
Bobby Charlton ieri sera ha messo d’accordo la monarchia e la democrazia, il principe di Galles e il Parlamento. Ha messo d’accordo i conservatori cone il primo ministro Rishi Sunak e i laburisti come Keir Starmet. È stato il più grande, il più grande inglese di sempre dicono tutti, tirando una riga su tutto quel che è successo nel calcio del loro paese dagli anni Settanta in poi. La regina d’Inghilterra era Pelé. Da tre anni Bobby Charlton viveva in una condizione di demenza senile, come tanti altri campioni della sua generazione prima di lui. La stampa britannica non si stanca di battersi per i diritti e l’assistenza agli ex calciatori che ne soffrono, soprattutto i meno famosi, i dimenticati, per quella che viene considerata una patologia lavorativa. Le numerose campagne hanno portato al divieto del colpo di testa nelle categorie giovanili in Scozia. Nelle prossime ore tornerà un argomento, stamattina è il momento di rendere omaggio a Sir Bobby, il penultimo dei campioni del mondo 1966 ancora in vita. Ha lasciat da solo Sir Geoff Hurst, l’uomo della tripletta in finale contro la Germania Ovest, il sopravvissuto di quella storia squadra.
Era un sopravvissuto anche Bobby, e non è mai riuscito a superare questa condizione psicologica. Aveva visto morire otto dei suoi compagni del Manchester United nella tragedia di Monaco, il suo era uno degli undici corpi tratti in salvo dalla carcassa dell’aereo dal portiere Harry Gregg: otto calciatori, l’allenatore Matt Busby, una donna jugoslava e la sua bambina. Tutto o quasi tutto, nella sua parabola, riconduce a quel giorno. I dolori e i successi. La diffidenza verso la gioia di vivere di George Best, l’opposizione al progetto di dare la panchina dello United. a José Mourinho. Non aveva mai tolto dalla parlata il suo gentile accento del Northumberland, così riconoscibile quando interveniva alla BBC. Era stato il regista delle operazioni societarie che condussero all’ingaggio di Alex Ferguson. Era diventato prima baronetto e poi cavaliere, lui che è stato un bambino disertore delle lezioni di grammatica. È stato uno dei soli nove giocatori nella storia ad aver vinto la Coppa del Mondo, la Coppa dei Campioni e il Pallone d’Oro.
Era arrivato al Manchester United di Matt Busby che era quindicenne, così determinato a giocare con la prima squadra da mentire al suo allenatore, peraltro un tipo astuto, grande e grosso. Bobby aveva male alla caviglia, distorta in allenamento, quando si sentì chiamare nell’ufficio di Busby, come stai ragazzino, benissimo rispose. Incrociò le dita, andò in campo, fece due gol a una squadra che si chiamava come lui, il Charlton, e cominciò lui a diventare Charlton. Bobby Charlton. Diciassette anni di Manchester, 758 partite, 249 gol.
È stato il calciatore inglese che più si è avvicinato alla purezza del cristallo, la purezza dell’ideale atletico e tecnico, dice stamattina Oliver Brown sul Telegraph.
Nel libro 1968 The Football Man, Arthur Hopcraft lo definisce il calciatore che ci viene in mente quando pensiamo a chi ci ha fatto divertire di più. Ma vederne solo i piedi e l’eleganza, scrive Brown, sarebbe riduttivo. La leggenda di Charlton si deve anche alla sua storia miracolosa, la storia di un uomo che perse otto compagni di squadra in una tragedia aerea, ma forte abbastanza da diventare un totem del calcio del suo paese. Duncan Edwards, il suo migliore amico, morì dopo quindici giorni di coma. Bobby trovò da qualche parte dentro di sé la forza di essere in quelle ore in tribuna all’Old Trafford, per guardare la semifinale di Coppa d’Inghilterra contro lo Sheffield Wednesday, tormentato dal senso di colpa. Due mesi più tardi, stava segnando il suo primo gol con la maglia della nazionale inglese, 72 giorni dopo l’incidente aereo, “per placare le sue ansie – racconta il Telegraph – trattenendo l’euforia che aveva immaginato di provare. Quel contegno era il prodotto della dura educazione ricevuta da sua padre minatore, era la diffidenza nei confronti della felicità, l’incertezza sul fatto si potesse festeggiare così presto dopo una tragedia tanto indicibile”.
