L’Olanda e Cruyff spiegati al popolo. Gli italiani invece non si aggiornano

  1974  L’ESTATE DEI MONDIALI AZZURRO TENEBRA

Ma insomma: chi ha sbagliato? Di chi è la colpa di questi Mondiali andati a male? Come abbiamo fatto a non vedere che un ciclo era finito in Messico? I giornali italiani proseguono nella loro analisi della disfatta di Stoccarda, l’eliminazione ai gironi dopo la sconfitta contro la Polonia, ma in fondo decisa dali soli 3 gol segnati contro Haiti. 

È un’Italia che all’improvviso pare fuori dal mondo, fuori dal circuito delle novità e della nuova interpretazione atletica del calcio. Alla ricerca di una radice, Franco Mentana per la Gazzetta dello sport è andato a interrogare Nereo Rocco, il padre del battitore libero – scrive – che tutto il mondo ci ha copiato. Ma mentre negli altri Paesi il catenaccio ha subito una sua evoluzione, è cioè cresciuto, in Italia è invecchiato ancora bambino

Mentana chiede dunque a Rocco se per caso non si senta colpevole di avere divulgato, con la Triestina, con il Padova, con il Milan un modo di giocare. E il Paron gli risponde: «Mi sentirei colpevole se si giocasse come nel ’48, quando era più bravo il libero che calciava più lontano la palla dall’area di rigore. Ma i tempi sono cambiati, il calcio grazie a Dio ha avuto una sua logica evoluzione. Cera appoggiava in Nazionale e appoggia ancor oggi come fa Beckenbauer nella Germania. Il nostro calcio è passato da Blason a Maldini, arrivando a Cera. Sono d’accordo che sotto certi aspetti non è cresciuto. Anche con Burgnich l’Italia andò però a vincere a Wembley, e quel giorno era una bell’Italia. Tutte le squadre italiane di club hanno fatto progressi, chi in un verso chi in un altro. Tuttavia, con le stesse evoluzioni, se in una squadra due non giocano sei fritto». 

Secondo Rocco, l’Italia è tornata così presto a casa «perché quella non era la squadra che rappresentava l’Italia, non era la sintesi del calcio italiano. Noi questo maledetto campionato del mondo l’abbiamo iniziato male. Le contestazioni sono nocive. Prima ha cominciato Juliano, gli è andato subito dietro Re Cecconi, ha completato l’opera Chinaglia. Credevo che Italo Allodi riuscisse a tenerli buoni, ma si vede che quando determinati giocatori arrivano a certi livelli diventa difficile per tutti metterli d’ accordo. Succedeva anche ai tempi di Pozzo, litigavano».  

Per vincere la tentazione di dire che una volta le cose andavano meglio, la Gazzetta ripesca un’intervista fatta a Gianni Rivera  nel ‘65. Argomento: sempre il libero. «Se giochi in un modo nella tua squadra, non puoi improvvisarti diverso quando sei in Nazionale. L’ideale però sarebbe che il libero in fase offensiva marcasse il centravanti e che i due mediani fossero a disposizione dell’attacco». Quando la Gazzetta gli aveva chiesto quale fosse il vantaggio del libero, Rivera aveva risposto: «Il vantaggio di fare 0-0. Un bel vantaggio! Possiamo continuare a tenerlo dove sta: non prenderemo gol, magari. Ma perchè non si deve rischiare di più? La verità è che la nostra preoccupazione è anzitutto quella di non far giocare gli altri, e annullando gli altri più in là dello 0-0 non si arriva».  

E INVECE L’OLANDA

Questa Italia così cupa e grigia, questa Italia che diventerà d’azzurro tenebra nel romanzo di Giovanni Arpino, sembra ancora più piccina al cospetto della gigantesca Olanda che si va manifestando in quei giorni, trascinata da Johan Cruyff. Secondo Gualtiero Zanetti sulla Gazzetta l’olandese è vicino a dare un’interpretazione del calcio pari a quella del miglior Di Stefano: anche contro l’Argentina, esecuzioni a parte, Cruijff è stato il centro di raccolta delle idee di ogni reparto: per lul i disimpegni della difesa; da lui le impostazioni laterali (le più importanti nel gioco olandese che, si potrebbe dire, prevede l’impiego di quattro ali, due per parte: due di ruolo e due d’improvvisazione, spesso i terzini); con lui le conclusioni in area più spettacolari

