Il calcio nella Siria della guerra civile. L’impresa di Héctor Cúper in Coppa d’Asia

Quasi la metà del popolo siriano vive senza la Siria, fuori, lontano, altrove. Ha iniziato a lasciare la sua terra nell’Ottocento, diretto verso l’America latina, gli USA, l’Egitto. Non ha più smesso di farlo. La guerra civile scoppiata nel 2011 ha portato altri milioni di persone via da casa. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu dovrebbero essere ormai tredici milioni in tutto, cinque sono andati via tutti insieme nel 2015. La maggioranza è ospitata nei paesi vicini, quasi 4 milioni in in Turchia, uno in Libano, 665mila persone in Giordania. La Germania ha accolto più di mezzo milione di rifugiati, il Regno Unito 11mila, gli USA 9mila. 

Molti figli di questa diaspora sono nella nazionale di calcio che per la prima volta si è qualificata per gli ottavi di finale della Coppa d’Asia. Antonio Yakoub è nato a Södertälje, la città di Bjorn Borg in Svezia, da madre siriana e padre finlandese. Avrebbe potuto giocare per tre squadre. A Helsinki lo avevano convinto. È passato dalla Under-20 tre anni fa, poi ha scelto l’altra parte delle sue radici. 

Anche Aiham Ousou è nato in Svezia, lui è stato addirittura il capitano della Under-21 di Stoccolma, prima di riprendere la bandiera della terra del padre. È la stessa storia vissuta da Abdul Rahman Weiss in Grecia: cinque presenze con la Under-21 e poi la risposta al richiamo delle origini familiari. Alessio Ezequiel Naim Ham aveva nonni siriani e viene dall’Argentina. Jalil Juan José Elías è nato a Rosario, la città di Messi. Ammar Ramadan è una vecchia conoscenza italiana. Otto anni fa passò dal Cimiano, società dell’hinterland milanese nata inizialmente per praticare tamburello, bocce e sport, votata al calcio con l’arrivo di Luigi Gino Maldera, ex giocatore del Milan. Ramadan uscì dall’orbita rossonera per finire nelle giovanili della Juventus, tra 2016 e 2019, compagno di squadra di Kean, Miretti, Fagioli. Anche suo padre Munaf era calciatore. La nazionale siriana è spesso una questione di famiglia. Khaled Kourdoghli, per esempio. Suo nonno Khaled, suo padre Muhammad, i suoi zii Abdul Kader, Ahmed e Hisham hanno giocato tutti da professionisti. 

 

  ARTEFICI  Omar Khribin  ►  È l’eroe di queste ore, il primo siriano a vincere il titolo di calciatore asiatico dell’anno nel 2017. La federcalcio annunciò di averlo sospeso nel 2019 per troppi casi di assenza ingiustificata. È tornato nell’autunno del 2020 e ha spiegato d’essere stato fatto fuori perché si era rifiutato di giocare da seconda punta. Quando ha segnato il gol decisivo contro l’India, l’unico della Siria nel girone, i compagni lo hanno sollevato in aria. È il gol più importante nella storia del calcio del Paese, segnato da una squadra che non gioca una partita in casa da oltre un decennio. 

L’uomo che tiene insieme questo gran mosaico ha una fama vertical, si chiama Héctor Cúper, esatto, quel Cuper là, due volte in finale con il Valencia in Champions League, in finale con l’Egitto alla Coppa d’Africa 2017, con la stessa nazionale qualificato per i Mondiali dopo 28 anni. Da noi è molto più probabile che sia ricordato come allenatore di finali perse e come la più grande delusione nel percorso di Massimo Moratti presidente interista, lo scudetto perso il 5 maggio. Siamo fatti così.

