Ballando Loftus-Cheek to Cheek. La scoperta che la serie A può travolgere fisicamente – I suoni della Champions: Mbappé, Ibra, Griezmann, gli ultrà

  EUROGOL

 

2-1   La sera che esordì con la maglia numero 10 della sua nazionale, il Guardian scrisse che sarebbe stato facile entusiasmarsi, calma, calma, predicò Barney Ronay da Wembley. Loftus-Cheek è una presenza affascinante, un ragazzo descritto in modo un po’ minaccioso come timido e calmo dai dirigenti del suo club e della nazionale, prima di questa partita. Ma qui ha mostrato coraggio. Ha giocato come un vero numero 10, nascondendosi in quello spazio di mezzo e rendendosi disponibile ogni volta per un passaggio

Come nei vecchi 45 giri esisteva pure un lato B. Non è difficile capire – scrisse il Guardian – perché José Mourinho non lo apprezzasse particolarmente. Le accademie della Premier League sono spesso criticate per aver prodotto calciatori educati ed eleganti, senza una certa grinta vincente, senza quel filo tagliente. Loftus-Cheek può sembrare a volte l’apice di tutto questo, un calciatore di alta classe, affascinante, intelligente, ben educato e stranamente alla periferia del gioco. In realtà ha solo bisogno di tempo.

A maggior ragione avrà bisogno di tempo anche per prendersi il Milan, ma il gran gala di ieri sera ha mostrato qual è la via. Sarà lavoro di Pioli individuare la giusta razione di Loftus-Cheek da aggiungere alla squadra ogni volta e mescolare ben bene, giacché parliamo di una figura – dice Luca Barbara su Sportellate fragile come il cristallo, prezioso come un diamante. Potrebbe rappresentare l’uomo della rinascita milanista

 

Se il Milan è tornato a fare il Milan nella serata giusta, lo deve ai suoi giocatori più internazionali. Ce ne sono anche nella serie A di cui ci piace dire un gran male e che ci piace raccontare come un campionato che si impoverisce ogni estate. Eh, ma se ogni estate i più ricchi vengono a prendersi i migliori calciatori da questo serbatoio, significa che in questo serbatoio di buoni ce ne sono. 

| Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport parla per esempio di grande Milan e grandissimo Leao. Ma poi aggiunge di aver visto: mostruosa la prestazione di Loftus-Cheeck, fantasiosa la regia di Reijnders, mai così gattusiano Musah. Scrive che il Milan poteva vincere solo ottenendo il massimo da ogni individualità. Lo ha fatto, vedi l’ottimo Calabria, mai prigioniero di Mbappè. E poi naturalmente Leao, il migliore. Pioli gli chiede da tempo di salire l’ultimo scalino: essere decisivo con continuità, aiutare la squadra anche senza palla. Ieri lo ha fatto.  Il Psg è caduto sotto i colpi dei suoi strappi

| Anche Arianna Ravelli, sul Corriere della sera, racconta che nella partita delle difese alquanto squilibrate che avrà fatto inorridire Max Allegri, quella distanza non si è vista, di sicuro non sul piano fisico, con Loftus-Cheek simbolo del nuovo corso, più intenso, più potente, più europeo appunto. Ravelli sul Corriere coglie che la reazione c’è stata e sta tutta nell’esultanza polemica e rabbiosa di Leao, che zittisce il pubblico che l’aveva fischiato in campionato, e che questa notte è stato finalmente trascinatore. E sta nell’atteggiamento di Pioli che al fischio finale non festeggia, segno che qualche scoria la settimana l’aveva lasciata. Magari la prossima volta – suggerisce – si potrà festeggiare senza rabbia, ma solo con gioia.

 

PARENTESI  Cheek to Cheek è una canzone scritta da Irving Berlin nel 1934, pensata per Fred Astaire e per il film Top Hat con Ginger Rogers. Nel film Astaire la dedica a lei mentre ballano. Il pezzo ebbe una nomination all’Oscar del 1936 ma perse la corsa alla statuetta contro Lullaby of Broadway. Secondo il database di Second Hand Songs è stata registrata da allora da 438 artisti diversi. Questo almeno fino a luglio del 2021. Il Cheek-Loftus è uno e ce l’ha il Milan. 