A Zanetti pare di vedere che da questi mondiali è emerso un fatto importante: l’uomo di maggior spicco di una squadra, quanto a lavoro da svolgere, è sceso sul piano del più oscuro faticatore della sua squadra. È scomparsa in sostanza – con l’aumentato impegno per tutti (fuorché per gli italiani) – la vecchia figura del santone – che si piantava a centrocampo, o nel pressl dell’area avversaria, ad attendere che compagni-domestici gli recassero la palla a domicilio per il suo colpo di ingegno. a maggior esaltazione della sua gloria. Oggi si è bravi in quanto si fatica di più, si corre di più, si opera di più degli altri. Cruijff. Deyna, Overath, Babington, tanto per fare del nomi, sono i giocatori che toccano un maggior numero di palloni. Un altro insegnamento importante ci viene ancora dagli olandesi: vedendoli muoversi tutti insieme (come del resto anche i tedeschi occidentali, con le uniche parziali eccezioni dei liberi Beckenbauer e Gorgon, che fanno la loro corsa in un solo senso e quando possono) dall’alto della tribuna, ora che Hulshoff non c’e, pare abbiano abbandonato di avvalersi del libero, tanto frequente e meccanizzato è il passaggio degli incarichi difensivi, da un elemento all’altro. E sempre con Cruijff a due passi, a dettare i disimpegni.

I NOSTRI ALLENATORI NON STUDIANO

Guardiamo i Mondiali degli altri, era il titolo di una rassegnata Gazzetta l’altro giorno. Ma forse non li guardiamo neppure. Nino Oppio sul Corriere della sera scrive che gli allenatori dello staff tecnico della Nazionale se ne sono andati. Hanno lasciato la Germania. “Li cerchi invano, se ne sono andati proprio tutti, speri di trovarne qualcuno in tribuna ad osservare l’Olanda o le Germanie o il Brasile, oppure ai bordi di un campo, in un ritiro a parlare di calcio dopo avere veduto qualcosa di nuovo, per imparare quello che non sanno. Il mondiale, da quando è uscita l’Italia, a Valcareggi ed ai suoi aiutanti Vicini e Bearzot non interessa più, non ha più nulla da insegnare. Questa è la mentalità nostra: si crea un centro tecnico, si preparano gli esami per gli aspiranti allenatori ma i maestri chi sono, cosa fanno, perché non seguono, particolarmente in questo momento in cui ci siamo convinti che il gioco statico all’italiana è superato, l’evoluzione, il modo con il quale ci hanno annientato nella tecnica e nel movimento? Niente: il commissario tecnico è in vacanza a Viareggio, gli altri suoi collaboratori – quelli che andarono a studiare le rivali del mondiale e capirono ben poco se dobbiamo arguire da ciò che poi è avvenuto sul campo – stanno tranquilli a casa, massimo vedono le partite alla televisione, ma è tutto diverso. Perché non li hanno costretti – Valcareggi compreso – a seguire il mondiale, a preparare delle relazioni sui sistemi di allenamento, di studio tattico, di gioco delle varie nazionali? C’e sempre da imparare, ci siamo illusi per troppo tempo che il foot-ball vero fosse soltanto il nostro. Ora che siamo usciti dal grande giro ci vorranno degli anni per rientrare

Gianni De Felice sul Corriere della sera ha scritto che i grandi personaggi cominciano a venire alla ribalta. Ecco chi sono. È grasso, è trotterellone, è lento RIVELINO, regista di un Brasile in lieve ma costante progresso. Eppure quanta maestria in quell’astutissimo gol su punizione rifilato ai tedeschi deli’Est: un compagno dinanzi alla barriera avversaria, lui gli spara addosso con rara precisione un tiro basso ad effetto, i’altro si stende fulmineamente a terra come il segreto copione comanda; nel muro dei tedeschi sorpresi si apre cosi una esigua breccia, una fessura appena; e di là sbuca il pallone che lascia esterrefatto ed immobile il povero Croy. Ha fianchi grassocci e grevi da lavandaia questo Rivelino, ma colpisce il pallone con l’infallibile mira di un cecchino: butterebbe giù una bottiglia a venti metri. È narciso, è presuntuosamente raffinato BECKENBAUER, è «antipatico» padrone di una nazionale in cui comanda tutti a bacchetta, il remissivo Schoen compreso. Ma eccolo che contro la Jugoslavia ti inventa una delle sue più belle partite, lottando in difesa per circa un’ora e poi concedendosi alla voluttuosa ebbrezza di certe manovre volanti con Hoeness. suo compagno nel Bayern, di certi palleggi ineguagliabili

