C’è una foto che vuole raccontare gli Europei, vuole raccontare lo sforzo che fa il calcio di tenere in piedi un’idea, una visione, una speranza, l’antico sogno – se possiamo ancora usare una parola così abusata per tutto, pure per il torneo di liceo di mazza-e-pizzo – l’antico sogno di unione e libertà di un continente.
Un antico sogno che cinque giorni fa le urne svuotate dalle nostre schede elettorali hanno ridefinito come un guscio senza polpa, La foto è stata scattata da Jean-Francois Robert, ed è stamattina su L’Équipe. Robert è specializzato in ritratti e reportage. Ha riunito i 25 convocati della Francia e li ha messi in posa, davanti a un’installazione sempre sua che comprende cento volti, cento volti di tifosi “di ogni orizzonte e ogni origine” sintetizza il giornale. È l’affresco in bianco e nero di quattro metri per otto che si trova appeso dentro una palestra di Clairefontaine, il centro d’allenamento della nazionale, un affresco che appunto “assume un carattere politico dopo le elezioni vinte dal Rassemblement National”, l’esito che ha condotto al più rapido scioglimento di un’Assemblea.
«Questa è la prima volta che dietro una mia foto c’è un messaggio, visti i tempi mi pare evidente» ha spiegato. La foto è stata scattata il 7 giugno, prima delle elezioni, «e se il presidente Macron non avesse sciolto l’Assemblea – spiega ancora Robert – non avrebbe avuto lo stesso impatto. Non pretendo di aver creato un quadro esaustivo della Francia fotografando 100 persone. Ma c’è qualcosa dietro di loro, un legame, qualunque sia la loro origine, il loro livello sociale».
La Federazione francese rifiuta di dare una colorazione politica alla foto, prudenza predicano, prudenza, adesso più di prima, ma non c’è bisogno della zingara, cara Concetta, per indovinare, dice quella vecchia canzone. Se questo viene presentato come l’Europeo più bello di sempre, per un meraviglioso miscuglio di campioni all’occaso come Ronaldo e altri all’aurora come Yamine Lamal, politicamente è l’Europeo di un’Europa dall’identità indefinita, da riscrivere, da ritrovare. La storia del torneo non è mai stata svincolata dai passi politici dei paesi che l’hanno riempito, a cominciare dall’edizione del 1960, segnata dalla rinuncia della Spagna di Franco a giocare contro l’URSS dei comunisti. Dopo è venuto il ‘64 in cui i servizi franchisti pensarono di avvelenare i sovietici, il ‘68 che incrociò le piazze, il ‘72 della Ostpolitik tedesca, e ancora i tornei che preparavano la caduta del Muro [‘88], quello che fu toccato dalla guerra nei Balcani [‘92], il campionato del nuovo secolo che andava verso la moneta unica [2000], gli altri della Grecia d’oro e del suo default [2004 e 2012], i due della Spagna luminosa di Zapatero [2008 e 2012], l’Europeo teso del dopo Bataclan [2016], l’ultimo sfiorato dalle prime tensioni Russia-Ucraina dopo lo sfregio del covid [2021].
Questo che sta per cominciare è un Europeo, così come lo definisce Barney Ronay sul Guardian è un torneo “all’ombra di una guerra terrestre europea che si tiene a 400 miglia dal confine tedesco, l’equivalente di un viaggio in auto da Carlisle a Plymouth il giorno della partita. Hanno sparato al primo ministro slovacco. Il ministro della Difesa tedesco ha affermato questa settimana che il paese deve essere pronto per la guerra entro il 2029. L’Europa è circondata da tensioni, alleati tossici e dalla paura di spostare i confini sulla mappa. La Coppa del Mondo del 2006 aveva lo slogan A Place to Make Friends. Che ne dite stavolta di scegliere Un posto dove smettere di minacciarci a vicenda per un po’?”.