 

  LA ZLATANOVELA  Tutta questa straripante energia europea fa dire a Ivan Zazzaroni da Roma – direttore del Corriere dello Sport-Stadio – che a Milano stanno un pochino esagerando su quella faccenda dell’Ibrahimovic totem, motivatore, consulente, ci siamo capiti. 

Da alcuni giorni – scrive Zazzaroni – pur avendo un sacco di cose a cui pensare (compresi la bachata e il samba) provavo a capire cosa potesse aggiungere l’invocatissimo Ibrahimovic al Milan e in particolare a Pioli. È arrivata la splendida vittoria sul Paris Saint-Germain e ho trovato la risposta che cercavo: poco o nulla. Perché ho visto una squadra due volte squadra: Leao nella versione più travolgente e addirittura totalmente dentro la partita (in più di un’occasione è stato efficace nei rientri); perché Loftus-Cheek, Musah e Reijnders sono stati bravissimi nelle due fasi: quest’ultimo in particolare ha dato una grossa mano a Calabria nel controllo di Mbappé; e perché Theo ha fatto Theo e Giroud ha staccato e colpito alla Giroud.  

Ieri sera il Milan non ha battuto soltanto Mbappé, Donnarumma, Lucho Enrique, le ricchezze superprotette dalla Uefa di Nasser: è riuscito a demolire anche tanti luoghi comuni e banalità. 

Ibra non ne ha colpa: è stato tirato con insistenza per la giacchetta. Ci ha talmente riempito di sé e delle sue iperboli, che nella difficoltà qualcuno ha pensato, e pensa, che possa ancora moltiplicare pani, pesci e punti. Dubito che Ibra possa risolvere i problemini o i problemoni creati da un mercato deciso da uno scout con la mentalità da scout, ovvero prendo 7-8 buoni giocatori sperando che 4 diventino ottimi: lo scout deve fare lo scout, il direttore sportivo il ds, l’allenatore deve allenare, il presidente presiedere e metterci i soldi e il talent non può inventarsi giornalista.  

 

  Quel che nessuno avrebbe sospettato di sentir dire stamattina, si sente invece dire da Parigi. Sono le parole che ha messo per iscritto su L’Équipe Vikash Dhorasoo, ex milanista, pensatore, scrittore di un libro in cui fa l’elogio del piede, tradotto in italiano da 66thand2nd, uomo di sinistra che così raccontò la sua convivenza con il padrone Berlusconi. 

«Appena imparato l’italiano ho cominciato a comprare Repubblica. Nello, il fisioterapista, che mi voleva bene, mi ha avvertito: guarda che qui è la destra, fai attenzione perché quello ti schiaccia (“ti schiaccia”, lo dice in italiano, ndr). Così prendevo il giornale e lo leggevo in camera, la numero 10 di Milanello. Forse non sono stato coraggioso come sarebbe stato necessario, ma nella stanza consumavo la mia forma di resistenza» [a Gigi Riva su Repubblica]

«Non ero abituato ai vostri allenamenti, più duri di una partita, e non parlavo la lingua. Poi un giorno, dopo il corso d’italiano, Costacurta si mise a conversare in francese e mi fece notare che leggevo Libération che come Repubblica non era giornale gradito a Milanello. Era una battuta, ma il fisioterapista mi consigliò di nasconderli sotto la giacca». [ad Aelssandro Grandesso sulla Gazzetta]. 

Ebbene, ribaltando gli stereotipi sulla serie A di cui ci nutriamo abbastanza regolarmente,  stamattina Dhorasoo scrive di essere stato sorpreso nel vedere Vitinha, Ugarte e Zaire-Emery fisicamente sovrastati. Quando acceleravano Loftus-Cheek e Leao avevi l’impressione che avessero degli adolescenti davanti a sé. C’era insomma una differenza fisica in favore della squadra venuta dall’Italia. Editoriale: Gulp. Fine dell’editoriale. 

