Il pensiero alle bombe su Gaza, la Palestina in Coppa d’Asia contro l’Iran

CALCIOMONDO | LA COPPA D’ASIA

Giorno-2 | La prima donna arbitro in Coppa d’Asia Lo storico pareggio del Tagikistan all’esordio La tele-rieducazione dei calciatori cinesi Il debutto nel torneo della Palestina contro l’Iran Il ritorno di Hong Kong sulla scena dopo mezzo secolo

 

Yoshimi Yamashita aspetta un mondo nel quale non si parli più di lei come prima arbitra a far qualcosa. Nel frattempo, per scardinare tutto quel che impedisce di arrivarci, parliamone. Era aprile dell’anno scorso quando faceva parte della prima terna tutta femminile in una partita del campionato maschile giapponese. Aveva con sé Makoto Bozono e Naomi Teshirogi come guardalinee per Yokohama Marinos contro Nagoya Grampus. Da sola era già andata in campo per la JLeague nel settembre del 2021, era stata alle Olimpiadi di Tokyo e pure ai Mondiali in Qatar. Ha 38 anni, sognava di giocare, adesso va bene anche stare in campo con un fischietto tra le labbra. Ha preso questa strada su suggerimento dell’arbitro veterano Makoto Bozono dell’Università Gakugei di Tokyo. Si è affidata a un coach di atletica leggera che l’ha aiutata a sviluppare resistenza e passo, così da smontare il pregiudizio della donna che non sta dietro agli uomini che corrono. Dopo è venuta la ricerca di uno stile, la calma e la serenità con cui si rivolge ai giocatori. In Australia-India è diventata la prima arbitra nella storia della Coppa d’Asia. Chi se ne occupa stamattina, sottolinea che ha ammonito una volta sola. 

 

IL TORNEO

L’esordio del Tagikistan. Per giunta senza perdere

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La storia ha attraversato la Coppa d’Asia pure quando è andata in campo la nazionale del Tagikistan, l’unica esordiente nel torneo, la 36esima in assoluto nella storia. È una delle repubbliche ex-sovietiche, da trent’anni sotto il governo di Emomalī Rahmon, secondo Human Rights Watch non un esempio di fulgida democrazia, considerata l’incarcerazione di chi critica il governo, i dissidenti politici esiliati all’estero, le repressioni della libertà di espressione e di credo religioso. È figlio di due contadini che hanno conosciuto lo zar. È stato militare per la flotta sovietica nel Pacifico. Ha lavorato come elettricista. Si è laureato in economia. Adesso è tra i politici consapevoli che la diffusione del calcio contribuisce all’immagine. La pagina facebook Calcio da dietro ricordava nei giorni scorsi che il Tagikistan è stato uno dei tre paesi al mondo dove non hanno fermato il campionato neppure durante la pandemia. Come in Bielorussia e in Nicaragua. Anzi la pandemia in Tagikistan non c’era. Non è mai arrivata, giura Rahmon. Zero casi di contagio accertati, quando diceva che «una delle qualità migliori di questo popolo è tenere le case pulite e osservare gli standard sanitari». 

Il cittì è Petar Segrt, un croato. Slalom ne ha accennato a inizio anno, mettendo la sua storia fra le 24 del 2024 da aspettare. Lo chiamano L’Architetto. È stato un centrocampista con il classico infortunio al ginocchio che gli ha spezzato la carriera. Francesco Pietrella ha raccontato sulla Gazzetta una vita da giramondo ai confini del ranking. «A Tbilisi parlai in piazza davanti a 200mila persone, ho sfidato Lippi, in Afghanistan mi rifiutai di far giocare un amico di una persona importante». Un uomo “fuggito dalla Jugoslavia per dribblare la guerra e poi ne ha sfiorate un paio, ritrovandosi in l’Afghanistan senza documenti. A cinquant’anni per le vie di Kabul si commosse quando dozzine di bambini gli regalarano 50 rose rosse dopo una vittoria. 

 

  MAPPE  La tele-rieducazione dei cinesi  ►  Questo cittì, questa squadra – posizione numero 106 nel ranking della FIFA – non hanno solo esordito in Coppa d’Asia. Sono anche riusciti a fermare sullo 0-0 la Cina, furibonda alla fine per un gol annullato dalla VAR a Zhu Chenjie, un compagno considerato in fuorigioco sulla linea di porta dopo il suo colpo di testa. Una nazionale arrivata in Qatar sotto il peso di uno scandalo. Pochi giorni fa l’ex cittì Li Tie è apparso in televisione confessando di aver pagato tangenti per ottenere il lavoro e di essere stato coinvolto in partite truccate. La confessione fa parte di un giro di vite sulla corruzione nel calcio che ha innescato la caduta di 10 alti funzionari della federcalcio. I giornali di Pechino dell’area governativa raccontano che i calciatori in Qatar sono stati obbligati a guardare il programma. Così imparano. Contro il Tagikistan non è servito, anzi quasi quasi Alisher Dzhalilov faceva la sorpresa all’inizio del secondo tempo con un gran tiro al volo.

 

L’Australia ha dominato la partita. L’India è riuscita a tirare solo tre volte in porta e solo una dall’interno dell’area, nell’unica occasione in cui ha effettuato un passaggio negli ultimi 16 metri del campo. Nella metà campo dell’Australia gli indiani sono riusciti a scambiare la palla solo 37 volte, rispetto ai 426 passaggi degli avversari dall’altra parte. I geek si sono accorti che l’Australia ha avuto 23 catene di passaggio con almeno 10 scambi, l’India solo due, e ne ha messi cinque di fila in appena undici occasioni. 