IL PAESE
This Must Be the Place. La Germania. Il ministro dell’Interno Nancy Faeser ha appena affermato che il campionato europeo di calcio dovrebbe contribuire soprattutto alla coesione, in un paese scosso dalla sponsorizzazione dell’industria bellica a una squadra di calcio [Rheinmetall al Borussia Dortmund] e dal sondaggio della tv ARD sulle quote bianche in nazionale, la Mannschaft, quella nazionale che voleva dare esempio di diversità mettendo la fascia arcobaleno al braccio durante i Mondiali, quella che si mise in posa con la mano davanti alla bocca per denunciare la censura della FIFA. Ebbero il torto di farsi eliminare, così nell’opinione pubblica tedesca si è radicato il pensiero, scrive Die Zeit, che i calciatori devono fare i calciatori, devono giocare e basta, senza fare troppi discorsi. Per fortuna Gundogan e Kimmich hanno spalle larghe, e si son fatti sentire lo stesso, prendendosela con l’idiozia di un sondaggio del genere,
Tom Gennoy su Deutsche Welle ricorda che la Coppa del Mondo 2006 contribuì a forgiare una nuova identità nazionale della Germania, con l’idea che la repubblica fosse finalmente riunificata dopo i mirabolanti fatti dell’Ottantanove. “Gli Europei riusciranno a ripetere lo stesso trucco?”, si domanda. Appunto: un trucco. La complessità è cresciuta. Non più tardi di qualche settimana fa le inondazioni nel sud della Germania hanno distrutto anche alcuni impianti sportivi di base. Il geografo Hafner ha detto alla radio pubblica [Deutschlandfunk] che è meglio trasferire un club che rischiare la morte. Simili catastrofi naturali, avvertono gli scienziati, si verificheranno più spesso, Secondo Sabine Hafner del progetto KlimaKom, le società sportive avrebbero già dovuto adeguarsi.
C’è tutto questo dentro l’attesa della Germania. «La nazionale deve essere unita indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione o dalla cultura, dal fatto che si sia ricchi o poveri» ha detto Philipp Lahm, ex capitano, oggi presidente del comitato organizzatore, seduto in una birreria a München, no, non quella, parlando a un gruppo di giornalisti e membri di organizzazioni non governative, tutti preoccupati per l’ondata di xenofobia che assedia il paese, il vento che ha portato AfD al 16%.
«Questa Coppa è un’opportunità per dire al mondo cosa siamo veramente» dice Lahm con un certo ottimismo, primo perché chi siamo e cosa siamo è un concetto confuso, secondo perché chi ha le idee chiare spesso le ha pure minacciose. Ma il calcio, eh il calcio, «non c’è niente nella cultura popolare tedesca capace di infiammare la gente come il calcio» sottolinea Lahm. Tim Frohwein, ex giocatore, responsabile di Project Treffpunkt e Fussball Mikrokosmos, due iniziative per promuovere e sfruttare l’energia del calcio di base, sottolinea che un milione di persone si riuniscono ogni fine settimana solo in Baviera per tornei di calcio amatoriali. La Germania ha 2 milioni e 300mila praticanti, un milione e 300mila partite di calcio all’anno.
BINOCOLI LA GERMANIA VISTA DA LONTANO
Deve decidere cosa farsene, deve capire che spazio può avere tutto questo calcio dentro il dibattito pubblico. Guardando tutto questo dalla Spagna, Diego Torres su El Pais scrive che “da un lato la Germania ha davanti a sé la missione di recuperare la grandezza sportiva perduta nell’ultimo decennio; d’altro canto, mira a riunire una popolazione divisa dal declino economico, dalla guerra in Ucraina e dalla percezione che gli immigrati siano un pericolo, in un allarmante concerto geopolitico. Il timore di atti di sabotaggio russi e l’arresto di un presunto simpatizzante dello Stato islamico jihadista mentre tentava di arruolarsi come volontario agli Europei aggiungono carburante all’atmosfera esplosiva”.
Di Germania parla stamattina, sempre su El Pais, lo scrittore Fernando Aramburu, il basco autore di Patria. Scrive che il contrasto con il ricordo del 2006 è notevole. Allora esisteva “un’atmosfera di gioia collettiva all’insegna di un motto ospitale”, c’erano i colori della bandiera “alle finestre, nei bar e nei giardini, sotto forma di gagliardetto su automobili, biciclette e passeggini; in braccialetti, collane e altri gioielli. Esisteva fiducia in una prosperità economica e in una autostima nazionale, prima della crisi finanziaria internazionale del 2008. Il panorama è cambiato in senso negativo. Mai fino a oggi si era percepita in Germania così chiaramente una sorta di malinconia generalizzata, dalla quale non è immune l’Europeo. Il mito tedesco del paese dei poeti e dei filosofi, Dichter und Denker – scrive ancora Aramburu – della nazione disciplinata che funziona come un orologio, operosa, innovativa, affidabile, conosciuta e ammirata per il suo lo spirito organizzativo, per il lavoro metodico e per la puntualità, oggi trova posto nei giudizi di chi non conosce la sua condizione attuale. Il problema della Germania è il problema dell’Europa e può essere chiamato con nomi diversi. Ad esempio: decadenza. Lascio ad altri più esperti di me il compito di chiarirne le cause. I comuni cittadini si rendono semplicemente conto che manca lavoro ovunque, che gli sforzi degli imprenditori vengono scoraggiati, che non c’è nessun treno che parta o arrivi in orario, che le notizie violente sono frequenti e che l’incertezza si è trasformata in paura e irritazione. Questo porta sempre più cittadini a cercare soluzioni disperate in formazioni politiche che promettono la mano pesante e mettono in discussione la democrazia”.
