Che fine hai fatto / Ti sei sistemato / Vivi ancora in provincia / Ci pensi ogni tanto alle rane? Così cantano i Baustelle.
Che storia, le rane.
Quando ci piovono addosso, sono il segno di un flagello. Succede nel libro dell’Esodo e succede pure al cinema, nelle scene finali di Magnolia. Una pioggia di rane creata utilizzando 8000 animali in gomma sul set e altre in grafica al computer. Quando iniziano a cadere su strade e marciapiedi, il protagonista mormora: «Che cosa possiamo perdonare? È la parte più difficile».
Per primo è venuto Aristofane. Quando fece rappresentare Le Rane, nel 405 a.C., la guerra del Peloponneso si stava mettendo maluccio per Atene. Euripide e Sofocle erano morti da poco, l’estinzione della tradizione artistica pareva ormai coincidere con la fine della gloria della città. Allora in Le Rane, Aristofane immagina che Dioniso scenda nell’Ade per riportare in vita Euripide. Quando giunge alla reggia di Plutone, si trova coinvolto in una mischia, nella quale Euripide pretende di togliere a Eschilo il primato della tragedia.
Che storia, le rane.
Pare che in Italia ne esistano 23 tipi censiti ufficialmente, divisi in sei specie: rane rosse, rane verdi, raganelle, rospi, ululoni e discoglossi.
Una settima specie non vive negli stagni, ma nelle piscine. Non è rossa, non è verde, anzi, spesso è d’oro. E’ un esercizio tremendo, una condanna a tenere il controllo più feroce su ogni parte del corpo, dal cuore ai talloni, in uno sport dove si può vincere o perdere una medaglia per qualche centesimo di secondo. Noi non facciamo neppure in tempo a contarli, eppure separano il tutto dal niente. Questa è una rana che chiede sincronia di gesti, una sinfonia, la coordinazione. Non è un flagello.
Questa è una rana benedetta.
La rana di Benedetta Pilato.