All’età di 68 anni Cúper potrebbe essere arrivato al suo ultimo evviva nel calcio, racconta in Germania Deutsche Welle agli immigrati siriani presenti nel paese. Come ha detto ad Al Jazeera Nada al-Rashed, direttrice della Difesa civile siriana all’inizio del mese, il popolo ha accolto il 2024 nello stesso modo in cui aveva salutato il 2023, con uno spargimento di sangue. A febbraio scorso un terremoto ha provocato la morte di oltre seimila persone. Secondo il Syria Earthquake RDNA, i danni sono stati stimati in 3 miliardi e 700 miliioni di dollari. Solo quattro giorni dopo Cúper è stato nominato cittì della Nazionale. Disse: «Sappiamo di non poter rimuovere il dolore, ma cerchiamo di alleviarlo». 

 

  PERSONE

Héctor Cúper

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In uno dei suoi commenti del lunedì per Repubblica, una volta Gianni Mura ha scritto di Cúper che passa per difensivista, o almeno per uno che si preoccupa di costruire la casa dalle fondamenta.  Come di molti pittori si dice che tendono a dipingere sempre lo stesso quadro, e di molti compositori la stessa musica, di Cuper si può pensare che tenda a costruire un modello di squadra sempre uguale, eppure Mura gli riconosceva un merito, quest’anno non è volata una mosca, in una rosa così vasta che molti esclusi nemmeno avrebbero avuto tutti i torti a lamentarsi.

Secondo Beppe Severgnini, interista nel cuore, Cúper è un allenatore incapace di malizie. Ha scritto: Solo Schillaci sgranava gli occhi meglio di lui, solo Salinger esibisce silenzi altrettanto loquaci. Porta sempre la cravatta allentata: Alla Philip Marlowe. Un signore appassionato di scacchi, ai tempi giocava contro il computer o contro avversari rintracciati in rete, sui siti internet specializzati, senza svelare il suo nome reale. 

Andrea De Benedetti sul Manifesto  lo chiamò l’eterno secondo, l’ammiraglio delle mille battaglie perse, l’eroe omerico che proprio da Omero aveva tratto il suo nome – Ettore – e l’inesorabile vocazione alla sconfitta. In due anni e qualche mese in Italia – raccontava – gli sono stati affibbiati aggettivi foschi: ”cupo”, ”triste”, persino ”portasfiga”. La calunnia è un venticello, che nel suo caso è stato reso ancora più impietoso dalla spietata evidenza numerica. Così, alla fine, forse ha cominciato a crederci anche lui, e ci ha costruito sopra il suo personaggio, scettico e spigoloso, triste solitario y final. Non era nato perdente, ma quello era diventato nell’immaginario collettivo, e se ne era fatto una ragione. Come quel personaggio pirandelliano che, additato dalle malelingue come portascalogna e stanco di ribellarsi a una simile diceria, chiede che gli venga ufficialmente riconosciuta questa sua peculiarità, in modo da ottenerne se non altro un qualche riconoscimento sociale

 

| «Perdente? Dipende con chi ti comparano. E poi bisogna distinguere tra perdente e uno che non vince. Se mi dicono che non ho vinto, bene, non posso sostenere il contrario. Ma se mi danno del perdente, sbagliano. Perché il perdente è un uomo che molla. E io non sono certo così»

Héctor Cúper

 

Vent’anni fa Repubblica convinse Manuel Vázquez Montalbán a scrivere di lui e il papà di Pepe Carvalho trovò che Cúper fosse ammirato dalla critica, ubbidito dai giocatori, non del tutto accettato dal pubblico, un allenatore diverso e distante che non vende simpatia e talvolta ricorda quegli scrittori entusiasti della Letteratura che tuttavia odiano il lettore, seccati dalla sua dipendenza. I dirigenti credono nel suo carisma autoritario e nel suo lavoro serio, ma ne temono il sistema di segnali, poco ben disposto a sorridere ai tifosi, ai giornalisti e addirittura ai bambini

Nicola Cecere sulla Gazzetta raccontò che tra le pareti domestiche don Hector trascorre il tempo immerso nella lettura (ama storia e filosofia) e non disdegna la musica essendo un eccezionale ballerino. Quando è possibile si concede una vacanza al mare e di solito va a Palma di Maiorca, dove possiede una villetta.