Aramburu dice che la nazionale stavolta non ispira la stessa fiducia del 2006 [ehm] e che il solo annuncio di indossare la maglia rosa nella seconda partita ha scatenato reazioni estreme nell’opinione pubblica. Il rosa p in Germania un colore a cui viene attribuita la capacità di portare sventura. È come il viola nello spettacolo. “E se si osserva la mascotte del torneo – continua lo scrittore basco – un peluche caratterizzato da un’innegabile mancanza di originalità, si finirà per vedere nel paese dei poeti e dei filosofi un’apparente mancanza di genio creativo, nonché il tentativo nerd di simulare una festa popolare, nel mezzo di un ambiente depresso”.
QUEL FAMOSO SONDAGGIO
«La squadra non è più tedesca» spiega un signore anziano con un berretto da baseball in testa, mentre carica la spesa nel bagagliaio della sua macchina. «Se lei guarda quanti tedeschi giocano, sembra uno scherzo» dice così all’uomo che lo ha avvicinato per intervistarlo. «Come si definisce chi è un tedesco?» gli domanda allora il documentarista Philipp Awounou. «Per me – risponde l’uomo – un vero tedesco ha – e non voglio offenderti – la pelle chiara». Awounou non ce l’ha. Risponde: «Perché non posso essere un vero tedesco?». «Perché i tuoi genitori non possono essere tedeschi», replica l’uomo. «Mia madre è tedesca» protesta allora Awounou. «OK, sì, sì, va bene – dice l’uomo alzando le spalle – è possibile, naturalmente. Ma… dove sono più i tedeschi bianchi che sanno anche giocare a calcio?».
È questo il controverso documentario andato in onda su ARD mercoledì sera, il documentario che contiene il famoso sondaggio che ha fatto infuriare la nazionale. Ne scrive Jonathan Liew sul Guardian. Attacco: “Benvenuti in Germania, 2024. O almeno in una piccola ma significativa parte di essa: un uomo normale, nel parcheggio di un normale supermercato in Turingia, perfettamente felice di sfogare il suo razzismo davanti a una telecamera”,
Il pezzo di Liew è molto molto bello, e sottolinea “l’assoluta sfacciataggine di alcune delle opinioni espresse, l’idea che per molti tedeschi il razzismo non sia una questione di cui vergognarsi ma qualcosa di cui vantarsi con orgoglio e senza scuse”, in una nazione che “pensava di aver seppellito per sempre il fascismo e che comincia a vedere il suo spettro risorgere”.
Il mese scorso, un video girato sull’isola di Sylt mostrava giovani e ricchi vacanzieri intenti a intonare una canzone nazista, con annesso saluto hitleriano. Pochi giorni più tardi un gruppo di insurrezionalisti di estrema destra è stato processato a Francoforte con l’accusa di aver pianificato un golpe. A novembre, gruppi dell’estrema destra si sono incontrati segretamente a Potsdam per discutere della re-immigrazione forzata di milioni di cittadini tedeschi con origini straniere, nel caso in cui l’AfD dovesse mai andare al governo.
Scrive Liew: “Che l’AfD si avvicini o meno al potere, è riuscita clamorosamente a spostare il dibattito sul suo territorio”. Il cancelliere Olaf Scholz, centrosinistra, sta intensificando le sue uscite sul tema dell’immigrazione negli ultimi mesi, promettendo di espellere migranti e criminali nati all’estero. Il calcio, dice l’editorialista del Guardian, ha ovviamente “un suo ruolo speciale da svolgere nella narrazione di estrema destra costruita sul declino, alimentata dai fallimenti dei Mondiali 2018 e 2022, legata non solo alla razza e all’identità ma a sospetti più intangibili. La fine della mascolinità tradizionale. La sensazione prevalente che i giovani di oggi non abbiano la tenacia degli anziani. Un eccesso di centrocampisti creativi e di ali farfalline”.