Embed from Getty Images

L’OLANDA SPIEGATA AL POPOLO

È un’esigenza diffusa, in quei giorni, spiegare i meccanismi dell’Olanda. Gianfranco Civolani su Tuttosport parla di immaginazione al potere e di potere della immaginazione. È così che raggiunge il capolavoro [4-0 all’Argentina] mentre Cruyff tocca vertici vietati ai comuni mortali della pedata. L’Argentina è la prima squadra che pensa seriamente a soffocare «Superstar». Cap delega Heredia all’ingrato compito. Heredia si vota al sacrificio e viene letteralmente disintegrato. Heredia segue Cruyff sin dove gli riesce. Errore madornale di Cap. Cruyff non è umanamente marcabile e semmai non lo si dovrebbe far tallonare da un difensore. Cruyff salta Heredia con irrisoria facilità ed al tempo stesso nel cuore della terza linea argentina si aprono varchi enormi. Deve ripiegare Telch e dunque il centrocampo argentino – già mezzo monco – cessa di esistere come entità fisica. E tutto questo fra l’altro nella speranza di riuscire a contenere lo strapotere tecnico e dinamico di Cruyff. Il quale gioca in modo ancor più divino del solito. È l’alfa e l’omega della situazione. Serve a Rep il pallone del terzo gol, sposta tutto l’asse tattico nella direzione da lui voluta. Ma in particolare sigla due gol gioiello che restano scolpiti nella memoria. A un certo punto si scatena sul campo il diluvio. Restano in piedi gli uomini forti, gli uomini autenticamente dotati di nerbo. E appunto esplode di nuovo il filiforme «Superstar» Cruyff. Per farla breve: il trillo del diavolo o del cherubino, fate voi.

Secondo Giglio Panza, ancora su Tuttosport, Johannes Cruyff è il numero uno di questi mondiali, che sono il festival del suo talento di inventore di gioco e di uomo-gol. Ma accanto a lui troviamo un Neeskens cui è difficile stare dietro anche con lo sguardo; due terzini che fanno gioco e tirano come attaccanti di primario livello; una coppia difensiva centrale puntuale – come del resto Krol e Suurbier – nella copertura e precisa nel reimpostare. Ieri, sul video, abbiamo visto il c.t. Michels divertirsi un mondo e ridere – lui che è chiuso e quasi sempre imbronciato per temperamento – con molto gusto. Quando su Gelsenkirchen si è scatenato un temporale di inaudita violenza, l’Olanda ha giocato meglio di prima, stracciando con i gol finali di Rep e di Cruyff i poveri argentini. L’Olanda potrà anche perdere una partita, ma per il momento è difficile individuare chi sia in grado di fargliela perdere.

MA QUALE MODELLO OLANDESE. SONO INIMITABILI

C’è un altro premio Strega ai Mondiali. Se Giovanni Arpino scrive per La Stampa, Tuttosport ha ingaggiato Manlio Cancogni. Scrive che all’inizio avevo sperato negli argentini e cioè che il loro gioco gentile, morbido, tutto acume, finezze, ricami potesse frastornare, ammansire e infine sottomettere la bestia scatenata in maglia arancione. La speranza è durata meno di dieci minuti. L’Olanda, più che una bestia, si rivelava un animale pieno di vigore insuperabile e guidato da una intelligenza e da un talento demoniaci. «Maria Vergine, questi no i xe gnanca omeni questi i se diavoli! Anime de bruti diavoli che xe torna indrio da l’inferno» diceva accanto a me una signora venuta da Venezia sgomenta e affascinata, gli occhi fissi su quei gagliardi putei. Credo che in tutto lo stadio a guardare gli argentini ci fossi soltanto io. Mi si stringeva il cuore a vedere come continuavano «falta de mejor» a eseguire i loro numeri, un piccolo spettacolo a parte e – nemmeno male pobrecitos, tenuto conto delle circostanze. Sembrava dicessero: guardate un poco anche noi, siamo ancora bravini, non ci dimenticate. «Gesù Giuseppe Maria vi dono il cuore e l’anima mia» gemeva ormai vinta la mia vicina. L’Olanda non è affatto la macchina che si dice, il perfetto congegno all’insegna di una superlativa preparazione atletica e di una spregiudicata funzionalità. Oltre a Cruyff anche gli altri, Rep. Neeskens, Rensenbrink, Krol. Haan, tutti hanno oltre che talento una fortissima personalità. Sono tulli e undici eccezionalmente bravi, ciascuno col suo timbro. State certi che senza doti individuali, senza estro, undici caproni allenatissimi e supervitaminizzati restano undici caproni. Guai credere che una simile squadra possa essere presa per modello. Non c’e che ammirarla come fu per l’Ungheria di Puskas aspettandone il declino e la fine senza sperare che lasci eredi. Certi fenomeni non si imitano, né si ripetono. Perché non è rinata la Honved? Perché non è rinato il grande Torino al quale per certi versi questa Olanda assomiglia? Così come il ben più grande Cruyff ricorda a tratti col suo correre ondeggiante di gazzella Cappello, quello degli anni quaranta, nei rari momenti in cui quello strano animale dal profilo di volatile era preso dall’ispirazione, dopo di che ripiombava nella sua abituale sconsolante apatia. Hai voglia di allenare, preparare. studiare. È come per la poesia. In Islanda tutti, dico tutti, scrivon versi e forse nemmeno male. Ma dai tempi delle saghe non ci risulta che vi sin nato un poeta. Figuriamoci poi undici, senza contare le riserve.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.