Nulla sarebbe cambiato otto anni dopo, nell’estate del 66, quando l’intensità dei festeggiamenti nella notte del Mondiale vinto “lo lasciò leggermente disorientato. Mentre la squadra si dirigeva verso il Playboy Club, superando Hyde Park Corner e la cacofonia dei clacson, Bobby non poté fare a meno di pensare che doveva essere a mille miglia di distanza”. In un campo d’allenamento forse, oppure accanto alla vedova di uno dei vecchi compagni di squadra. Suo fratello Jack sì che era diverso. L’immagine di loro due in ginocchio al termine della partita contro la Germania per il titolo è una delle più celebri. «Non ricordo più se stavo pregando o se ero stremato» diceva Jack. Aveva chiesto a Bobby di fargli da testimone al matrimonio con Pat Kemp nel 1958. «Non era per convenzione – raccontava – ma perché era davvero il mio migliore amico». Tre anni dopo, con il matrimonio tra Bobby e Norma, le cose tra loro due iniziarono a peggiorare. Jack accusò Bobby di aver trascurato la madre perché influenzato da sua moglie. La relazione fu ricucita dalla BBC, quando chiamarono proprio Jack per consegnare un premio a Bobby, 42 anni dopo l’abbraccio di Wembley. Mentre Bobby guardava fuori dalla finestra con il naso schiacciato al vetro, durante il ricevimento ufficiale al Royal Garden Hotel di Kensington, Jack scappò di nascosto, si sfilò e e si godette una lunga notte di festeggiamenti – diciamo così – per conto suo. Quando alla fine tornò in albergo, sua madre lo stava aspettando nella hall. «Dove sei stato?» gli chiese. E Jack rispose: «In camera tua ma il letto non ha dormito».
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Bobby venne invece fotografato nella hall, mentre placido sedeva in poltrona e leggeva un giornale, vestito nel suo completo ben stirato. Bobby aveva solo vent’anni quando fu trascinato fuori dall’aereo distrutto, con ferite alla testa e la testa piena di domande: «Perché io sì? Perché io ce l’ho fatta?».
Quando è morto Jack, sempre il Telegraph si è fatto raccontare la vita della famiglia e la relazione tra fratelli dal terzo Charlton, Tom. Si è è fatto raccontare di una casa in cui non c’era il bagno, di come la madre lavasse il padre in una tinozza, dopo una giornata trascorsa nelle miniere. Non c’era nemmeno la cucina, il cibo si preparava sul camino a carbone. Jack si prendeva sempre il posto più caldo nel grande letto che durante l’inverno accoglieva tutti. I Charlton risparmiavano i due scellini del biglietto dell’autobus, quando andavano a guardare il Newcastle United. Tom disse che era stata mamma Cissie, più del papà Bob, tifoso di boxe, a spingere i ragazzi verso il calcio. «Se nostra madre avesse oggi 18 anni, adesso sarebbe il capitano della nazionale femminile. Suo padre, Tanner Milburn, era stato il portiere dell’Ashington e lei aveva quattro fratelli che giocavano. Non si parlava d’altro che di calcio».
Il giorno del disastro aereo Tom aveva 12 anni. La famiglia Charlton era stata informata dell’incidente dall’edicolante, quando le copie dell’Evening Chronicle erano arrivate ad Ashington. Non avevano idea se Bobby fosse sopravvissuto o no, finché un suo messaggio non fu trasmesso tramite un giornalista al Ministero degli Esteri e da lì a un poliziotto locale. Diceva: – Sto bene. Arrivederci. Tom ne aveva invece 20 anni, mentre i fratelli si abbracciavano in campo nel 1966, era un apprendista nelle miniere, senza un soldo. «Non sapevo neppure dove fosse Londra. Bob mi aveva procurato un biglietto per lo stadio, l’ho guardato tra le mani e mi sono detto: – Che diavolo ci faccio, non so come arrivarci, non ho soldi. Le uniche persone a cui avrei potuto chiederne erano Bob e Jack, ma non avevo intenzione di farlo. Non sono il tipo. Così vidi la partita a casa di un amico, la cui mamma e papà non sapevano nulla di calcio. I miei genitori andarono a Wembley con una macchina del Daily Mirror che mandò a prenderli. Ero felice che qualcuno si prendesse cura di loro. Non avrebbero saputo dov’era Wembley, né come arrivarci, dove dormire. Erano gente del popolo. Hanno vissuto ad Ashington per tutta la vita. La grande città li scoraggiava».
