COSA STAI PER LEGGERE
▻ I Mondiali del mondo che cambiava: il funerale di Churchill chiuse un’era, il pop anticipò di due anni il Sessantotto – L’invenzione dell’aggettivo psichedelico – Il congelamento improvviso e contemporaneo di tutte le stelle sulla scena: Bob Dylan, i Beatles, Mick Jagger e Pelé | Come si giocava a calcio nel 1966: le false ali degli inglesi per creare spazi e i presupposti sociali e politici del catenaccio italiano | Storie formidabili di portieri: Lev Yashin che parava i rigori con lo stomaco | Letture: Quando Oriana Fallaci intervistò Gianni Rivera | Le cronache dell’epoca: la partita persa dall’Italia contro la Corea | Protagonisti: Eusébio, Bobby Moore, Jackie Charlton |
INGHILTERRA 1966
I Mondiali del Sessantotto. Ma non lo sapevamo
L’operazione Speriamo di No era pronta da 12 anni. Doveva occuparsi di un funerale. Il primo funerale di Stato per un cittadino comune del Regno Unito dai tempi di William Gladstone. Nel gennaio del 1965 non fu più possibile rinviarla. Dodici anni dopo un primo infarto, un ictus era stato fatale a Winston Churchill, l’uomo che aveva promesso sangue fatica lacrime e sudore, portando l’Inghilterra fuori dall’ora più buia. La sua bara risalì il Tamigi, attraversò il paese a bordo di un treno funebre, venne salutata dall’omaggio dei portuali che abbassarono le gru dei Docks. In modo del tutto irrituale, c’era anche la regina Elisabetta nella cattedrale di St Paul, per il più grande rito di Stato mai visto, 112 nazioni presenti tranne la Cina, 350 milioni di telespettatori in tutto il mondo, esclusa la Repubblica d’Irlanda. Charles De Gaulle mandò un telegramma alla figlia dello statista [“Nella grande tempesta fu il più grande”] e dinanzi al mondo disse: “Ora l’Inghilterra ha cessato di essere una grande potenza”.
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Spesso abbiamo la tentazione di leggere in un evento la chiusura di qualcosa e l’apertura di altro ancora. Un anno e mezzo prima dei Mondiali di calcio da giocare negli stadi di casa, il funerale di Churchill è stato per l’Inghilterra la fine dell’età vittoriana e il momento di preparazione per l’Era dell’Acquario, l’annuncio della Summer of Love alle porte. Jon Savage, critico musicale e conduttore radiofonico, aveva allora 12 anni e dice che mentre seppellivano Churchill, lui era incazzato, perché quella roba occupava la televisione tutto il santo giorno e Top of the Pops non andava in onda.
Quattro anni fa, Savage ha scritto un libro che si può definire solo portentoso. Racconta il momento in cui il mondo sterza, l’istante in cui arrivano lo sconvolgimento e l’innovazione, quando il Vecchio Mondo brucia. Non è il Sessantotto. Il Sessantotto aveva un buon ufficio stampa. Quel momento – dice Savage – è arrivato prima. Era il 1966 – che è il titolo del suo saggio capolavoro. Un anno che realizzò cambiamenti politici, culturali e sociali, sotto la spinta della creatività e del piacere. Savage dice che il mondo anglo-americano non si salverà accrescendo la nostalgia, non possiamo tornare al 1966, ma una corretta comprensione di quell’anno ci spiega cosa fosse in gioco e per cosa le persone erano disposte a battersi. È sempre un buon motivo per occuparsi del passato.
Sul campo ci sono allora “le nuvole gemelle” del Vietnam e della minaccia nucleare, “un pantano di paura, confusione, rassegnazione, disperazione e rabbia”.
È questo l’istante in cui il pop esplode e si mette alla guida del mondo. Crea uno spazio per le prime donne produttrici, non solo consumatrici, in un contesto nel quale non erano libere di aprire un conto in banca senza l’approvazione del marito. Non era sessismo perché il termine nemmeno era nato. L’LSD era ancora quasi del tutto sconosciuto all’inizio dell’anno, era “qualcosa di così nuovo che c’erano poche regole”, creava sensazioni “al di là della comprensione della maggior parte degli umani”. Nel mese di aprile, il gruppo americano dei Dovers aveva pubblicato un singolo sull’assunzione di acido, chiedendosi come avrebbero reagito le riviste per adolescenti tipo Fabulous e Rave a una canzone del genere. Non reagirono, perché la maggior parte di chi ci scriveva non ne sapeva nulla. Fu solo nel mese di luglio che la BBC si interessò per la prima volta al fenomeno, mandando una troupe a riprendere una festa a base di LSD per il programma 24 Hours. Il quotidiano People si impossessò della storia prima che lo spettacolo fosse trasmesso e montò uno scandalo perché sotto l’influenza dell’acido “gli uomini ballavano con altri uomini”.
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Il 1966 è stato speciale perché non si sentì solo il suono delle chitarre dei Byrds, i loop dei Beatles, i fiati di Otis Redding, “la musica sottile al mercurio” di Bob Dylan. È stato un anno di centinaia di bizzarri singoli da una sola estate – molti dei quali incisi da meteore, “adolescenti squilibrati nei garage dei loro genitori in California”, mentre cambiavano i rapporti bianco/nero e lo status legale dell’omosessualità in Gran Bretagna. Peace and love, ma pure libertà e lussuria. La platea degli eroi pop si frantumò e si allargò fino all’improbabile. Ai Grammy, Winchester Cathedral batté Good Vibrations dei Beach Boys. Il singolo più venduto dell’anno negli Stati Uniti fu Ballad of the Green Berets del sergente maggiore Barry Sadler. C’erano già stati alcuni pezzi di successo, di protesta, che alludevano al Vietnam (Eve of Destruction di Barry McGuire nell’autunno dell’anno prima), ma il disco di Sadler – secondo Savage – segnò il momento in cui la guerra diventava un argomento inevitabile, non più interessante solo nella cerchia hippy. Il 1966 creava una comunità globale nel nome del pop. Fu evidente quando sotto Natale arrivò al numero 1 in classifica Green, Green Grass of Home di Tom Jones, il disco che veniva comprato in ricordo dei 100 bambini morti nel disastro minerario di Aberfan, una mobilitazione dal basso che anticipava tutti i Live Aid e i We Are the World.
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Secondo Michael Sragow, critico cinematografico di Criterion Collection, per Hollywood non fu ancora un momento di svolta definitiva, ma un momento in cui si potevano vedere bene le fratture nella società. Los Angeles continuava a produrre road show, adattamenti ad alto budget di best seller, spettacoli biblici, mentre i film francesi, svedesi, italiani e giapponesi stavano virando su ogni altro tipo di territorio, sessualmente e politicamente più avventuroso. Hollywood entrò nel futuro un poco dopo, ricostruisce Savage, con Bonnie and Clyde del 1967 e con Easy Rider del 1969. Un accenno casomai si coglie in Richard Lester, quando realizza A Funny Thing Happened on the Way to the Forum, basato su un musical di Sondheim e con Buster Keaton nel suo ultimo ruolo al cinema. Lester finirà a fare i sequel di Superman.
La cronaca entrava nell’arte e l’arte voleva parlare di cronaca. Uno dei libri più rivoluzionari dell’anno, fuori da ogni canone letterario, fu In Cold Blood di Truman Capote, A sangue freddo. Era apparso a puntate sul New Yorker l’anno prima e adesso usciva in volume. Secondo Gene Seymour, critico culturale per Bookforum e The Nation, si tratta dell’opera che ha catturato meglio di tutte “lo strano tipo di forze scatenate in quell’epoca”. Un momento di pensieri concentrati sulla sperimentazione di nuovi linguaggi e sull’idea di futuro, dove una delle colonne culturali era Star Trek, con la sua visione ottimistica di una società multirazziale. Savage dice che nel complesso “è stato un periodo in cui realtà e finzione si intralciavano a vicenda” come quando esplose una sonda spaziale anticipando un episodio di Lost in Space.
Sulla stampa musicale del 1966 erano presenti tutte le idee e tutti gli atteggiamenti che avrebbero definito i restanti anni del decennio: l’amore libero, l’opposizione alla guerra del Vietnam, le critiche al consumismo giovanile [Savage ha scritto un altro bel saggio tradotto in italiano come L’invenzione dei giovani], una società alternativa.
voci Truman Capote spiega A sangue freddo
➣ Che cosa ha voluto fare con il suo libro?