 

 

  A PAROLE SUE 

Molto di sé Cuper raccontò a Gianni Mura in una intervista del dicembre 2001. 

 

 ➣  Dirotto sui tecnici: ne cita sempre due, Griguol e Babington. Babington l’ ho visto in campo ai mondiali del ‘ 74, di Griguol ignoro tutto, se non che gli ha insegnato il colpo sul petto ai giocatori, prima che entrino in campo. 

«Griguol mi ha allenato al Ferrocarril. Ci faceva correre 15 km per i campi senza bere, si tornava in albergo e niente acqua, solo dopo, razionata dal capitano, e guai a sgarrare. Griguol mi ha insegnato la disciplina, è una parola che a me piace molto eppure ogni volta che la pronuncio sento un po’ di freddo intorno, come se parlassi di un carcere. Per me, la disciplina non intacca la libertà. Babington era l’opposto, cercava il dialogo coi giocatori. L’ho avuto all’Huracan. Io cerco di essere una via di mezzo fra loro».

 ➣  Lei viene dalla Spagna. È vero che lì si gioca un calcio più bello del nostro? 

«È vero che c’è più spazio e più gusto per la giocata di fino. In Italia c’è più velocità e più pressione sull’avversario, ma non si può dire che sia un brutto calcio. In Argentina è ancora diverso, lì giocare a un tocco è disdicevole, la gente non capirebbe e nemmeno i giocatori: il pallone va amato, accarezzato, trattenuto, non dato via subito come se scottasse. In Italia chi tiene il pallone più di 2 secondi è considerato un perditempo»

 ➣  Mi racconta il paese dov’è nato? 

«Chabas, tutti scrivono che è vicino a Santa Fè, ma saranno 250 km. È un paese piatto in mezzo ai campi di grano. Settemila abitanti, ci si conosce tutti. Il bisnonno Cooper, inglese, si fermò lì per amore d’una creola. Il cognome diventò Cuper. Gli altri rami della famiglia sono tutti italiani: Pistelli, Santarelli, Nardi. Rosa Nardi è la nonna, credo di radici toscane, che mi ha cresciuto e mi ha fatto da padre, madre e nonna. Mia madre Elsa è morta che avevo un anno, come non l’avessi mai vista. Mio padre Hector Jeronimus faceva il camionista, trasportava cereali fino in Patagonia, stava via molto tempo. È morto in un incidente stradale, a 600 km da casa. Il mio paese poteva stare in un racconto di Soriano, con due squadre di calcio di categorie remote. La mia era l’Huracan, maglia bianca con profili rossi, numero 2, il mio numero. Solo in nazionale avevo il 3». 

 ➣  Cosa ricorda dei primi anni?

«Mi piaceva salire sul trattore di mio zio, andare a mietere, a seminare. Penso di essere un discreto contadino. Poi ho lavorato in una fabbrica di vestiti e ho avuto un posto in banca, che in un paese come Chabas era praticamente il massimo. E poco dopo è arrivato un invito da Buenos Aires, lontanissima, per giocare gratis nelle giovanili del Ferrocarril. Avevo 17 anni, mia nonna non era molto contenta che andassi via, ma io ci tenevo. Stai attento, mi diceva. In verità me lo dice anche adesso che non ho più 17 anni e io le dico stai tranquilla, farò attenzione, anche se non so bene a che cosa. A Buenos Aires ho lavato i piatti nei ristoranti, poi mi hanno promosso addetto alle insalate, poi per fortuna mi hanno messo in prima squadra e ho cominciato a guadagnare qualcosa». 

 ➣  Saprà che di lei si dice: è bravissimo, è andato in tre finali. E si dice: però le ha perse, tanto bravo non è. 

«Una volta in Spagna dissi: le finali, conta vincerle. E Jorge Valdano mi corresse: le finali, conta prima giocarle. Allora, per me conquistare una finale è un merito, perderla è una circostanza. Io me la gioco, me la giocherò sempre per vincere. Poi ognuno è libero di giudicarmi un vincente o un perdente». 

