Ciranesco e sentimentale, la morte di Raphaël Geminiani

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Il coccodrillo di  Raphaël Geminiani era nei cassetti delle redazioni dei giornali francesi da 64 anni. Stava morendo nel 60 come Coppi, una volta tornato insieme a lui con la malaria da una battuta di caccia nell’Alto Volta, oggi Burkina Faso. Il prete di Chamalières gli aveva impartito l’estrema unzione, scampò la morte perché fu salvato dall’Istituto Pasteur che intuì la diagnosi prima e meglio dei medici italiani con Faustò, e da allora non è più stato di nessun tempo ma di tutte le epoche contemporaneamente scrive stamattina su L’Équipe – il suo vecchio giornale – la storica firma Philippe Brunel.

A Geminiani, ai suoi 99 anni, aveva dedicato un ritrattone con intervista nei giorni scorsi su Le Monde. Era in una casa di riposo, un appartamento al piano terra a Pérignat-sur-Allier, una cittadina del Puy-de-Dôme dove si era rifugiato dopo la morte della moglie Anne-Marie nel 2016. In una delle foto che aveva fatto mettere alle pareti, posa con Orson Welles in visita al Tour del 1950, in Place du Palais-Royal, a Parigi. Era un personaggio ciranesco, teatrale ha scritto Brunel, con la sua maglia rosa conquistata nel 1955, la maglia gialla nel 1958, avversario e poi gregario di Louison Bobet, direttore sportivo di Jacques Anquetil e anche di Eddy Merckx a fine carriera. Sembrava eterno, la sua personalità ha ispirato generazioni di ciclisti ha scritto Brunel. Quando la televisione non esisteva, i giornalisti correvano da lui a fine corsa, a chiedergli una ricostruzione, perché ne aveva di lucide e precise, spesso con una battuta fulminante. Aveva una venerazione per Gino Bartali. Lo aveva conosciuto al Tour del 48, da 23enne, dieci anni dopo aver scritto il suo nome con la schiuma da barba sulla vetrina del negozio di suo padre. 

«Durante una tappa si avvicinò e mi chiese come mi chiamassi. Geminiani risposi, e disse: Ah, sei tu…», una frase che non aveva più dimenticato, un motivo di orgoglio, ancora si domandava la settimana scorsa il senso di quelle parole, se Bartali avesse intravisto o indovinato in lui un fuoco, il fuoco dell’instancabile attaccante che nel 1952 gli avrebbe tolto il titolo di miglior scalatore del Giro d’Italia.  A Brunel aveva malinconicamente detto che niente, le cose vanno così, «gli anni si sono accumulati e poi un giorno avevo 90 anni, poi 99, l’anno prossimo saranno 100, e non c’è giorno in cui non pensi a mia moglie, ai miei genitori, ai miei bambini, agli amici che non ci sono più»

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Non ha mai vinto il Tour per una leggendaria sfortunascrive Brunel, mentre lui diceva nell’intervista che un ruolo l’ha avuto il fatto che io «ero sentimentale, ammiravo i campioni, li rispettavo e questo mi ha avvelenato la vita. Quando li ho affrontati le prime volte, ero solo un piccolo corridore locale che imparava il mestiere. Tutto ciò ha influito, sì, certamente. Fausto Coppi l’ho visto da vicino, viveva da monaco, al buio, mangiava poco, non beveva mai, Bobet faceva lo stesso, io ne ero incapace, ero troppo attratto dalla vita, una questione di temperamento». 

Bicisport ne ricorda le origini romagnole, inizialmente giocatore di rugby, lavorò nell’officina di biciclette del padre per poi seguire le orme del fratello maggiore Angelo, anche lui ciclista. Personaggio colorito e loquace, i suoi contemporanei gli trasmisero uno spiccato senso dell’amicizia, ma gli fu riconosciuto anche il senso degli affari: come Fiorenzo Magni in Italia, Géminiani fu il primo a introdurre la pubblicità extra-sportiva nel ciclismo francese associandone il nome con quello del marchio di aperitivi Saint-Raphaël per fondare la squadra Saint-Raphaël nel 1954. Non sapeva l’italiano, ma parlava bene il dialetto romagnolo, la sua lingua madre

Philippe Brunel lo ha definito l’ultimo testimone di un’età dell’oro passata, un mostro biologico la cui insolente longevità è il riflesso di ciò che i suoi fratelli di strada potrebbero aver abusato, queste bombe, queste miscela di cola fresca e stricnina che Coppi ingeriva ogni volta che lo riteneva necessario [«vale a dire ogni giorno» secondo Geminiani], prodotti illeciti ai quali Anquetil disse di ricorrere per costrizione [«Mi dopo perché lo fanno tutti», 1967]. Geminiani è stato più saggio? – si chiedeva Brunel – sul doping, come su tutto ciò che tocca l’intimo, preferisce non intervenire. Ha detto: «È difficile parlarne, farsi un’idea, ma quello che ho perso da un lato, l’ho ricevuto diversamente. La mia vittoria è essere ancora qui, a 99 anni».  

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