Questo succede perché, maledizione, i giovani vengono incoraggiati a seguire cause come l’uguaglianza, qualche volta addirittura la moda, e dimenticano quei bei sani valori di una volta. Figuriamoci quando poi ti viene a mancare un centravanti e scopri che certi portieri vogliono giocare con i piedi. Il mondo al contrario.
“In un certo senso – ammette Liew – l’attuale angoscia esistenziale della Germania assomiglia a una sorta di Brexit senza Brexit, una rivisitazione totale di ciò che significa essere tedesco, un vuoto di fiducia e di sé in cui si sono riversati tutti i tipi di attori maligni. L’erosione della supremazia tedesca, economica e politica, la guerra in Ucraina e la crisi energetica, hanno portato la sensazione che le cose abbiano smesso di funzionare e che i legami che un tempo legavano una società orgogliosa si stiano lentamente allentando”.
Eppure, se è vero che il calcio è un’arena buona per alimentare i conflitti, bisogna guardarlo pure come un centro di resistenza. Allenatori come Christian Streich e Xabi Alonso sono stati molto espliciti nella loro condanna dell’estrema destra, “più di quanto la maggior parte dei loro colleghi della Premier League oserebbe essere” fa notare Liew, evidentemente ignaro dell’ignavia italiana.
La vista di una squadra multirazziale fiduciosa e di successo, capitanata da Ilkay Gündogan, con Antonio Rüdiger in difesa e Jamal Musiala in attacco, una squadra che dovesse trarre forza dalla sua diversità, potrebbe alimentare discorsi e simbolismi, così come simbolica pare la scelta della federazione di stabilire in Turingia, “nella dimenticata parte orientale del paese” il proprio ritiro. Dice Liew che “naturalmente il calcio da solo non risolve nulla. Se la felicità dei tornei estivi è sempre un misero facsimile della realtà, si potrebbe dire lo stesso del suo patriottismo. Il calcio può essere un brillante canale per conversazioni complesse. Ma come sempre, le soluzioni reali dovranno arrivare da qualche altra parte”.
IL TORNEO
Gli Europei di calcio paiono in declino come l’Europa allo sguardo della gauche di Francia, altro posto dove la visione di una società unita nella mescolanza è stata messa in crisi dal voto europeo. Grégory Schneider su Libération scrive che con i suoi sessantasei anni di esistenza, la competizione sta perdendo significato. Tranne che per le nazioni qualificate, soprattutto quelle che ci arrivano una volta ogni tanto, a cominciare dalla Georgia debuttante, peraltro un paese che ancora guarda alla Ue con desiderio. Il cittì tedesco Sepp Herberger nel 1960 giudicò la prima edizione degli Europei una vera perdita di tempo. Aveva vinto i Mondiali nel 1954 e poteva permettersi giudizi tranchant. “Quest’uomo ha visto lontano” scrive stamattina Libération. Perché più di mezzo secolo dopo, il presidente della FIFA Gianni Infantino proprio questo ripete, e se non lo ripete agisce perché l’Europa paia tale. La sua ideona di un Mondiale biennale è stata frenata, la sua strategia di un Mondiale per club XXL sta incontrando qualche resistenza, ma pure quello nasce per minacciare l’UEFA. Gli europei, scrive Libération, sembrano un torneo color seppia, “superato dalla marcia del mondo, in un momento in cui il Qatar è diventato il primo paese musulmano a organizzare la Coppa, con il Marocco è arrivato in semifinale”. Al cospetto di questo scenario, gli Europei sono “come un ghiacciolo di fronte a un bicchierino di alcol forte”.
La prova? Secondo Libèration si trova nelle ultime due squadre vincitrici. Nel 2016 il Portogallo si è imposto vincendo una partita su sette nei tempi regolamentari. Cinque anni dopo, l’Italia ha fatto suo “un Europeo senza né capo né coda, un Europeo che ha portato i giocatori da Baku a Glasgow passando per Bilbao o Budapest”, con due vittorie ai rigori in semifinale e finale, prima di essere eliminata dai Mondiali quattro mesi dopo, in uno spareggio con la Macedonia del Nord.