 ➣  Il calcio è un gioco?

«Io quando esco di casa dico che vado a lavorare. Il calcio è drammatico, come il tango. La donna della tua vita dopo due strofe di canzone ti mette le corna. Lo squadrone dopo un’ ora è una schifezza. Il calcio è un dramma con qualche squarcio d’ allegria».

 ➣  Sa ballare il tango? 

«Sì».  [intervista di gianni mura, Repubblica, 12 dicembre 2001]

 

 

IL PAESE

Il calcio e la dittatura

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La Nazionale siriana non piace a tutti in Siria. In un video girato in pullman e postato sui social, i giocatori gridano slogan politici e inni per Bashar al-Assad. I critici del regime considerano la squadra di calcio come parte della propaganda del regime. Dei 26 giocatori in rosa, 10 giocano in Medio Oriente, nessuno nei cinque grandi campionati europei. Forse la Coppa d’Asia della Siria finirà agli ottavi – ha detto Deutsche Welle – e nessuno dei giocatori verrà mai in Europa, ma adesso i calciatori siriani hanno fatto la storia e vale la pena assaporarlo.

Prima della guerra civile, il calcio siriano stava vivendo un periodo di prosperità, evidenziato dal rendimento dell’Al-Karamah della città di Homs. Nel 2006 aveva raggiunto la finale della Champions League asiatica, persa contro i sudcoreani della Jeonbuk Motors. 

Quando cinque anni più tardi sono iniziate le proteste contro Bashar al-Assad, Samer al-Kurdi, una delle stelle dell’Al-Karamah, cominciò a perdere tutto. Osò unirsi alle manifestazioni, chiedeva dignità, libertà, rispetto per la popolazione. Abd al-Basset al-Sarout, il portiere, lo seguì, e insieme avrebbero trascinato decine di calciatori, piano piano costretti a ritirarsi per aver condannato le repressioni violente delle manifestazioni. Secondo la Rete siriana per i diritti  umani con sede in Francia, da marzo 2011 a settembre 2022 le forze di Assad hanno ucciso 199 atleti. Circa 500 sono stati arrestati nello stesso periodo. Abdul Karim al-Halabi, attivista sfollato, ex calciatore dell’Al-Ittihad ad Aleppo, parla di violazione dei diritti umani. 

Quando la FIFA ha disposto un’ispezione per stabilire se il paese fosse in grado di tornare a ospitare partite di calcio, le forze dell’opposizione si sono ribellate, denunciando l’utilizzo dello stadio al-Hamdaniya come base per bombardare i quartieri orientali di Aleppo. Secondo gli attivisti locali, il governo di Assad ha utilizzato anche lo stadio Abbasiyyin di Damasco per attaccare la Ghouta orientale. Lo stadio Al-Bassel nel quartiere Baba Omar di Homs, secondo la denuncia di Kurdi, è diventato una caserma di carri armati. Lo stadio municipale accanto al dipartimento della sicurezza militare è stato trasformato in un centro di detenzione. I media locali raccontano che gli stadi sulla costa sono stati riconvertiti in centri per l’allevamento delle pecore. 

«La Federcalcio siriana – disse Kurdi ai tempi dell’ispezione – è solo un volto politico di Assad. Il piano di riconciliazione della FIFA è un tradimento dei calciatori che sono stati arrestati e uccisi, e degli altri che si sono opposti all’ingiustizia».

 

[fonti | Middle East Eye |  Guardian | The Athletic]

 

 

Alla fine della partita contro l’India, sia il traduttore sia l’intervistatore di Héctor Cúper sono scoppiati in lacrime. Lui li guardava e sorrideva, sorrideva alla maniera di chi ormai ne ha viste e sentite tante. Ma come questa, come questa mai. 

 

 

[foto Andoni Lubacki / Associated Press – vista su Los Angeles Times]

 

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