Dhorasoo scrive: È facile dire che non ci sono più Neymar o Messi e allora tutti corrono. Sono stati risolti alcuni problemi, ma ce ne sono altri. La squadra continua a soffrire di fronte all’intensità. Ho delle domande sull’utilizzo di Mbappé. Temo che finirà per annoiarsi sul lato sinistro, venendo imprigionato ogni volta da due o tre avversari. Ho la sensazione che prima avesse più libertà, che fosse aiutato di più, mentre ora deve arrangiarsi. Questa squadra non ha mai retto all’intensità della Champions League, lo abbiamo visto due volte in trasferta contro Newcastle (1-4) e Milan. Questo è il vero problema. Non hanno un centravanti all’altezza di questo livello. Kolo Muani ha toccato 14 palloni. Forse il centravanti ce l’ha il Milan. Giroud è stato presente nel corpo a corpo e nei duelli, ha partecipato al primo gol, ha segnato il secondo. Ho sempre l’impressione che in questa squadra ci si trasmetta la paura, appena le cose non vanno bene. Quando il PSG va in svantaggio, chi è il leader, chi comanda? È facile essere leader quando tutto va bene. Quando le cose vanno male, non c’è nessuno che guidi la squadra

 

L’ANGOLO [ACUTO] DELLA CULTURA POPOLARE

Quanno ‘o mare è calmo, ogne strunzo è marenaro

[trad.: In assenza di onde alte, anche gli incapaci sanno governare un’imbarcazione]

 

Resta da dire solo dei dollari a Donnarumma. Il tifoso fa il tifoso e il suo risentimento viscerale non è [quasi] mai alla portata della comprensione di un osservatore esterno. Ma un estraneo può trovare che sia arrivato il momento di mettere una pietra sopra tutta la vicenda perché sarebbe la soluzione migliore.  Lo scrive Sportellate e Slalom si associa. 

 

  LA QUESTIONE ULTRA 

Paolo Berizzi su Repubblica ritorna sugli scontri che ci sono stati alla vigilia e dice che Milan-Psg di Champions vale come L’Aquila-Sora in Serie D, come Marsiglia- Lione in Ligue1, come Battipagliese-Ebolitana in Promozione. 

Scontri. Agguati. Vendette. E dunque botte, bombe carta, spranghe, coltelli, bottiglie, tirapugni, pietre, fumogeni. E sangue. Non più e non tanto negli stadi o intorno quanto nei centri urbani. In mezzo a cittadini inermi, nel traffico e tra i locali (e stazioni, metropolitane, autostrade). Dove la gente “normale” fugge o assiste terrorizzata alle cariche, ai pestaggi.

La sua tesi è che questa nuova escalation sia legata alle tensioni internazionali per l’invasione russa in Ucraina e la guerra nella striscia di Gaza. Porta a sostegno le parole di Maurizio Marinelli, sociologo, ex direttore del Centro studi sicurezza pubblica della polizia, autore di pubblicazioni su tifo e devianza. «Dopo la pandemia – dice Marinelli – gli ultrà hanno ritrovato la voglia di incontrarsi per scontrarsi. Poi è arrivata la guerra, poi l’altra guerra… La suggestione “bellica” è un fattore scatenante. L’ultrà emula la guerra, prende spunto. Esisto perché sono violento, perché picchio e lascio a terra il nemico. Fu così anche ai tempi del conflitto nell’ex Jugoslavia. Il meccanismo si ripete. Gli ultrà sono tornati all’ultimo decennio del secolo scorso. Nella ex Jugoslavia i serbi che avevano dimestichezza con le armi trasferirono quell’esperienza dagli stadi alla guerra».

 

Mauro Berruto su Avvenire racconta invece degli ultrà di Firenze che domenica sono andati a spalare il fango anziché presentarsi allo stadio per la partita contro la Juventus. A Bertuto pare che il calcio abbia perso un’occasione, nel non rinviare il posticipo domenicale di serie A. 

