Le tracce di stanchezza per la faida Barcellona-Madrid

In Spagna si sono da tempo dati al veleno. A grandi dosi, a piccole dosi, non importa, il grande calcio gliene garantisce una razione quotidiana. Madrid contro Barcellona, Barcellona contro Madrid, una faida interminabile che non sfianca mai nessuno e che riduce spesso le pagine dei quotidiani sportivi a bollettini di parte, secondo l’area di diffusione e l’appartenenza geografica. 

Eppure in questi giorni sono apparsi alcuni interventi che invitano alla riflessione sul clima che esiste intono al pallone in Spagna. Manuel Jabois, firma delle pagine culturali e sportive per El Pais, cuore madridista, racconta di aver trovato su Twitter o come diavolo si chiama adesso un account [@litrosdalcohol] che raccoglie perle di “anti-madridismo psicosociale” – così lo chiama. Un virus, sostiene Jabois, “che a volte si radica con così tanto successo nell’ambiente da far soccombere gli stessi tifosi del Real Madrid”. Uno dei suoi esempi preferiti è il tweet nel quale un tifoso avversario se la prende con l’arbitro per aver espulso uno del Real, giacché in 10 il Real gioca molto meglio. Jabois la definisce “una forma meravigliosa del mantra sugli arbitri che favoriscono il Real Madrid, il Madrid è cattivo, sempre cattivo” e poi si scopre che per 20 anni – sottolinea – il Barcellona ha pagato gli arbitri. 

 

Ogni tifoso è convinto dentro di sé di aver subito qualche torto. Perfino al Barcellona. Perfino al Real. In Italia perfino quelli delle squadre più potenti – che dovrebbero dire allora al Chievo. Così, mentre su Abc si domandano perché i falli di mano nell’area del Barcellona non sono mai rigore, nell’intervento del madridista Jabois stavolta è interessante un’altra cosa. La stanchezza. Finalmente. Una traccia di stanchezza per tutto questo. Scrive: “La Liga è orribile e ricoperta di irrilevanza. L’unica cosa interessante sono gli scandali. Scrivo queste righe guardando il riassunto di Chelsea-Manchester City, mentre Xavi sta dicendo che i suoi non giocano bene per colpa dei giornalisti. È probabile che Xavi abbia anche ragione, il che la dice lunga sul livello toccato dal club che 10 anni fa era un rullo compressore mondiale e a cui tremano oggi le gambe contro l’Alavés, perché ha paura di quel che verrà detto a El Chiringuito o chissà dove. Si avvicinano due settimane di pausa, dovremo godercela”.

Certo, la stanchezza sarebbe stata più trasparente senza il riferimento a Xavi e all’irrilevanza della Liga, con la quale si innesca il retropensiero per un desiderio di Superlega non ancora dissolto. Eppure tra le righe si intravede. Come si intravede da tempo fra le parole di un altro cuore madridista che scrive su El Pais, Jorge Valdano, il quale però sabato è intervenuto nella sua rubrica per rispondere a Piqué. “Andiamo al calcio per dimenticare che il giorno dopo dobbiamo andare lavorare. È abbastanza. Ma Piqué vuole andare oltre e ci chiede di dimenticare “la Catorce”, la quattordicesima Coppa dei Campioni. Ho provato. Ho cercato di liberarmi dal senso di colpa che mi produceva. Ma le parate di Courtois contro il Liverpool, il passaggio di Modric contro il Chelsea, la tripletta di Benzema al PSG… e soprattutto mi sono ricordato di quando 80.000 spettatori hanno smesso di essere persone e sono diventati tifosi elettrizzati”.

 

Più sincera appare allora la traccia di stanchezza che arriva da Barcellona, nell’editoriale di Joan Cañete Bayle su Sport, giornale catalano. Ebbene, scrive Bayle che “l’era gloriosa del Barça non è riuscita a scacciare certi tic del passato come il vittimismo, che spunta quando le cose non vanno bene.  Abituati al nuñismo, al gaspartismo e al vittimismo con cui si camuffavano le cattive gestioni e certe decisioni terribili, quel Barça ci ha indotto a pensare che il tempo delle accuse a Madrid, delle ingiustizie storiche, delle lamentele, dei nomi degli arbitri funzionassero come una litania. Grazie alla squadra di Guardiola, Messi, Xavi, Iniesta abbiamo invece iniziato a parlare di calcio e ci siamo finalmente dimenticati della leggenda nera così legata alla storia del Barça. Loro non erano più i cospiratori che volevano affondare il Barça, ma qualcosa di più terreno: una squadra che la squadra aveva sconfitto in campo. Allora sono stati i tifosi del Real Madrid a soffrire di barcellonite. Quel madridismo sociologico, per usare il termine recentemente coniato da Joan Laporta, sembrava non potersi più riprendere dal dispiacere che i migliori fossero qua. La Spagna più bella della storia è stata il miglior Barça più un portiere, un difensore centrale e un centrocampista centrale del Real. Una tripla crisi ha scosso il Barça (economica, istituzionale e sportiva), causata dalla cattiva leadership dei suoi dirigenti, e in tempi di magra il club è tornato dove era prima: alla squadra del regime e al madridismo sociologico. Sono cortine di fumo per nascondere non solo il caso Negreira (brutto, brutto, brutto), ma anche l’invisibile declino del club, che vede ormai come eroico il superamento della fase a gironi di Champions e non riesce a candidarsi per prendere i migliori giocatori del momento. Se esiste il madridismo sociologico, allora esiste anche un barcelonismo sociologico, con il famoso entorno, l’ambiente, che spesso confonde il pluralismo con le fobie, gli schieramenti, i risentimenti, le vendette. Neppure un rappresentante del Barça più moderno, come Piqué, riesce a sottrarsi alla tentazione di farlo. Fa male, perché potrebbe esserci un altro Barça”. 

In un mondo ideale, questo editoriale – perfino più delle parole di Jabois e Valdano – sarebbe il primo passo per la deposizione delle armi. 

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