«Lo studio sociologico di una piccola comunità americana, il ritratto psicologico di due assassini, un saggio sulla giustizia degli Stati Uniti. Tutti questi elementi si trovano nel romanzo. Ma ci sono arrivato a tappe. Dapprima ho pensato di scrivere ciò che si potrebbe chiamare un romanzo-verità. Era un postulato puramente artistico. Da dieci anni io, scrittore, faccio del giornalismo: mescolanza singolare, per lo meno in America. M’era sembrato che, se avessi potuto scrivere un libro in cui combinare la tecnica del giornalismo — un lavoro estremamente preciso, vero nei più piccoli particolari — con la creazione fantastica, avrei ottenuto un prodotto ibrido ed affascinante come il racconto di un avvenimento reale, ma elaborato dalla potenza creativa del romanziere. Un giorno scopro che solo una forma qualunque di delitto — non pensavo in particolare all’assassinio — mi avrebbe fornito le basi sulle quali costruire il mio libro. Poco tempo dopo leggo in un giornale di New York una notizia sulla strage di Holcomb e decido di occuparmene. Semplice impulso, perché la storia non aveva nulla di speciale: un «affare» di quasi ordinaria amministrazione negli annali del crimine in America. Parto dunque per il Kansas senza avere la più pallida idea di quello che sarebbe stato il libro. Nei primi tempi dell’inchiesta, non ho mai saputo con certezza che sarei stato capace di cavarne qualche cosa. Solo quando gli assassini furono arrestati, quando potei parlare con loro, quando infine ebbi interrogato tutte le persone coinvolte in qualche modo nella vicenda, mi fermai e rividi il materiale che avevo raccolto: un gigantesco mosaico, tessere sparse da riordinare. E tutto d’un tratto compresi che senso aveva per me quell’immenso campionario» | Truman Capote intervistato da Le Monde, agosto 1966
da Corriere della sera, 24 aprile 1966
“Nell’uniformarsi a certe mode i letterati spesso riescono a superare le donne. Adesso per le donne vanno le sottane dieci centimetri sopra il ginocchio e, per i letterati, si prevede che presto cominceranno ad andare i romanzi fatti sulla misura di personaggi reali, con tanto di nome e cognome. Per raggiungere buoni risultati si sa che lo scrittore deve entrare in amicizia, frequentare, ascoltare i suoi futuri personaggi. Truman Capote, questo Tommaso Besozzi più fortunato, più abile e più artista, ha dato il via con un romanzo molto diffuso anche in Italia. Il suo libro, opera d’alta chirurgia di cronaca nera, diventerà il vademecum dei cronisti”
Insomma. Il libro di Savage sceglie una canzone al mese e attraverso quella legge il mondo. Così, a Sunny Afternoon dei Kinks, viene attribuita in estate la capacità di “aver colto un’atmosfera”, dopo l’annuncio del congelamento dei prezzi e dei salari fatto dal primo ministro Harold Wilson, il 20 luglio. Nei tre anni precedenti, gli stipendi erano cresciuti prima dei costi al dettaglio, la bilancia dei pagamenti era andata in disequilibrio, la sterlina era stata sopravvalutata. È uno dei rari passaggi del libro in cui appare la World Cup. Savage scrive che “il primo effetto del provvedimento fu oscurato dall’euforia per la Coppa del mondo, ma segnò la fine degli anni Sessanta britannici. Sunny Afternoon colse l’esalazione dell’ultimo sospiro di un boom che si sgonfiava”.
È curioso che tutto questo coincida con un improvviso e contemporaneo sgonfiarsi di tutte le stelle pop riconosciute e celebrate. Per Bob Dylan è l’anno di Blonde on Blonde, uno degli album più belli di sempre, il primo grande doppio, un mese prima di Freak Out di Zappa – l’album che secondo Time segna il definitivo passaggio dall’era del 45 giri a quella del 33 giri. Eppure, per Dylan è anche l’anno di un controverso tour primaverile: durante uno spettacolo a Manchester, uno spettatore lo chiama Giuda, per aver lasciato il folk, essersi dato al rock.
Il 29 luglio, il giorno prima della finale tra Inghilterra e Germania Ovest, mentre al Twisted Hall di Manchester suona per la prima volta dal vivo un chitarrista che si chiama Eric Clapton [con Ginger Baker e Jack Bruce sono i Cream], Bob Dylan sta tornando a casa con sua moglie Sara Lowndes, in sella alla sua Triumph T100. Scivolano, lui si frattura le vertebre cervicali, scompare dalla scena per 18 mesi. C’è chi parla di una macchia d’olio, chi di sole accecante, chi sostiene che la caduta non sia mai esistita, nessuna ambulanza sarebbe stata mai chiamata. Una messinscena per andare in clinica a disintossicarsi. Nella sua autobiografia Dylan scriverà che sfruttò la caduta per godersi del tempo con la famiglia.
| Volevo fuggire da quella routine. Avere dei figli mi aveva cambiato la vita e mi fece allontanare da tutto ciò che succedeva al di fuori di casa. Al di fuori della mia famiglia nulla mi interessava più di tanto e iniziai a vedere le cose in modo diverso
Non fu assai diverso per i Rolling Stones. Partorirono in primavera Aftermath, il primo LP interamente composto da brani loro, andarono al numero 1 nel Regno Unito e al numero 2 negli Stati Uniti, si spinsero per la prima volta oltre la chitarra e l’armonica, aggiungendo sitar, dulcimer e marimbas. Non era mai apparso prima nelle cronache musicali del giornali l’aggettivo psichedelico. Un adattamento tv di Lewis Carroll aveva trasformato gli animali in esseri umani e cambiato il titolo del romanzo in Alice in Psycholand, proprio mentre un 24enne mancino di Seattle, figlio di due alcolisti, lo sconosciuto Jimi Hendrix, si presentava a Londra con la sua chitarra per incidere il primo disco, Hey Joe.
Eppure, in casa Rolling Stones, nell’anno di Goin’ Home, pezzo di quasi 12 minuti fatto di jamming e improvvisazione – mentre lo stesso football finalmente stava goin’ home – Mick Jagger si faceva ricoverare in giugno, esausto, spossato, non ne poteva più.
La più amara delle ironie e la più crudele fra le coincidenze vuole che fossero sulla stessa barca pure i Beatles. Avrebbero potuto approfittare dell’assenza dalla scena degli eroi della controcultura. Uscirono in effetti in agosto con Revolver, per molti il più grande album rock di tutti i tempi. Ma il 1966 è il momento in cui qualcosa esplode e si incrina pure per loro. Smettono di girare. McCartney parla dell’inutilità di suonare dal vivo, Lennon è già chiaramente stanco di far parte del gruppo e si dice più interessato a fare film o dipingere. Harrison racconta in una intervista alla giornalista Maureen Cleave: «Se tutto finisce, che importa? Saremo dove eravamo prima, solo più ricchi. Essere un Beatle non è il fine ultimo della mia vita».
Non è così strano, allora che questo sia il Mondiale dell’eclissi di Pelé, messo fuori causa da un intervento crudele durante una partita contro la Bulgaria. La sua supremazia sul calcio cominciata nel 1958 viene considerata agli sgoccioli, sotto i colpi dell’esuberante Eusébio, mentre Bobby Moore si puliva le mani prima di ricevere la Coppa dalla regina Elisabetta. Non voleva sporcarle i guanti.