 

 POPOLI

Il calcio della Palestina durante le bombe a Gaza

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  IRAN VS PALESTINA 

«Non è facile concentrarsi sulla partita. I ragazzi controllano ogni minuto le notizie sui telefonini, in albergo, sul bus, anche durante gli allenamenti. Ma dobbiamo farcela, abbiamo una grande responsabilità. Siamo gli ambasciatori del nostro paese, dobbiamo ricordare al mondo che la Palestina esiste». Queste sono le parole di Makram Daboub, il tunisino a cui tocca fare il cittì della nazionale mentre Gaza è sotto i bombardamenti di Israele. Ci sono paesi all’ONU che non ne riconoscono l’esistenza. La FIFA sì. Dal 1998. La squadra è alla terza partecipazione nella Coppa d’Asia, ma come colonia britannica aveva partecipato alle qualificazioni per i Mondiali già nel 1934 e nel 1938. Stamattina la sua storia è ripersorsa sul Manifesto da Luca Pisapia. 

Quella squadra – scrive – se l’è presa Israele, insieme ad altre cose. E così per trovare la prima squadra della Palestina bisogna arrivare al 1962, per trovare il suo primo riconoscimento al 1974. Israele ha sempre fatto di tutto per impedire ai calciatori palestinesi di giocare, figuriamoci di muoversi.  

Come segnalato da Slalom qualche settimana fa, non tutti i calciatori sono riusciti a lasciare la striscia di Gaza. «In queste partite la nostra presenza deve servire come monito al mondo, per raccontare quello che sta succedendo e per ricordare a tutti che anche noi abbiamo il diritto di partecipare alle competizioni sportive», ha detto ieri Musab al-Battat, il capitano.

Quando gioca in casa, la Palestina non è in casa. Ha un campo neutro che rimbalza tra il Kuwait e gli Emirati Arabi. Molti stadi sono stati distrutti dalle bombe, il governo di Netanyahu ritiene che siano stati utilizzati da Hamas come base di lancio per i missili. Lo Yarmouk di Gaza è diventato un campo di prigionia. Il Manifesto riprende l’allarme di Susan Shalabi, vicepresidente della federcalcio, secondo la quale dall’inizio della risposta militare di Tel Aviv agli attacchi di Hamas del 7 ottobre sono stati 88 gli atleti professionisti uccisi, più altri 24 tra allenatori e dirigenti. Settanta tra gli atleti sono calciatori e nella lista c’è il nome di Ahmed Daraghmeh, 23 anni, nel giro della nazionale. L’ultimo bollettino da Gaza riferisce della morte di Hani Al Masri, considerato uno delle stelle del calcio palestinese, ex città della squadra olimpica.  

Israele non è alla Coppa d’Asia perché tutta la sua attività calcistica e sportiva si svolge dentro il perimetro delle istituzioni europee. 

Mentre la Palestina muore dissanguata a Gaza, la squadra giocherà in Qatar con la speranza di dare speranza a chi è in patria e denunciare la realtà. Queste sono invece le parole di Pablo M. Fuentenebro sul giornale spagnolo As. La rivista Panenka, ancora dalla Spagna, ha fatto due conti e racconta che si tratta della quarta squadra meno preziosa in questa Coppa d’Asia. Il portale Transfermarkt valuta la rosa 6 milioni e mezzo. Quasi due sono quelli di Odas Dabbagh, attaccante, 25 anni, giocatore dello Charleroi in Belgio dall’estate scorsa. Prima di allora aveva giocato per due anni con la squadra portoghese dell’Arouca, segnando 15 gol in 45 partite.

 

  LE PARTITE

Il ritorno di Hong Kong dopo mezzo secolo

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HONG KONG VS EMIRATI ARABI

Non c’è Taiwan alla Coppa d’Asia. È stata eliminata nelle qualificazioni con otto sconfitte in otto partite. Ha perso dall’Australia, dalla Giordania, dal Kuwait, dal Nepal. Ha segnato solo quattro gol e ne ha presi 34. Non c’è Taiwan e la FIFA non la riconosce con questo nome. Per il calcio è Chinese Taipei. C’è invece Hong Kong a distanza di 55 anni dall’ultima volta, un altro posto dal quale in questi ultimi anni si alza spesso la voce contro Pechino. È un polo tecnologico, alta qualità della vita, il calcio che rifiorisce. Gabriele Anello su Calcio da dietro ha ricostruito il cammino storico della nazionale che non ha mai vinto una partita nella Coppa d’Asia ma che nel maggio 1985 batté la Cina durante le qualificazioni ai Mondiali in Messico. Un 2-1 che fece dimettere il cittì e il presidente della federazione a Pechino, con disordini in strada e 127 arresti. Nel 2009 c’è stata la medaglia d’oro ai Giochi del Sud est asiatico, con vittoria in finale sul Giappone ai rigori, adesso il ritorno in cima grazie all’influenza del Kitchee, club con sei scudetti in dieci campionati, il primo a vincere una partita nella Champions League asiatica e poi a essersi qualificato per ottavi. Ha ingaggiato nel tempo gente come Diego Forlan e Onazi. Il resto l’hanno fatto le naturalizzazioni di brasiliani, inglesi, ci sono pure un francese e un camerunense. Ce ne sono sei in Coppa d’Asia. Il cittì è un norvegese, Jørn Andersen, gran centravanti dell’Eintracht Francoforte anni Novanta in Bundesliga, poi anello di congiunzione tra Jürgen Klopp e Thomas Tuchel sulla panchina del Mainz ricorda Calcio da dietro.

 

in tv oggi ore 12.30 OneFootball: Giappone-Vietnam | 15.30 OneFootball: Emirati-Hong Kong | 18.30 OneFootball: Iran-Palestina

 

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