SI, MA CHI VINCE
Vincent Duluc su L’Èquipe ha dato 4 stelle alla Francia, Miglior squadra europea degli ultimi due Mondiali perché sarebbe l’unica e grandissima favorita della competizione se non fosse inciampata a marzo contro la Germania (0-2), prima di non convincere del tutto in preparazione. Il suo potere difensivo ha perso pedine importanti (Lloris, Varane), dipenderà enormemente da Kylian Mbappé, 12 gol nelle fasi finali dei Mondiali, nessuno agli Europeo. Ma sembra aver ritrovato le gambe, e questo potrebbe cambiare tutto”. Quattro stelle anche all’Inghilterra e alla Germania, con qualche sfumatura di giudizio ironico. Per esempio: “Vista da lontano, ci diciamo che una squadra con Harry Kane non ha alcuna possibilità di vincere nulla, considerato che è riuscito a finire una stagione senza trofei addirittura con il Bayern. La sua qualità di gioco è scarsa dai tempi del Qatar e non ha il portiere più affidabile in panchina (Pickford), ma può sognare di porre fine al destino da perdente che la perseguita dal 1966”. Sui padroni di casa: “I tedeschi non sono diventati campioni del mondo in casa nel 2006, non sono campioni d’Europa dal 1996, sono stati eliminati al primo turno del Mondiale 2022: nonostante tutto, è difficile non credere in una squadra rivitalizzata da Julian Nagelsmann e dal formidabile talento dei suoi due giovani leader in attacco, Jamal Musiala e Florian Wirtz. Tre stelline per il Portogallo e per le sue avversarie presenti nel girone dell’Italia, la Spagna e la Croazia; due stelline per il Belgio, l’Olanda e appunto l’Italia, che “non brilla per consistenza moderna. Forse le servirebbe un bello scandalo o una bella polemica per ripiegarsi su se stessa e trascendere, ricetta storica con cui ha dato prova di sé. In un momento in cui il calcio italiano sta restaurando la propria immagine, Luciano Spalletti non ha la squadra più forte del mondo, ma contro di essa al primo turno Croazia e Spagna non si divertiranno. Gli manca un attaccante di livello mondiale, il finale di stagione di Scamacca può riservare una bella sorpresa”. C’è una stellina anche per Austria, Danimarca e Svizzera.
Jonathan Wilson, storico del calci, sul Guardian fa notare che “nessuna squadra arriva al torneo in forma impressionante”. Forse la Francia ha la formazione migliore del torneo, “ma la convocazione di N’Golo Kanté suggerisce quanto Didier Deschamps sia preoccupato per la mancanza di equilibrio a centrocampo dopo la sconfitta di marzo contro la Germania”. Il Portogallo ha un problema simile con Cristiano Ronaldo, alla Spagna manca un centravanti all’altezza del suo bel centrocampo, l’Olanda ha una nella difesa ma poche idee, il Belgio è invecchiato male, l’Inghilterra, eh l’Inghilterra.
L’INGANNEVOLE MAGIA DEL CALCIO
Ma questo è il bello del calcio internazionale, dice Wilson. La bellezza è che nessuno è perfetto. “Nessuno può comprarsi una rosa equilibrata, mentre la mancanza di tempo a disposizione fa sì che i sistemi siano molto meno sofisticati rispetto a quelli dei club. I difetti aggiungono spettacolo”.
Spettacolo, che bella parola. Cinquantuno partite di calcio in 31 giorni. Altre se ne aggiungeranno nel frattempo dall’America latina. E poi inizieranno a pedalare certi omini in bicicletta sulle strade del Tour. Altri con una racchetta in mano picchieranno palline giallognole su prati alla periferia di Londra, prima di volare tutti a Parigi, per quella stupida festa che lo sport tiene ogni quattro anni, quando si illude perfino più di un Europeo di calcio di poter tenere insieme la diversità nella pace.
Di diverso il calcio ha questa sua natura matta. Si gioca con i piedi. «Il calcio è l’unico sport in cui è vietato l’uso della mano – ha scritto il filosofo Gunter Gebauer in due libri sull’argomento – e le persone si impongono volontariamente un handicap, rinunciando allo strumento più importante per l’abilità motoria». È questo che a volte trasforma anche la stella più grande in un pasticcione. Questo fa il calcio, dice Oliver Fritsch sul tedesco Die Zeit. Nel basket l’altezza è un vantaggio. Nella pallamano il peso è un vantaggio. Nel calcio c’è spazio per grandi e piccini. Servono collettivisti e individualisti, artisti e artigiani, operai e scansafatiche, primi violini e direttori d’orchestra, soprani e maestri suggeritori. Serve questa faccenda misteriosa e complessa che chiamiamo mescolanza. Ma il calcio non decide nulla. Il calcio è solo il suo ufficio stampa.