pagine | “Attraversiamo Londra e sembra di essere a Napoli durante Piedigrotta. Bandiere da tutti i balconi, grida, felicitazioni, balli nelle strade. Sir Stanley Rous, presidente della FIFA, rievoca il momento in cui l’Inghilterra, a Wembley, si stava avvicinando al trionfo. Era seduto vicino alla Regina e racconta: – La Regina ha apprezzato lo spettacolo enormemente e mi è apparsa presa di una emozione vivissima, soprattutto durante le fasi finali dell’incontro. Continuava a chiedermi: – Quanto tempo manca? Ce la faremo?” – di fulvio grimaldi, La Gazzetta dello sport, 31 luglio 1966
“Seimila persone hanno atteso per strada la squadra inglese, tenute a bada dalla polizia. I giocatori hanno gettato loro, da un balcone, i garofani rossi che avevano all’occhiello. Il primo ministro Wilson ha accolto gli ospiti. Ai genitori dei fratelli Charlton ha detto: «A un certo punto della partita avrei voluto che aveste undici figli». Per le strade, nei locali pubblici, nelle loro case, tutti gli inglesi, a loro volta, festeggeranno la vittoria. Non crediamo che nessun altro popolo avrebbe potuto accogliere con più entusiasmo e passione la Coppa del mondo. Cortei di auto imbandierate corrono nella notte per le strade di Londra, suonando ritmicamente il clacson, come se cantassero We want to win. Nella famosa Trafalgar Square giovanotti e ragazze ballano, cantano e suonano, e un paio si sono già gettati nelle fontane della piazza. Gli inglesi sembrano veramente ammattiti” – di ennio caretto, La Stampa, 31 luglio 1966
Come si giocava a calcio nel 1966
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Le false ali inglesi per aprire spazi
di ezio de cesari, Corriere dello sport, 4 luglio 1966
“C’è una forte corrente contro Alf Ramsey, che è considerato un “sergente di ferro”, un commissario di provincia. Gli inglesi hanno dimenticato in fretta il suo Ipswich Campione. O forse lo detestano perché è stato il primo ad infrangere le rigide regole di un football inteso soltanto come fatto tecnico ed agonistico ed a dimostrare che i suoi predecessori, fedelissimi del WM puro, erano arretrati almeno di vent’anni. Non ricordiamo di aver mai parlato con un esponente del calcio di oltre Manica che sappia di tattica del nostro catenaccio, del 4-2-4 brasiliano, delle varianti indispensabili per adeguare il modulo alle caratteristiche dei giocatori d’Inghilterra quanto Alf Ramsey. Personalmente, perciò, lo stimiamo molto, nonostante la sua prosopopea di miglior tecnico del mondo. Ne condividiamo anche l’ardito concetto che per il momento è stato costretto a rinfoderare o perlomeno ad attenuare di “giocare senza ali per giocare sulle ali“. Questa è la sua teoria: siccome è impossibile, nel calcio moderno, creare dei varchi sul centro dello schieramento avversario, perché anche se il n. 9 è Bobby Charlton e lo stopper lo insegue, ormai tutti hanno il “libero” che non si smuove neanche con le… cannonate, l’unico spazio si può trovare nelle fasce laterali del campo. Ecco perciò l’opportunità di impiegare due ali false (Ball, secondo centravanti, col n. 7 e Bobby Charlton mezzala alla Suarez col n. 11) per aprire dei vuoti, a destra ed a sinistra, nei quali i terzini, i mediani e e tutti gli attaccanti possano approfittare delle probabili e possibili… distrazioni dei terzini avversari.
Un paio di partite sbagliate (dagli uomini più che per colpa del modulo) l’hanno costretto a ripiegare su una soluzione di compromesso.
Il commissario ha già avuto anche il merito di portare una ferrea disciplina che faceva difetto. Perfino Jimmy Greaves, l’insofferente, il ribelle, ha dovuto adeguarsi se ha voluto trovare un posto in squadra”.
Le ragioni politiche e sociali del catenaccio italiano
di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio
“Personalmente sono convinto che un Paese giochi a calcio come vive. Se una nazione è felice gioca un calcio felice. Una nazione triste gioca un calcio triste e spesso finisce per involversi. È una regola che gira nell’aria, non è una regola esatta. Ci sono decine di eccezioni, ma ci sono anche molte dimostrazioni che l’assunto è quasi aritmetico.
… Cosa portano allora gli italiani nel loro dopoguerra? Se il calcio è lo specchio del Paese, quale calcio poteva nascere, se eravamo poveri e condannati all’opportunismo? L’Italia è un popolo che si arrangia. Abbiamo tradito i tedeschi e non siamo stati accettati dagli americani, che infatti ci hanno trattato come nemici. Abbiamo navigato nel mezzo, prendendo i colpi di due eserciti, cercando di sfuggire a due nemici senza riuscire a essere un alleato vero di nessuno. Forse abbiamo salvato i resti di una vittoria degli altri, forse abbiamo salvato qualche nostro diritto, ma resta sull’Italia il peso di una durissima guerra civile. Italiani contro italiani, una storia che forse non è ancora completamente risolta. Se davvero il calcio esprime quello che un popolo è e sente in quel momento storico, è abbastanza naturale che nasca il difensivismo e si sviluppi da noi proprio il contro-gioco, il calcio sorpresa, che prende alle spalle, un gioco algido e semplice da cui inizia un’avventura tecnica universale.
… Il difensivismo si afferma definitivamente all’inizio degli anni Sessanta, pochi mesi prima dell’arrivo di Herrera. Mentre ancora si discuteva su quale fosse la moralità del catenaccio, ce ne ritrovammo improvvisamente circondati. Nel 1960 le Olimpiadi si disputarono a Roma. Per organizzare la squadra furono chiamati Gipo Viani e Nereo Rocco. Il difensivismo era andato al potere, era diventato metodo. Poteva quindi essere usato secondo intelligenza, senza pregiudizi, per quello che di ottimo aveva e per quello che era costretto a sacrificare.
… La domanda, cinquant’anni dopo, è: fu un bene o un male la svolta difensivistica per il nostro calcio? Cosa portò in concreto oltre i successi di Milan e Inter negli anni Sessanta? … Noi siamo convinti di essere i più bravi, quindi una fase tecnica sempre più complessa ci piace, sembra disegnata per noi. Insistiamo a chiuderci nei nostri confini, a pensare di non dover imparare dagli altri che sono troppo semplici, lasciano grandi spazi alle loro spalle e non arrivano dai corsi di Coverciano. In realtà Coverciano è la grande scuola di un modo di giocare soltanto italiano. Credo sinceramente che il calcio all’italiana sia stata una delle più importanti conquiste del pensiero italiano del Novecento. Il libero assomiglia fisicamente alla scoperta della ghiandola pineale di Cartesio piazzata in mezzo alla fronte come sede dell’anima. Il centro delle nostre difese, del nostro modo di essere. Credo che trovare nel calcio il libero, cioè un giocatore che corregga e renda pulito il lavoro di tutti, sia un incrocio tra il pragmatismo mistico di Weber e il fordismo americano. Sono disponibile a credere a una quantità strabiliante di altri superlativi tattici, ma non c’è nessun dubbio che il difensivismo abbia finito per isolarci. Perché gli abbiamo dato un’importanza salvifica, una modernità definitiva che non poteva avere. Invece era una semplice formula di gioco solitaria, forse tatticamente elitaria perché molto pratica, quindi vitale e realistica, ma alla lunga perdente perché evitava il confronto. Avevano ragione quelli che ci incontravano e protestavano. Noi giocavamo secondo la nostra tattica e il nostro sentimento, ma loro non vedevano altro che una squadra difendersi e cercare l’errore dell’avversario. A volte perdevano loro, vincevamo noi, ed erano i momenti peggiori perché non ci piaceva come avevamo vinto. Però ci sentivamo portatori di un virus implacabile, algido e inalterabile. Una vera democrazia del calcio. Giocare all’italiana era un pericolo solo per i più bravi”.
Storie formidabili di portieri
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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente.
Lev Yashin che parava i rigori con lo stomaco
La mia maglia nera non era nera. Fidatevi. Era di un blu molto molto scuro, una maglia di lana con il numero uno cucito dietro la schiena. E dentro c’ero io, Lev Jascin, o se volete chiamatemi Leggenda. Ne cambiavo pochissime, di maglie, in un anno. Non più di tre. Quando le maniche si consumavano. Preferivo portarla a casa, dopo la partita, ci pensava mia moglie Valentina Timofeevna Jascina a farla tornare pulita. La immergeva nella vasca da bagno, la vasca diventava cupa, pareva che lì dentro calasse la notte, si riempiva di fango e segatura. Vestivo di lana anche d’estate, pensavo che così imbottito non mi sarei fatto male. Poco è rimasto dei miei giorni di calciatore in casa. Quando ho smesso, la Dinamo Mosca mi obbligò a restituire tutto l’abbigliamento, compresi i guanti che una volta mi ero ricucito da solo. Ho conservato una sola maglia, gialla, usata a Londra per l’amichevole Inghilterra-Resto del mondo. Nessuno la voleva perché aveva il numero 13.
