattina un Tour con quattro uomini appaiati in classifica generale e sul quale, al termine di una sequenza di spari degna dei migliori western, ha imposto la sua legge.

CHE VI SIETE PERSI

 

 

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