Il calcio italiano e il resto d’Europa. Come siamo messi male, anzi benissimo

Tre squadre ai quarti di finale di Europa League l’Italia non le aveva portate mai. Non è più la Coppa che misura la bontà dei valori medi di un movimento, come accadeva alla Coppa UEFA quando raccoglieva le seconde, le terze, le quarte. Quella funzione è stata trasferita armi e bagaglia alla Champions dell’élite, diventata una Coppa total nel neo-Calcio del dopo Novantadue

Eppure le tre squadre ai quarti di finale di Europa League più un’altra in Conference League hanno salvato il ranking italiano. Le piccole Coppe del giovedì hanno colmato il vuoto che si è spalancato in due giorni nella grande Coppa del martedì-mercoledì. 

A Sport Mediaset hanno fatto i conti e sono abbastanza certi che alla serie A non possa sfuggire uno dei primi due posti nella classifica di rendimento stagionale che assegna una wild card per la nuova Champions, la prossima in formato XL con cui inizierà l’età del post-Calcio. L’età nella quale il bancomat FIFA del Mondiale si aggiungerà a un bancomat UEFA ingrossato per smosciare la Superlega, con l’effetto di spaccare definitivamente non più l’albo d’oro dei campionati nazionali come avviene da trent’anni, ma il concetto della gratuità che esiste nella parola gioco, la gratuità almeno della partecipazione che andrebbe preservata, prima di arrivare a spartire un montepremi tra chi vince. Una mostruosità che ha cambiato pelle al calcio e si avvia a trasformarlo in un’altra cosa, un passaggio fissato in modo inequivocabile dalla sentenza della Corte di giustizia europea che lo riconosce ormai non come uno sport, ma come un’attività economica. Non c’è settore industriale che non faccia i conti con il rischio d’impresa. Solo il calcio chiede di poterne stare alla larga, chiede paracaduti per le retrocessioni e polizze assicurative per un calcio di rigore finito sul palo.

 

È paradossale che siano le Coppe di consolazione a portare probabilmente in regalo all’Italia un invito in più al tavolo buono, ma tutti i videogame hanno un glitch, piano piano aggiusteranno anche questo. Il bonus qualificazione raggiunto ieri dai quattro club del giovedì porta l’Italia a 17.713 punti davanti a Germania e Inghilterra. Negli ultimi anni ne bastavano fra i 18.400 e i 19mila per arrivare primi o secondi. Le inglesi possono risalire impetuosamente. Hanno ancora cinque squadre su otto in corsa. La Spagna è fuori dall’Europa League, la Germania conta sul solo Bayer Leverkusen: sono elementi che possono aiutare la Serie A a portare nella nuova versione della vecchia Coppa dei Campioni la quinta in classifica, al posto di chi ha vinto uno scudetto in Grecia, in Svezia, in Romania, in Serbia – non sono paesi del sottosviluppo calcistico, ma paesi che un tempo hanno giocato la finale e in qualche caso l’hanno pure vinta. Prima di essere privati della chance di competere senza passare dai preliminari. Se un Malmoe potesse incassare ogni anno 20 milioni alla casella del via, come accade alla quarta [alla quinta] in classifica dei campionati più cool, scommettiamo che qualche quarto di finale lo raggiunge? 

 

È paradossale – e siamo a due – che il calcio italiano abbia la chance di passare a ritirare questo premio con tutti i guai nei quali si ritrova. Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, li mette in fila stamattina: dal presidente federale Gravina indagato, all’inchiesta sulla natura della proprietà del Milan, fino alla lunga assenza dall’Italia del presidente della squadra che sta andando a vincere lo scudetto [manca dall’Italia da prima di Natale e non si capisce perché non torni. Però telefona: nel frattempo si moltiplicano le ipotesi, anche le più maliziose]. Per non dire della crisi che sta travolgendo la classe arbitrale e del nuovo scandalo hot che si è aperto dentro la Roma

Zazzaroni cita stamattina Ennio Flaiano [«in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi»] e scrive che anche il nostro calcio è magnificamente arabescato, oltre che improvvisato. E dall’improvvisazione, dalla trasversalità e dall’arte di arrangiarsi degli allenatori, più che dai caratteri sportivi e finanziari di un non-sistema, nascono i nostri risultati. Il fatto è che non ci cambierà mai nessuno perché non abbiamo alcuna intenzione di farlo: un anno siamo campioni e pochi mesi dopo bidoni, un anno portiamo tre squadre ai quarti di Champions e pochi mesi dopo nessuna. L’aspetto più singolare della nostra condizione vitale è che quando ci ritroviamo al primo posto, gli altri stanno meglio di noi

Per tutto il resto: fiato alle trombe Turchetti. Siamo una squadra fortissimi. D’altra parte abbiamo vinto il Mundial 82 in pieno trauma calcioscommesse e il Mundial 2006 nel cuore di Calciopoli. 

 

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