Lavoravo con mio padre in uno stabilimento che fabbricava pezzi per aeroplani, in un villaggio vicino Mosca. Mia madre è morta di tubercolosi quando avevo sei anni. Non eravamo benestanti, si mangiava quel che c’era, senza fare troppe storie, da ragazzino mi presi un’ulcera per quello. Se penso che a sedici anni ero in cura in un sanatorio sul Mar Nero, non capisco come ho fatto a diventare l’unico portiere nella storia ad aver vinto un Pallone d’oro. Mi fermavo in campo mezz’ora in più, dopo gli allenamenti. Paravo rigori. Non con le mani. Con i muscoli addominali. A mia moglie non l’ho mai raccontato, si sarebbe spaventata. Avevo di continuo mal di stomaco e lei avrebbe detto che la colpa era dei rigori. Bruciori tremendi, portavo sempre con me una bustina di bicarbonato, certe volte la scioglievo direttamente sulla lingua, senza l’acqua.
Mi sarebbe piaciuto giocare in attacco, ma ero più alto di tutti da bambino, alla fine decisero gli altri dove dovessi stare. Tutto è cominciato dopo il servizio militare nel 47. La prima vera grande occasione fu un disastro. Un’amichevole contro il Traktor Stalingrado. Il portiere avversario calciò un rinvio lungo, aveva il vento alle spalle, la palla giunse fino a me, io ci andai con le mani alte e non vidi arrivare uno dei miei difensori. Si stava spostando per respingerla. Gli andai a sbattere addosso. Ci scontrammo e il pallone rotolò in porta. Gli altri ridevano, dissero: «Ma dove l’abbiamo preso un portiere così?».
Quando la tua carriera comincia con questo episodio, può anche essere finita. Ebbi una seconda occasione. Il grande Khomich, del quale ero riserva, un giorno si fa male a tre minuti dalla fine. Eravamo avanti 1-0. Successe di nuovo. Palla alta, io che esco con le mani verso il cielo, un altro scontro con un mio compagno, palla in porta, uno a uno. Negli spogliatoi si presentò un dirigente e urlò: «Sbattete questo cretino fuori dalla squadra». Disse proprio così: «Questo cretino». Avesse detto idiota, avrei potuto invocare Dostoevskij. Invece disse cretino.
Una carriera che comincia con questi due episodi, potrebbe anche essere finire. Ebbi una terza occasione. Contro la Dinamo Tblisi. Vincemmo. Ma solo perché i miei compagni riuscirono a segnare cinque gol, uno in più di quanti ne avessi presi io, tutti nel giro di dieci minuti. Non giocai più. Non ebbi una quarta occasione. Mi misero in disparte. Per un anno, per due, per tre. Non potevo neppure dargli torto, ma sentivo che mi era capitata un’ingiustizia. Mi sono allenato col sole e con la pioggia sperando che sarebbe passato un ultimo treno, senza davvero crederci poi tanto. Sono sicuro che mi avrebbero cacciato definitivamente, se nel frattempo non avessi fatto comodo alla squadra di hockey su ghiaccio. Lì non potevo scontrarmi con nessuno, uscite alte non ce n’erano, ero bravo, la Nazionale sovietica avrebbe voluto portarmi ai mondiali del ’54, li ringraziai, dissi di no, preferivo aspettare il calcio.
Ho fatto bene. Nel giro di un paio di anni sono diventato Jascin. Venivano a vedere l’Urss per vedere me. Per calmare i nervi avevo sempre una buona sigaretta e buttavo giù un drink quando c’era da svegliare i muscoli. Gettavo via il berretto per respingere di testa e la gente si divertiva. Molti erano convinti di vedermi raccogliere un quadrifoglio dall’erba dopo ogni rigore parato. Ai Mondiali del 1962 diventai l’unico a cui dare la colpa dei risultati deludenti. C’era un solo giornalista sovietico in Cile. La verità era lui. Tornai a casa e scoprii che aveva raccontato cose terribili. Non mi amavano più. Scrivevano cose orribili sulla mia macchina. France Football uscì con un articolo in cui mi consigliava il ritiro, io ci pensai davvero, l’anno dopo proprio loro mi avrebbero premiato come miglior calciatore d’Europa. Sono tornato ai Mondiali del ’66 e ancora a quelli del ’70, come riserva. Ho trascorso i giorni della mia vecchiaia al lago con una canna da pesca in mano, pensando ai gol subiti, ossessionato da ogni nemico che mi era entrato in casa”
Lev Yashin è morto nel ’90 a sessanta anni. Gli avevano diagnosticato un cancro allo stomaco.
Letture
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Quando Oriana Fallaci intervistò Rivera
di oriana fallaci, Gli Antipatici [Rizzoli, 1963]
“So così poco di sport che per quasi mezz’ora chiamai il calciatore più famoso d’Italia, il divo del pallone, il ragazzo dai piedi d’oro, “signor Rovere” anziché “signor Rivera”. Questo durò fino a quando egli disse tra mortificato e divertito: “Posso… posso dirle una cosa?”. “Ma certo, ma sì”. “Ecco: io… veramente… non mi chiamo Rovere. Mi chiamo Rivera… Gianni Rivera”.
Ne provai ammirazione. Pensate un po’ cosa sarebbe successo se la medesima gaffe l’avessi fatta non so, col signor Mastroianni: chiamandolo non so, signor Castrovanni. Il signor Castrovanni, pardon, Mastroianni si sarebbe offeso fino alle viscere, mi avrebbe cacciato come un re offeso. L’ammirazione per il signor Rovere, pardon Rivera, comunque divenne presto spavento: il solito spavento che mi prende dinanzi ai ventenni senza timidezze o paure, già vecchi prima d’essere adulti. Quei puntini esitanti mentre correggeva il mio errore, infatti, furono i soli che il Gianni mi regalò. Dopo quelli procedé sicuro, diritto, proprio come accade (mi dicono) quando accompagna in porta il pallone e fa gol. Confutò la mia indignazione al fatto che costasse mezzo miliardo o giù di lì, giustificò il suo disinteresse per i libri, sorrise a qualche mia ingenuità: “Ma cosa vogliono queste ragazze che telefonano?”. “Guardi: tutto!”.
Il Gianni parlava con le braccia incrociate sul tavolo dove la famiglia Rivera mangia nelle occasioni importanti. Nella stanza arredata con eleganza operaia c’era solo quel tavolo, una credenza moderna, sei seggiole, un televisore, una poltrona, un divano. Nella poltrona, allungabile, dorme la notte il suo fratellino; nel divano di gommapiuma, ci dorme lui. Appoggiata al muro c’era la mamma, col grembiule da cucina e le mani chiuse sul ventre, gli occhi gelosi e orgogliosi. Le ragazze telefonavano interrompendoci spesso e, quando questo accadeva, gli occhi di mamma Rivera erano un po’ più orgogliosi; quando invece si posavan su di me, erano un po’ più gelosi. Ma cosa voleva questa sconosciuta con le braccia nude e le domande indiscrete? Ma che aveva da rimproverare al suo Gianni? E: “Attento, Gianni” diceva ogni volta che lui si piegava in avanti per spiegarmi qualcosa. Sicché non capivo se la raccomandazione fosse diretta a ciò che il Gianni spiegava o al fatto che il Gianni si piegasse in avanti. Il Gianni, allora, le lanciava uno sguardo furbesco quasi a dir stai tranquilla, so io quel che faccio e che dico. Lo sapeva anche quando portai il discorso sui libri, sulla scuola che egli lasciò nel momento in cui la scuola serve davvero a qualcosa: sedici anni. A sedici anni si incomincia a capire chi era Napoleone e chi era Dante Alighieri, si scopre Dio o l’ateismo, la verità o la retorica; i libri non sono più un bagaglio di noiose nozioni. Ma lui li gettò proprio allora alle ortiche: per non leggerli più. È suo padre che gli consiglia o gli ordina di non leggerli più: nemmeno nelle noiosissime ore durante le quali non ha niente da fare.
