La lavagna di Slot e gli spioni dello sport

OGGETTI DI SCENA

La lavagna di Slot

 

 

I benestanti avevano il Subbuteo. Con il calcio in punta di dito, molti hanno capito Marx e la lotta di classe. Quando pure possedevi i soldi per comprarlo, dopo dovevi passare dal falegname per farti sdraiare il panno verde su un bel truciolato. Roba di lusso, fuori dalla portata di tutti. La media e piccola borghesia ripiegava infatti sul prato di cartone del Giocagoal, dal falegname non ci dovevi andare e in più spingeva alla socializzazione. Nella scatola con la tua squadra c’erano solo una metà del campo e una bacchetta di plastica per unirla all’altra metà di un compagno che andava cercato. I più tristi compravano due scatole e giocavano da soli. Oggi su EBay la scatola del Torino costa più di quella della Juventus – bisognerebbe approfondire.

La working class aveva i tappi delle bottiglie e palloni fatti con la scorza del Galbanino o con la carta igienica leggermente bagnata, ben strizzata e asciugata con il phon. I più pigri rigettavano l’idea di starsene con le ginocchia a terra e abbracciarono la religione del Gioco dello Scudetto, una cosa a metà fra il gioco dell’oca e il Monopoli, oggi più costoso di una PlayStation sul mercatino di seconda mano. I più tecnologici si fecero comprare un coso chiamato Simulatore – ma la memoria è ingannevole e bisognerebbe recuperare qualche informazione in più da qualche proprietario dell’epoca. Non mancherà modo. 

Intorno alla metà degli Anni Settanta arrivarono in edicola pure delle affascinanti schede di spugna, erano sedici, una per ciascuna squadra di serie A, con undici vani disposti come in campo. All’interno si attaccavano e si staccavano certi adesivi in rilievo con le facce dei calciatori e poi… e poi… e poi basta. Non è che si potesse giocare o farci altro. Al massimo le schede te le guardavi mentre sentivi la partita alla radio e cambiavi gli adesivi ogni volta che Roberto Bortoluzzi dallo studio annunciava una sostituzione da qualche campo non collegato, vai Ameri fino in fondo. È impossibile oggi a Slalom risalire al nome di quel bell’oggetto e le mamme non conservano più tutto da molto tempo. Peccato.

Chissà qual è la storia familiare di Arne Slot, olandese di Bergentheim, un posto di fabbriche tessili e panifici, chissà quale sarà stato il sette-e-trenta dei suoi genitori, chissà quale gioco di calcio aveva da ragazzo. È nato nel 1978. Deve aver fatto in tempo a conoscere il mondo del pallone virtuale in analogico, prima cioè che arrivasse FIFA. La prova se la porta dietro negli stadi ora che siede sulla panchina del Feyenoord dopo una carriera spesa in prevalenza con lo Zwolle. La prova è quel campone magnetico che aveva pure all’Olimpico. Una lavagna – per semplificare. È lo strumento che usa per dare indicazioni alla sua squadra. Blessin a Genova si portava dietro il tablet, strano, molto strano, perché Lavagna sarebbe più vicina a Genova che a Bergentheim. Su quella tavola Slot muove le sue pedine, disegna i suoi schemi e fa i suoi giochi. A occhio pare solo un poco scomoda da mettere in valigia. Ogni volta che si mettono in viaggio da Rotterdam devono per forza imbarcarla nella stiva. Oppure Slot l’ha portata con sé solo stavolta, chi lo sa, potremmo scoprire che in genere adopera una lavagna tradizionale, di quelle su cui si scrive con il gesso, ma stavolta a Roma l’ha scartata per paura della vicinanza con Cassino.

 

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Lo sport è pieno di spioni

 

 

Quando Slot usa la lavagna in campo, schiera i suoi calciatori davanti alla panchina, così le telecamere ficcanaso non sbirciano e non svelano segreti. Bisogna dare il suo numero a Ettore Messina – spiato domenica scorsa durante una sosta della finale di Coppa Italia da Markel Brown, l’ultimo acquisto di Napoli andato a dare un’occhiata a quel che tracciava il pennarello milanese. Non era un time-out. Mancavano 7 secondi alla fine e gli arbitri stavano guardando l’instant replay.

Fingi di essere un giocatore di Milano, e in posizione da pensionato che guarda il cantiere sotto casa, spii la loro tattica. È il punto di non ritorno per l’Olimpia. La fatality che condanna i milanesi alla sconfitta e Napoli alla gloria. Markel Brown si è guadagnato il rinnovo contrattuale a vita ha scritto La Giornata Tipo su X.

La storia degli spioni nello sport è lunghissima. 

McLaren e Ferrari si spinsero fino ad accusarsi di furto di documenti top secret, con agenti nell’ombra, perquisizioni, sostanze sospette. L’infedele non era un tecnico qualunque ma Nigel Stepney, fino al 2006 capo meccanico. La Ferrari non ci mise molto a inchiodarlo: c’era polvere sospetta nel serbatoio della F2007 di Raikkonen in partenza per Monte-Carlo, polvere che mischiata al carburante doveva bloccare il motore. La stessa polvere ce l’aveva Stepney nei pantaloni. Facile.
L’accusa più grave era un’altra: appropriazione indebita di informazioni riservate, sfilate dagli archivi della Ferrari e passate alla McLaren tramite Mike Coughlan. Anche non era uno qualsiasi, ma il capo progettista a Woking dal 2003.
La Ferrari chiese l’intervento della Fia. La faccenda venne archiviata. Martin Brundle disse che gli pareva una caccia alle streghe. Mosley avrebbe svelato più tardi che senza prove non erano in grado di condannare. Ma Alonso aveva il dente avvelenato col team, si fece convincere a collaborare e portò del materiale scottante. Email, sms, fino a spingere la FIA a ritrattare. Verdetto definitivo: 100 milioni di dollari di ammenda e cancellazione di tutti i punti per la McLaren. Hamilton non collaborò, si professava innocente fino in fondo. Chi lo sa se da ferrarista un giorno ci spiegherà come andò. 

Nella vela spiare è un’abitudine. Jean-Antoi­ne Bonnaveau, fran­cese, assunto nel desi­gn team del sindacato americano Oracle con uno sti­pendio mensile di 10 mila euro, si diede alla fotografia del capannone di Alin­ghi per risalire alle dimensioni del nuovo multi­scafo degli svizzeri. Brett Ellis, uno dei progettisti di Bertarelli, chiamò la polizia. E finì male pure tra Petra Vlhova e Mikaela Shiffrin nell’inverno del 2019, quando lo staff della slovacca venne sorpreso a bazzicare troppo spesso e troppo da vicino lo stesso pezzo di montagna e di neve dove si allenava l’americana. 

È nel calcio che le spie sono una paranoia assoluta. I campi d’allenamento sono chiusi, anzi di più, sono blindati, a Coverciano si racconta di leggendarie e improbabili arrampicate dei giornalisti per scoprire la formazione. Chissà se in Olanda succede anche a Slot. 

 

1 commento su “La lavagna di Slot e gli spioni dello sport

  1. Vito Rispondi

    Racconto sublime! Come sempre riesci ad aprire la scatola dei ricordi di chi legge e Ama lo Sport, con eleganza ed ironia! Complimenti

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