Cosa lasciano i cinque gol dell’Italia alla Macedonia. Giudizi universali: Chiesa e Jorginho

Cinque gol dell’Italia tutti assieme mancavano dal settembre del 21, era la terza partita da campioni d’Europa dopo il famoso 11 luglio di Wembley e ancora non eravamo consapevoli di quanto pesanti sarebbero state le conseguenze delle prime due, l’1-1 con la Bulgaria e lo 0-0 in Svizzera. Anzi. Il pareggio in quella trasferta parve anche un buon risultato. Del resto siamo italiani. I cinque gol di ieri sera sono nati in un clima differente. C’è più sospetto, più prudenza, aspettiamo di uscire senza sconfitta dallo stadio di Leverkusen prima di dar fiato alle trombe, Turchetti. Cinque gol alla Macedonia del nord che ne aveva presi sette dagli inglesi congelano i giudizi complessivi. 

Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, stamattina scrive che il guaritore Spalletti pensa da architetto e amministra da geometra. Le sue ambizioni stanno in un cassetto, perché non è il tempo della fantasia. Che pure verrà. Ci sono molti nodi da sciogliere. Mancini è caduto nella transizione tra la generazione dei campioni di Wembley e quella senza forma né smalto degli eredi, che invano ha tentato di costruire in due anni di fughe in avanti e ritirate poco strategiche. Il nuovo ct avanza con maggior cautela. Mescola vecchio e nuovo, esperienza e gambe fresche, con la ponderazione di chi sa che un’altra esclusione non sarebbe sostenibile per l’intero sistema calcistico nazionale. La sua non è ancora la squadra di Zaniolo, anche perché Zaniolo, se perde la palla cadendo in un contrasto, dimentica di rialzarsi. E finisce ipnotizzato dai fischi romanisti dell’Olimpico. Però è già la Nazionale di Chiesa e Raspadori, concreti come si deve. E nessuno storca il naso se c’è ancora bisogno di Jorginho, di Acerbi, di Bonaventura, di Darmian, di El Shaarawy.  

Leonardo Salvato su Sportellate sottolinea invece che qualcosa si intravede. Nelle tradizionali considerazioni post-partita del sito si legge che l’Italia non è una squadra da grandissime individualità, ma le poche che ha si trovano al posto giusto: una di queste è in panchina, e si chiama Luciano Spalletti, la cui mano inizia a intravedersi: tante idee, tanti spunti, tanto palleggio che però non è mai fine a sé stesso, ma un lavoro certosino per creare lo “spazio tra i corpi” nel quale verticalizzare

Anche Matteo Pinci su Repubblica sottolinea la capacità che ha il ct di inventarsi marcatori laddove marcatori non ce ne sono. Così, racconta che che dalla Macedonia alla Macedonia, dall’esordio di settembre a oggi, il gol lo hanno trovato 9 giocatori diversi in 5 partite. In principio fu Immobile, che adesso non è nemmeno azzurro. Poi Frattesi, Bonaventura, Berardi, Scamacca e i 4 di ieri. Quando ha un Totti, un Icardi o un Osimhen lo fa rendere al meglio e spesso succede anche che vinca con lui la classifica cannonieri. Quando punte vere non ne ha — e la crisi di vocazione dei bomber azzurri non è una novità, se in primavera Mancini fu costretto a inventarsi centravanti Retegui, argentino che mai prima era stato in Italia — fanno gol tutti. Ma tutti davvero. Solo uno ha resistito alla cura del gol: Jorginho. Ma questa è tutta un’altra storia

 

GIUDIZI UNIVERSALI

In assenza di una cornice definitiva su cui dar giudizi, stamattina i giudizi sono sui dettagli del quadro. I dettagli sono due. Chiesa e Jorginho. Guglielmo Buccheri su la Stampa riprende il paragone tennistico innescato da Spalletti alla vigilia [Chiesa come Sinner] e dice: Chiesa va a terra dopo 80 secondi, si rialza, fa a spallate mentre sgomma verso la porta macedone e, dopo la rete spacca partita di Darmian, sale in cattedra due volte: prima con una saetta di destro, poi con una parabola tanto chirurgica e bella quanto velenosa e ci spinge sul 3-0 all’intervallo

Anche Luigi Garlando sulla Gazzetta si aggrega e dice che ha trattato la Macedonia come Djokovic e Rune. Anche se l’avversario era un filo meno quotato…. Chiesa stesso, va detto, non è ancora il numero 4 del mondo. Ma Spalletti stava giocando nel campo delle motivazioni e dei mind game. Secondo Garlando: Il 4-3-3 azzurro è liquido come piace a Luciano. La linea a 4 si riconosce solo in fase passiva. Per il resto, Dimarco fa il centrocampista all’altezza di Jorginho. Si balla tra un 3-4-3 e uno spavaldo 3-2-5, quando Barella e Bonaventura si alzano insieme negli interspazi del tridente

 

Al povero Jorginho invece è toccato proprio di tirare un rigore come aveva immaginato Spalletti alla vigilia e gli è toccato anche di sbagliarlo, come non avrebbe immaginato neppure il più banale degli scenaggiatori. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera riconosce che prima e dopo il rigore sbagliato è tra i migliori, ma per lui andare sul dischetto è diventato come sdraiarsi sul lettino dello psicanalista. Quarto errore di fila, identico a quello di Basilea contro Sommer, con saltello e tiro fiacco, nemmeno angolato, come calciasse la palla medica. Giorgio, perché?”. 

Ancora sul Corriere della sera Fabrizio Roncone racconta: Che gli sia stato consentito di battere un rigore, l’ennesimo, resta un mistero glorioso. Luciano, ma perché? Luciano, questo è masochismo. Fatelo battere a chiunque, richiamate Boninsegna a 80 anni suonati. Ma fermate Jorginho. Qui in tribuna stampa ci diciamo esattamente quello che voi vi starete ripetendo, a casa, seduti sul bordo del divano: e cioè che se insisti, ti ostini a far battere un rigore decisivo a Jorginho nella notte di un venerdì 17, non ti salvi nemmeno se arriva Harry Potter.

 

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