Il padre del Gianni fa il ferroviere. Nelle giornate d’inverno, quando il freddo gela le mani ed attaccare un vagone fa dolere le dita fino alle lacrime, non si consola pensando che suo figlio sarà un giorno avvocato o ingegnere, almeno impiegato di banca: si consola pensando che suo figlio è già calciatore, e guadagna un milione per mese, e ci ha la fuoriserie e riceve le lettere come un attore del cinema. È stato sempre il sogno di papà Rivera, è il sogno di molti italiani che vivono un’epoca infangata dal Totocalcio, la pubblicità sui mediocri, il successo overnight. Quando io andavo al ginnasio mio padre diceva “Vorrei che tu facessi il medico, da grande” e il fatto che abbandonassi le sale anatomiche per i giornali lo riempì di dolore: quasi le avessi lasciate per far la ballerina o la trapezista. Quando il Gianni andava alle medie suo padre diceva “Vorrei che tu facessi il calciatore, da grande” e il fatto che abbandonasse ragioneria lo riempì di sollievo. Diventar medici, avvocati, ingegneri è quasi sciocchezza per i poveri degli anni Sessanta; legger libri, una distrazione quasi imbecille; diventare ciclisti, calciatori, boxeurs è innalzarsi agli dei. “Mio figlio è in seconda liceo ma gioca bene al pallone” disse il tassista che mi portò da Gianni Rivera; “io glielo dico sempre: che studi a fare? Pensa piuttosto a perfezionare il pallone. Quest’anno, grazie a Dio, lo hanno preso tra i ragazzi del Milan”. Studiare va sempre meno di moda: non c’è la televisione a raccontarci le cose? Né è detto, del resto, che abbiano torto. Attendere è duro quando i genitori e i genitori dei genitori non hanno fatto che attendere e, con la cattedra di letteratura, Salvatore Quasimodo guadagna in un mese quel che Gianni Rivera guadagna in una domenica; a insegnar l’abc in un villaggio, una maestra guadagna in un mese quel che Mina guadagna in un minuto secondo.
«Lei non ci crederà, lo capisco dal modo in cui mi guarda che non ci crede ma nel nostro mestiere non sono mica le gambe che si stancano di più: è il cervello. Non si gioca mica solo con le gambe, coi piedi: si gioca con la testa, col ragionamento. Se uno è stupido, mi creda, non può diventare un bravo calciatore. Allora che accade? Accade che fisicamente io recupero presto, perché sono giovane, ma psichicamente ci metto moltissimo a recuperare. Accade che quando torno da un allenamento o da una partita mi provo a leggere: mi metto lì e dico ora non mi muovo e leggo. Ma il mio cervello va altrove. Volevo imparare almeno le lingue, mi ero comprato perfino il linguaphone: non ce l’ho fatta. Ma cosa vuole: di giornate libere noi abbiamo solo il lunedì. Dal martedì alla domenica il nostro corpo e il nostro cervello si consumano nell’attesa di quel concentrato di fatica che esploderà la domenica pomeriggio, per un’ora e mezzo. E se si vuol rendere in quell’ora e mezzo bisogna dimenticare qualsiasi altra cosa: lo dice anche mia madre».
➣ Cosa dice suo padre?
«Mio padre non vuole che studi».
➣ Suo padre non vuole che studi? Ha detto così?
«Esattamente. Mio padre dice che non si possono fare due cose nel medesimo tempo: e ha ragione. Infatti, quando leggo i giornali il più delle volte finisco col leggere le didascalie sotto le foto».
➣ Mi pare che suo padre tenga più di lei alla sua carriera di calciatore.
«Sì, in un certo senso sì. È stato lui a spingermi, a incitarmi, a incoraggiarmi».
➣ Capisco. Suo padre cosa fa?
«Fa l’operaio alle ferrovie. Un mestiere molto duro: che rende in modo indirettamente proporzionale alla fatica. E io vorrei che smettesse: tanto, per quei due soldi che guadagna… Ma lui non vuole smettere sebbene dica: ti ho mantenuto fino ad ora, ora potresti anche essere tu a mantenere me. Non può stare senza far nulla e poi non vuol perdere la pensione. Gli mancano cinque anni alla pensione».
➣ Capisco. Dunque dicevamo che i giornali, bene o male, li legge. E cosa legge sui giornali? I resoconti delle partite di calcio, altre cose?
«Il calcio, mai. Anche quando mi faccio degli amici, cerco sempre di farmeli tra quelli che non parlano di calcio. Leggo le altre cose. La crisi di Cuba, per esempio, l’ho seguita un poco sebbene di politica io non capisca nulla: se avessi dovuto votare, non avrei saputo davvero per chi votare, a sentir loro hanno tutti ragione. Leggo certe rievocazioni. Io, per esempio, sono nato nell’agosto del 1943: il periodo Badoglio. Non so ancora nulla, o quasi nulla, di questo periodo Badoglio, non sono ancora riuscito a capire se avevano ragione i tedeschi o gli inglesi, gli italiani o gli americani, e non che la cosa mi interessi più del necessario: quel che è stato, è stato. Però…».
➣ Capisco. E il volo di Gordon Cooper l’ha interessato? L’ha seguito sui giornali o alla televisione?
«Sì. Ma non più del necessario, anche quello. Partito il primo, partito il secondo, partito il terzo, non fa più effetto. Andavamo in Inghilterra quando Cooper salì con l’astronave, a Londra mi son preoccupato di sapere se era sceso. Mi hanno detto che era sceso e sono stato contento: non più del necessario, però. Anche il fatto che vadano sulla Luna non mi esalta più del necessario, sento per questo la medesima reazione che sento per ciò che è successo a me: se sono diventato quel che sono è perché sono bravo e in ciò non v’è nulla di fantastico; se vanno sulla Luna è perché è giunto il momento di andare sulla Luna e in ciò non v’è nulla di fantastico. Voglio dire che è inevitabile che debbano andar su: partiti da una bomba che manda in aria una città, non si può arrivare che a quello. Voglio dire che io vivo senza sorpresa l’epoca nella quale vivo: senza urletti di meraviglia. È la mia epoca e un’epoca dove può succeder di tutto: andar sulla Luna e…».
➣ … e costare quasi mezzo miliardo: quanto non costerebbe, probabilmente, se fosse in vendita come avviene per un calciatore, un fisico nucleare. È un vecchio discorso, lo so: ormai non stupirebbe un neonato. Ma vorrei sapere proprio come giudica, lei, il fatto di costare quasi mezzo miliardo.
«E io lo voglio dire, quello che penso: perché tutti credono che noi calciatori si sia stupidi, teste di legno, zoticoni, che non si capisca nulla perché non abbiamo studiato, e nessuno ci chiede mai seriamente: Ma tu cosa ne pensi? Penso che mi fanno ridere quelli che dicono: Bisogna-moralizzare-il-calcio-e-i-calciatori. I calciatori o il prezzo per cui si comprano e si vendono i calciatori? E poi penso che quel mezzo miliardo o quasi non l’ho mica in tasca io. Ma chi li vede, questi miliardi? Io, no davvero. Io, con tutti questi complimenti di bravura, sono riuscito solo a comprarmi un appartamento e come vede abito ancora in un posto modesto, non ho neppure una camera mia, la notte dormo su quel divano che diventa un letto. Mezzo miliardo! Mezzo miliardo fa in fretta a riempire la bocca. Guardi: mez-zo mi-li-ar-do. Sembra di mangiare una bistecca in un boccone. Solo che io non lo mangio. Il mio stipendio non è quello. Magari guadagnassi quello».
➣ E quanto guadagna, signor Rivera, ogni mese? Trecentomila? Di più? Quattrocentomila? Di più? Cinquecentomila? Di più? Seicentomila? Di più? Un milione?! Un milione al mese non è poco per un ragazzo di vent’anni, bravo che sia a giocare con un pallone.
«Sì, lo so che cosa pensa. Pensa al fisico nucleare. È giusto, pensa, che un fisico nucleare non guadagni quel che guadagna questo zoticone, questa testa di legno che non ha neppure la forza di leggere? E io le rispondo no, non è giusto, ed io lo so come lo sanno quelli che ci portano in trionfo e muoiono di infarto cardiaco perché io fo un gol o non lo faccio. Lo sanno anche loro che noi non siamo Einstein e che in confronto al peggior fisico nucleare siamo niente, ma niente. Però col fisico nucleare essi non si divertono e con noi si divertono. Einstein non giocava a calcio e Pelé gioca a calcio. Il calcio ormai è spettacolo e in questo spettacolo la gente va a vedere chi gioca: chi gioca meglio è giusto che sia pagato meglio. Siamo noi che attiriamo la gente, mica chi sta dietro di noi. E poi tutto è proporzionato agli incassi: se una società incassa un miliardo lordo all’anno, perché i giocatori di quella società devono guadagnare centomila lire al mese? Né il discorso vale solo per le società, vale anche per lo Stato. Ogni settimana lo Stato guadagna mezzo miliardo con il Totocalcio: pensi che scherzo se i calciatori decidessero di far sciopero una domenica o due. E, tutto sommato, perché non dovrebbero fare sciopero? È un mestiere».
➣ Scusi sa, io non me ne intendo: ma credevo che fosse uno sport.