Una partita di serie A di calcio maschile, a maggior ragione fra due squadre diciamo non troppo amiche – ha scritto – necessita di un numero di operatori e addetti alla sicurezza che non ha paragoni con altre manifestazioni sportive locali (che, ripeto a scanso di equivoci, andavano sospese anch’esse): 300 steward, 250 agenti di Polizia, oltre 50 agenti di Polizia municipale, personale medico, ambulanze con volontari, non si sarebbero potuti impegnare nelle zone alluvionate a pochi minuti dallo stadio Franchi, come forze aggiuntive ai tanti volontari e operatori attivati fin dal primo minuto? Il mondo del calcio (e con il calcio quelle pay-tv che ormai sembrano dettare legge su orari e calendari) ha perso un’occasione e segnato, purtroppo, ancora una volta quella distanza ormai abissale fra sé e il mondo reale, dimostrando la non invidiabile capacità di non volersi o di non sapersi fermare di fronte a nulla.

 

I rumori della Champions

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  SLURP  I 200 gol di Immobile

Alberto Abbate sul Messaggero celebra il gol decisivo di Ciro nella partita contro gli olandesi, il duecentesimo, quello che tiene in corsa la Lazio per la qualificazione agli ottavi. Sarri – scrive – dopo aver fatto coming out d’amore eterno, può essere soddisfatto della risposta, dell’approccio e della passione di fuoco. C’è un insegnamento: il palleggio conta sino a un certo punto, si può vincere anche con un lancio nel vuoto. Luis Alberto (al triplice fischio malconcio) va ancora al piccolo passo, ma detta i tempi dell’aggressione quando c’è la costruzione dal basso, e tutti gli altri si alzano

Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, torna sul tema nel suo commento e dice che il capolavoro di Sarri ieri sera è stato la rinuncia a un impraticabile pressing alto e l’adozione di un atteggiamento di attesa sulla tre quarti, raddoppiando la marcatura sui portatori di palla avversari, e più di tutti su Gimenez, l’unico che potrebbe portare il pericolo alla porta di Provedel. Barbano considera che il successo non fa svanire come d’incanto i limiti agonistici e tecnici della Lazio. Che non può soddisfare – scrive – tutte le velleità tattiche dell’allenatore. Non può pressare con continuità, non può velocizzare il palleggio, non può garantire un’adeguata copertura sulle palle alte nella sua area. Ha un centrocampo dipendente da Luis Alberto, al cui fianco ieri vagolava un evanescente Kamada (meglio Guendouzi), facendo rimpiangere una volta di più i tempi di Sergej. In queste condizioni, la Lazio deve fare la Lazio. Attendismo e coraggio, coesione e parsimonia energetica, in una parola misura. Tutto quello che forse ripugna al genio di Sarri e tuttavia parla alla sua maturità. Prendere o lasciare

1-0  

 

 

WOW  Antoine Griezmann 

Il decano del giornalismo sportivo spagnolo, Alfredo Relaño, esalta su As la partita dell’Atlético Madrid e i sei gol segnati agli scozzesi del Celtic. Dice che i colchoneros hanno giocato in modalità horror – in senso buono – con velocità, precisione e furia offensiva, come se avessero sempre urgentemente bisogno di un altro gol per ribaltare una partita complicata. È stato ancora una volta un piacere vedere Riquelme, quel centrocampista riciclato da Simeone in un esterno inesauribile che capisce meravigliosamente Griezmann. E Morata ispirato dal gol. Tutto aveva un’aria nuova, un’aria da grande squadra, veloce, unita negli sforzi, ispirata nella creazione, nelle rifiniture, con una rosa lunga che offre parecchie varianti e un allenatore che tiene tutti sulla corda

Dopo questa prima mezza finestra di Champions, l’Italia è al quarto posto nel ranking stagionale per nazioni, alle spalle di Turchia [8.750 punti], Germania [7.642] e Belgio [7.400], con 7.142 punti, davanti a Inghilterra [7.125] e Spagna [6.437]. La classifica è importante perché assegna un posto in più per la prossima Champions XXL ai primi due paesi. Nel classico ranking quinquennale le squadre della serie A sono terze dietro le inglesi della Premier e le spagnole della Liga.

 

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