Jack usò il premio mille sterline per comprare una casa nuova. Con il bagno. Con la cucina.
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Richard Williams sul Guardian racconta di quando il giovane Bobby a volte accompagnava suo padre alla miniera il venerdì, per ritirare la paga. Guardava gli uomini uscire dalle buche coperti di polvere, sembravano felici di essere fuori, e gli altri in attesa al cambio turno avevano la tristezza dipinta sulla faccia.
In otto secondi avrebbe cambiato la storia del calcio inglese, secondo Williams, gli otto secondi che impiegò per segnare il primo gol ai Mondiali del 66, nella seconda partita del girone, contro il Messico. “Il corpo proteso in avanti – leggiamo – la matassa di capelli biondi che pense su un lato di un cranio già diradato, i fianchi che non si muovono di un centimetro dal piano orizzontale – mentre l’accelerazione gli consente di sfrecciare lungo l’asse centrale del campo, spostando la palla in avanti con dei tocchi rapidi, con la scarpa sinistra”.
Sono passati 36 minuti, la squadra di Alf Ramsey non ha ancora segnato un gol ai Mondiali. Gustavo Peña, il capitano del Messico, si aspetta che il pericolo arrivi dal famoso piede sinistro di Bobby. Invece quello in piena corsa, fa una finta da una parte e si muove dall’altra, picchia il pallone da 25 metri, manda a vuoto il tuffo di Ignacio Calderón e cambia la storia del pallone.
“Otto secondi di movimento che avrebbero potuto essere fusi in bronzo da un artista futurista. Non tutti i gol segnati da Charlton hanno avuto lo splendore di questo contro il Messico, ma quasi tutti hanno avuto la stessa drammaticità e la stessa rilevanza”.
Lui quasi non ne era consapevole. Non si sentiva un attaccante, o un trequartista, era un centrocampista o un’ala, così si descriveva. Franz Beckenbauer un giorno ha detto che l’Inghilterra vinse quella finale perché Bobby Charlton era più forte di lui. Leggermente, aggiunse, Perché l’ego vuole la sua parte. Ma nella memoria collettiva della nazione inglese, “Bobby Charlton – dice il Guardian – esiste come una forza del bene, fatta di luce e velocità, artista e simbolo del bel gioco quanto Pelé”. Esiste un video in cui vede Charlton con la palla al piede lascia Pelé sul posto. Ma nelle immagini ognuno vede quel che vuole.
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Matt Dickinson sul Times scrive che “molto prima di un calcio di Lionel Messi o di un calcio di punizione di Cristiano Ronaldo, vedere Charlton che avanzava con la sua velocità ingannevole, senza rallentare il passo, vederlo colpire la palla da lontano, era un’emozione. Con il piede destro o il sinistro, per il Manchester United o per l’Inghilterra, con i capelli ben pettinati o con la zazzera che svolazzava nella brezza, Charlton ha usato il suo meraviglioso atletismo con effetti brillanti per cambiare le partite. Non alla maniera di Best, con la palla incollata al piede, ma lanciandosela nello spazio davanti a sé. Un vecchio proverbio sostiene che Bobby e Charlton siano le due parole inglesi che chiunque conosce su tutta la terra”.
Le due parole che hanno segnato per sempre la storia di quello che Gordon Burn nel suo libro Best and Edwards descrive come il campione del mondo pensieroso. Pensieroso anche nel giorno in cui sollevò la Coppa del Mondo. Quando pensava ancora a Duncan. Come il giorno dopo, e quello dopo, e quello dopo ancora.