«È un mestiere e il fatto che sia un mestiere non nega che sia anche uno sport. Essere pagati non ci rende meno sportivi: ci prepara anzi più coscienziosamente e più scientificamente. Io sono convinto che se potessimo far disputare una partita dalla miglior squadra di oggi e la migliore squadra di trent’anni fa, “quando lo sport era sport”, vincerebbe la squadra di oggi. Io, quando gioco, non gioco per vanagloria, per vedermi citato sui giornali e via dicendo. Gioco perché è il mio mestiere e per la soddisfazione che mi nasce dentro: una specie di coscienza d’aver compiuto un dovere. Io, quando leggo sui giornali che non sono stato bravo, ho quasi vergogna ad uscire per strada, mi sembra che tutti ce l’abbiano con me. Quando leggo che ho giocato male, mi sembra di aver tradito qualcuno: il mestiere per cui vengo pagato. Mi ricordo tre anni fa, quando cascavo sempre per terra. Non avevo ancora diciassette anni, avevo giocato nell’Alessandria che stava per retrocedere e poi avevo giocato alle Olimpiadi: ero così stanco, così stanco, e cascavo per niente. Così i giornalisti scrivevano che ero un bluff, che ero buono soltanto da mettere in giardino, ed io soffrivo: ma non tanto per la figuraccia, per la coscienza di quel tradimento”.
➣ E poi dicono che i giovani d’oggi sono leggerini. Complimenti: ancora una frase e riusciva a commuovermi. Davvero il suo perbenismo è feroce. Mi dica, signor Rivera: come vive, a parte il calcio, un ragazzo così ferocemente perbene?
«Oh, non c’è nulla di drammatico nella mia vita: mi creda. Non è una vitaccia. Alle dieci e mezzo sono già a letto, alle nove del mattino sono sveglio. La mattina vado al Milan, ci vado a far niente, ma presentarsi è obbligatorio, e poi torno a casa: dove mangio con la mamma e col mio fratellino. Mangio di tutto, non bevo: tutt’al più un po’ di vino annacquato. Nel pomeriggio vado agli allenamenti e la sera ceno di nuovo a casa: la sera c’è anche il babbo che torna alle sei. La domenica mattina vado alla Messa perché sono religioso sebbene non sia bacchettone, e qualche volta vado al cinematografo dove scelgo filmetti leggeri: guardando i nomi degli attori. Qualche volta guardo anche il nome del regista, per esempio ho scoperto uno svedese, Ingmar Bergman, che mi piace tanto. E qualche volta vado anche a vedere i film seri o che chiamano seri. Per esempio ho visto Otto e mezzo che non mi è sembrato il capolavoro che dicono: ma cosa c’è da capire in quel film? Io ci ho capito soltanto che prima di andare a vedere quel film uno deve leggersi la vita del signor Fellini; e la vita del signor Fellini non mi interessa per niente. Spesso poi siamo in ritiro, oh i dannati ritiri!… E più spesso ancora siamo in viaggio: per vedere niente. Io ho girato tutta l’Europa, sono stato in Sud America, e non ho visto nulla né dell’Europa né del Sud America. Appena arrivati ci chiudono in albergo o ci mandano all’allenamento, e appena finita la partita ci fanno ripartire. È lo stesso che viaggiare bendati. Comunque non mi rammarico».
La partita persa con la Corea
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Le leggende dei Ridolini e del gulag coreano
di stefano bizzotto, Giro del mondo in una Coppa [Il Saggiatore]
“Della Corea del Nord si conosce poco o nulla. Più nulla che poco. Il paese è uscito a pezzi dalla guerra con i «fratelli» del Sud, costata 4 milioni di morti. Si narra di squadre costrette ad allenarsi senza palloni: non ce ne sono e allora i giocatori calciano qualsiasi cosa, perfino sassi e bottiglie. La nazionale, però, è un’altra cosa. Per i migliori si trovano soldi e opportunità. Sulla strada che porta al play off con l’Australia, le partite giocate saranno decine, tutte contro squadre autoctone o di paesi del blocco comunista. L’intesa cresce, la qualità del gioco anche: in Cambogia non c’è partita, la Corea del Nord si aggiudica il primo round con il punteggio di 6-1. Gara-due è ancora una formalità. I coreani vincono 3-1. Il quotidiano La Stampa intervista Stan Ackerley, giocatore australiano: «Quelli – racconta – sono indemoniati. Instancabili, velocissimi, compatti. Ci sono stati superiori in tutto. Abbiamo finito di giocare a mezzanotte: la mattina dopo, alle 6, erano già in piedi per il primo allenamento quotidiano».
Vero. La Corea del Nord ha una giornata intensissima, che Il Corriere dello Sport descrive minuto per minuto. Si va dai 10 chilometri di corsa (7.30 del mattino) a robuste dosi di ginnastica e sollevamento pesi (alle 11.00), per passare nel pomeriggio all’allenamento individuale, sul campo e in palestra. Dopo cena lezione di tattica e alle 22.00 partitella di 90 minuti senza ruoli fissi, con divieto di tenere palla per più di 10 secondi. Prima di andare a dormire, 6 ripetute sulla distanza di 100 metri. Tempo limite per l’ultimo sprint, 13 secondi. In quanto a preparazione atletica, la Corea del Nord non ha nulla da invidiare alle nazionali più forti. Anzi.
… Fabbri ha mandato il suo vice, Ferruccio Valcareggi, a osservare i coreani. Si è detto e scritto mille volte di una parola («Ridolini») con cui Valcareggi avrebbe etichettato i nostri avversari. Albertosi, in campo quel giorno, mi racconta: «Dopo la prima partita ci disse che gli erano parsi poca cosa. Dopo la seconda, però, li trovò migliorati. Attenti, si raccomandò, perché corrono come dei forsennati. Ridolini? Che io sappia, Valcareggi non pronunciò mai quella parola. Non di fronte a noi, almeno. … Il riscaldamento fu una cosa mai vista. I nostri avversari entrarono in campo in fila indiana. Ciascuno aveva sottobraccio un pallone. Arrivati al centro del campo, lo lanciarono in aria e mentre scendeva si esibirono in una rovesciata. Una, due, tre volte. Il pubblico apprezzava. Erano piccolini. Paolo Barison disse: fatemi tanti cross, ci penso io con il mio fisico. I palloni arrivarono ma lui non ne prese nemmeno uno. I coreani facevano qualcosa di simile alla cavallina. Si appoggiavano l’uno sulle spalle dell’altro, era una specie di piramide umana. Alla fine arrivavano sempre loro per primi sul pallone».
… Cosa sia accaduto la notte dopo la vittoria sull’Italia, non lo sapremo mai; non nei dettagli, almeno. Chi un’idea se l’è fatta, e anche piuttosto precisa, è Pierre Rigoulot, uno dei curatori del Libro nero del comunismo, pubblicato alla fine degli anni novanta. Rigoulot si è occupato dei crimini nel triangolo Corea del Nord-Vietnam-Laos e ha scritto un altro libro, L’ultimo gulag, nel quale ricostruisce la storia di Kang Chol-Hwan, un nordcoreano che ha trascorso buona parte della sua vita a Yodok: fra i gulag sparsi nel paese, uno dei più terribili per le condizioni di vita dei detenuti. Kang racconta di aver avuto come compagno di prigionia una persona ridotta a una larva, costretta per mesi a restare giorno e notte in ginocchio in una microscopica cella di rigore. L’avevano soprannominato «Scarafaggio» perché per sopravvivere era costretto a cibarsi di insetti. Il suo nome? Pak Seung-Zin. Uno dei protagonisti del Mondiale d’Inghilterra. Il capitano. Rinchiuso nel gulag – scrive Rigoulot – per aver festeggiato la vittoria sull’Italia senza farsi mancare nulla, alcol e donne in primis. Lui e molti suoi compagni di squadra. Non Pak Doo-Ik, costretto a restare in stanza – secondo questa ricostruzione – perché colpito da gastrite. Al ritorno in patria, l’amara sorpresa: la polizia preleva i «colpevoli» e li smista nei vari campi di rieducazione. Verità o fantasia? A osservare le sequenze del documentario di Gordon e Bonner, verrebbe da optare per la seconda ipotesi. Nelle immagini del 1966 si vedono i giocatori scendere dall’aereo e venire letteralmente portati in trionfo dalla gente accorsa ad applaudirli. Nessuna traccia di camionette della polizia o simili. I titoli dei giornali sono di questo tenore: “Pak Seung-Zin gioca come un mago”, “Lee Chang-Myung gioca come uno spirito divino”. Pak Seung-Zin, secondo la ricostruzione effettuata da Marco Bagozzi, ha continuato a far parte della nazionale fino al 1973, per poi intraprendere la carriera di allenatore”
L’ottuso difensivismo è la lebbra del calcio italiano
di antonio ghirelli, Corriere dello sport, 20 luglio 1966
“I portoghesi dovranno vedersela con la Corea. Credo di non aver mai scritto, nella mia carriera, un periodo come quello precedente con altrettanto dolore. Siamo qui pieni di rabbia a seguire le ultime fasi della gara con gli asiatici. Gli errori iniziali di Perani, l’infortunio di Bulgarelli, la premeditata persecuzione del sig. Schwinte, la odiosa ostilità della folla valgono ad attenuare fino ad un certo punto l’angosciosa amarezza di cui siamo tutti preda. Il fallimento è totale ed investe prima di tutto Fabbri, poi i giocatori, quindi l’intera organizzazione federale ed anche quella parte della stampa che ha prolungato le sue polemiche fino all’immediata vigilia delle gare, seminando lo smarrimento tra tecnico e atleti. I nostri uomini-base, da Rivera a Mazzola, da Fogli a Facchetti, sono tutti miseramente, vergognosamente crollati sul campo contro un avversario folkloristico la cui unica valentia consiste nelle doti morali ed atletiche. Il discorso è lungo e pesante. Questa sconfitta tragicomica nasce da molto lontano: dagli sbagli di preparazione, dagli spropositi commessi dal selezionatore in occasione della partita con l’Unione Sovietica, e in una prospettiva ancora più ampia del bieco, ottuso difensivismo di cui è malato il nostro calcio, come da una lebbra. Abbiamo avuto sfortuna, come dimostrano i due infortuni di Bulgarelli nelle fasi cruciali del nostro torneo, ma per gli azzurri e per il loro balbettante condottiero, non c’è assoluzione. È tutto l’ambiente del football italiano che esce duramente condannato da questo farsesco epilogo di un’avventura cominciata sotto auspici così lieti. Ed è un processo che si apre, che deve aprirsi, oltre i responsabili”.
La sconcertante immaturità del Ct
di gino palumbo, Corriere della sera, 20 luglio 1966
“Per il calcio Italiano quattro anni di lavoro sono finiti in farsa. L’Italia è stata eliminata dalla Corea: anche le parole assumono un significato grottesco. Diventa persino ridicolo, adesso, chiamare in causa le abitudini del campionato, le tattiche, il campionato, l’uso dell’uomo in più, la possanza atletica, il giocatore in attacco o in difesa, le mille polemiche che assillano e movimentano quotidianamente il nostro ambiente calcistico. Diventa persino ridicola la discussione sulla scelta degli uomini. Sono annotazioni che hanno validità quando si incontra la Russia, quando si incontra la Germania, quando si incontra l’Inghilterra, quando si incontrano le squadre sudamericane. Ma tra il calcio italiano e il calcio coreano esiste, deve esistere, non può non esistere una differenza abissale di classe, di esperienze, di rapporti internazionali, di conoscenze tecniche, che rende assurdo anche il tentativo di operare un confronto. Il calcio italiano che valuta i suoi giocatori anche mezzo miliardo ha ricevuto oggi la umiliazione più cocente della sua lunga storia. Il commissario tecnico ha sbagliato clamorosamente, dimostrando una sconcertante immaturità a dirigere una squadra in un torneo che impone saldezza di nervi e decisioni rapide ma meditate. Le condizioni atletiche e morali in cui la squadra è stata mandata in campo dimostrano che egli ha profondamente sbagliato anche la preparazione fisica e psicologica. Ma ad accentuare queste lacune sono intervenuti errori ancor più gravi nel comporre le formazioni. Dopo la partita col Cile, Fabbri per un motivo misterioso che egli soltanto potrà chiarire – ha improvvisamente abiurato a tutti 1 criteri cui si è fedelmente attenuto per quattro anni”
Il crollo più impressionante della nostra storia
di vittorio pozzo, La Stampa, 20 luglio 1966
“I calciatori azzurri tornano a casa, schiacciati sotto il peso di una umiliante eliminazione. Fabbri, per il confronto che doveva decidere, ha dato retta alle critiche sorte dopo la sconfitta con l’Unione Sovietica. Il nostro commissario tecnico ha mutato radicalmente formazione, e, sostituito l’infortunato Burgnich con il giovane Landini, ha lasciato a riposo Salvadore, Rosato, Lodetti e Pascutti, facendo posto a Janich, a Guarneri, Fogli, e, in certo modo, tornando all’antico per l’attacco schierando con Perani, Bulgarelli, Mazzola, Rivera, Barison. Neppure le sostituzioni sono riuscite a cambiare volto alla nostra compagine e, a giustificare la nuova batosta, una batosta purtroppo irrimediabile che ci toglie dal giro dei mondiali. Non basta sottolineare l’indubbia importanza dell’incidente che stasera è toccato a Bulgarelli verso la fine del primo tempo. L’incidente che ha privato del bolognese ha concorso a sguarnire il gioco di centrocampo, ma bisogna pur riconoscere che fino all’attimo del malaugurato episodio, L’Italia non aveva per niente convinto, spesso lasciandosi prendere in contropiede dai coreani, atleti più veloci, più mobili, più scatenati, spesso più abili nei confronti diretti. Ed è avvenuto così il crollo più impressionante mai verificatosi nella storia del calcio italiano. Ed il fatto prende la forma e la sostanza di un autentico disastro sportivo. Lo si era avvertito fin dalle battute iniziali del torneo che le cose andavano male, ma che si dovesse scadere in siffatto modo nella scala dei valori mondiali, nessuno l’avrebbe mai e poi mai creduto”.
Un indegno spettacolo: tutto è storto
di gianni brera, Il Giorno, 20 luglio 1966
“Giornata amara, giornata di vergogna. Una mesta broccaggine sembra essersi impadronita dei nostri giocatori. Undici ragazzi coreani sprovveduti di tecnica ma non certo di coraggio né di slancio hanno messo sotto, votandoli ad un’ignobile fine, i nostri miliardari, esaltati da megalomani dei quali purtroppo siamo stati complici. Mi mancano parole per esprimere il dispetto che ha preso tutti noi all’indegno spettacolo cui abbiamo assistito. Credo che abbiamo toccato il fondo e poiché quasi tutto è storto nel nostro calcio e nel nostro costume sportivo inerente il calcio, debbo, per consolarmi, pensare che questa ennesima figuraccia giovi a riportarci su piani meno scandalosi nei confronti del mondo intero”.
Un errore aver puntato su Bulgarelli infortunato
di gualtiero zanetti, La Gazzetta dello sport, 20 luglio 1966
“Anche questa partita ha confermato quanto avevamo sostenuto prima e dopo l’incontro con l’URSS, l’errore cioè di non puntare, per questo genere di competizione che impone un incontro ogni tre giorni, su uomini sani e freschi bensì di provare e riprovare sui medesimi elementi, logorati da vecchi incidenti e stanchi psichicamente per via delle polemiche nate a causa delle precedenti delusioni. Bulgarelli era infortunato con il Cile, quindi avrebbe dovuto rimanere a riposo per almeno un turno. Per colpi del genere, di solito, non si gioca, in campionato, alla domenica successiva, figurarsi se Bulgarelli poteva essere in grado di operare il pur minimo contrasto contro i mastodontici sovietici. Figurarsi poi se poteva tentare di opporsi validamente agli agilissimi coreani. Appena ha voluto tentare uno dei suoi interventi abituali, il ginocchio gli ha ceduto regolarmente. Mai infortunio è stato invocato e preparato più di questo”.
Pak Doo-Ik e i suoi ricordi
di emanuela audisio, Repubblica, 29 maggio 2002
➣ Lo sa che al ritorno in Italia i tifosi tirarono pomodori agli azzurri, al grido di Corea, Corea?
«Bene, hanno fatto bene».
➣ Scusi?
«Cosa pretendevano i giocatori dopo la figuraccia, gli applausi? Voi eravate l’Italia, noi nessuno. Eravamo così tagliati fuori che non sapevamo neanche cosa fosse un fallo».
➣ Sia buono, Pak.
«Sono sincero, voi giocavate in dieci perché Bulgarelli si era fatto male, ma restavate dei maestri: con quel gran difensore di Facchetti, con la rapidità di Mazzola, con l’organizzazione di Rivera. Avreste potuto segnare, ci siete andati vicini. Solo che l’Italia non c’era con la testa, mai vista una squadra così isterica e nervosa. È vero che noi avevamo fatto due anni di ritiro, andando a ripassare il calcio in Russia, ma a parte l’entusiasmo rispetto a voi eravamo piccoli. Ricordo l’emozione con cui chiamai casa per avvisare un annunciatore della radio che avevamo vinto. Era in lacrime. Quella sera abbiamo gridato un po’ di ritornelli, non è vero che ci siamo ubriacati, io tra l’altro non bevo. E non è vero che al ritorno siamo stati puniti, anzi all’arrivo mi hanno portato sulle spalle, e io che prima mi occupavo di editoria scolastica, mi misi a fare l’allenatore di calcio. Di quella squadra cinque sono morti di cancro. Sa che non sono mai stato in Italia? Non credo di essere ben visto, chissà se mi vogliono ancora male».
➣ Andò male all’Italia, ma fu anche l’ultima volta della Corea.
«È un problema di generazione, con il pallone nessuno ci ha più saputo fare. Mi piace quel vostro giocatore con il codino, porta il numero 10, trovo bravo anche Zidane, per come pensa al gioco, sa io sono rimasto fermo a Bobby Charlton. Tempo fa da noi è venuto un allenatore tedesco, ma non ha funzionato, cosa ne sanno gli stranieri di come reagisce il nostro fisico? Per correre bisogna mangiare, avere le forze. Ai nostri tempi non era un problema, ma oggi tutto è diventato più difficile».
I protagonisti
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Eusébio, l’altro O Rei
di gino palumbo, Corriere d’informazione, 20 luglio 1966
“Ha vinto Eusébio. Ha battuto Pelé e ha stroncato il Brasile. È diventato lui il grande personaggio dei campionati del mondo. È la prima volta che Eusébio si presenta nella aristocrazia del calcio. La sua popolarità se l’era conquistata come goleador del Benfica nella Coppa dei campioni. Ai mondiali il Portogallo sinora non c’era mai stato. Adesso è la sola squadra ad aver vinto tutti e tre gli incontri del girone, a un ritmo di tre gol a partita. E buona parte di quei gol sono stati segnati e sovrattutto provocati da Eusébio. Non è un altruista: denuncia anzi il tipico egoismo degli uomini-gol. Ma ogni sua azione, ogni suo scatto, ogni suo dribbling, ogni suo tiro mettono in orgasmo le difese avversarie. Il Portogallo ha come slogan il gioco d’attacco. Contro il Brasile è partito con due gol di vantaggio. Eusébio e Pelé si trovarono nella stessa zona del campo. Il brasiliano – che aveva tentato invano di essere un protagonista della partita, ed era stato surclassato dal rivale ancor prima di affrontarsi – gli si avvicinò e gli strinse la mano. Parve un patetico scambio di consegne: tra il campione, non vecchio ma logoro, che si ritira dalla scena dei mondiali e il suo trionfante rivale nuovo re del calcio. Eusébio significa gol”
Il Pelé del Sessantasei
di giulio capelli, La Gazzetta dello sport, 21 luglio 1966
“Contro l’Ungheria, Pelé non ha giocato e contro il Portogallo… pure. Prima di infortunarsi, aveva toccato due o tre volte la palla giocandola assai male, sia per la egregia marcatura alla quale lo aveva sottoposto il portoghese Vicente, sua bestia nera anche in passato, sia perché ormai Pelé non è più in concentrazione per il football. Le sue condizioni fisiche non sono più perfette. Il Portogallo ha infilzato senza pietà il campione morente, facendo vedere a tutto il mondo che il nuovo Pelé, il Pelé 1966, si chiama Eusébio”
| figurine Scegliti un nome, gli dissero. Aveva sedici anni. I Brazilians erano una squadretta di ragazzini che a piedi scalzi giocava in strada a Mafalala, periferia di Lourenço Marques, oggi Maputo, nel Mozambico. Case di legno e lamiere, ci abitavano i poeti e gli uomini che tramavano per l’indipendenza. La squadra aveva una regola: ogni ragazzino doveva chiamarsi come una delle stelle che avevano appena vinto il Mondiale del ’58, in Svezia. Eusébio da Silva Ferreiro scelse di essere Pelé, senza sapere che stava cominciando a inseguirlo.
Quarto figlio di donna Elisa e di Laurindo Antònio da Silva Ferreira, angolano, bianco, ex centravanti e poi lavoratore in ferrovia, Eusébio desiderava solo giocare per la squadra di cui era tifoso papà, morto di tetano quando lui era un bambino: il Deportivo Lourenço Marques, succursale coloniale e lontana del Benfica. Quando andarono a vederlo, lo bocciarono: era piccolo e sporco. Quell’allenatore, passò poco tempo, venne licenziato. Il provino invece andò bene con i rivali dello Sporting de Lourenço Marques, filiale a sua volta dello Sporting a Lisbona. Eusébio non ne voleva sapere. Era il club dell’élite e della polizia, non amavano i ragazzi neri. «O prendete tutti i miei amici o non vengo» fu la sua idea per farsi dire di no. Invece si dissero pronti a prenderli. Segno che su un campo di calcio gli sarebbe riuscito tutto.
Ha detto: «Amerò il Mozambico finché vivo, ma il Portogallo è il posto in cui sono diventato uomo, dove sono nate le mie figlie». Per diventare uomo dovette fingersi donna. Salì su un aereo per Lisbona sotto falso nome, la signora Ruth Malosso era lui, il formidabile attaccante di cui dall’Africa era giunta voce. Lo Sporting vantava appunto dei diritti, il Benfica si era mosso prima, facendo firmare una carta alla madre. Andarono a prenderlo di nascosto e nascosto lo tennero per un po’, si disse in un villaggio di pescatori dell’Algarve. «I soldi erano in banca, se non mi fossi ambientato mia madre li avrebbe restituiti».
L’azione del rigore del 4-3 preso contro la Corea ancora viene proiettata alla scuola calcio dell’Ajax. Eusébio parte da metà campo, 16 tocchi di palla, destro, sinistro, esterno, interno, dribbling, un tunnel, la palla a 20 centimetri dal piede, sembra ci sia la colla. Lo fermano facendolo volare.
L’eleganza di Bobby Moore
di corrado sannucci, Repubblica, 25 febbraio 1993
“Può darsi che l’Inghilterra degli anni ’30 e poi quella di Matthews del dopoguerra fossero migliori: ma solo quella di capitan Moore ha vinto qualcosa. I suoi riccioli biondi a fianco dei capelli lisci dei Beatles, ecco la storia di quegli anni. E che Moore sia svettato nel ricordo da quei tempi di festa e di chiasso, quando il mondo non era solo calcio, è il segno del suo carattere.
Moore aveva uno stile elegante sostenuto da una grande forza atletica. Era il difensore centrale che trasmetteva tranquillità alla squadra e intimoriva gli avversari. Aveva un gioco semplice ed essenziale, interpretando al meglio la tradizione inglese: eppure il suo atteggiamento era moderno, cosciente, in sintonia con i difensori della sua generazione. Il paragone spontaneo era con il suo rivale di quei tempi, Franz Beckenbauer, forse più tecnico ma in possesso di minore potenza.
Tutto quello che aveva vinto nel ’66 cercarono di strapparglielo nel ’70, a Bogotà. La nazionale inglese era andata a giocare un incontro di preparazione contro la Colombia e Moore fu accusato di aver rubato un braccialetto in una gioielleria. Solo dopo quattro giorni in carcere fu liberato sotto cauzione. A tutti parve una vendetta sudamericana per gli arbitraggi che, nel ’66, avevano favorito in alcune circostanze i bianchi e per tutte le volte che il pubblico inglese aveva chiamato animals argentini e uruguayani. Moore pagò per colpe non sue. Al termine della carriera giocò anche negli Usa e in Sudafrica. Fu tra i protagonisti del film di John Houston Fuga per la vittoria. Dice Graham Taylor, ct inglese attuale, allora giocatore: «Quel giorno, nel ’66, Moore non fu il capitano di una squadra, ma di una nazione. Il capitano di tanti giovani come me». Quelli che poi andavano a cantare All you need is love”
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Slalom 12 luglio 2020
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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