Il calcio secondo Staino

Sua madre disegnava con lui le fiabe, quand’era piccolo. Così fu naturale, da grande prendere in mano una matita per star bene. Sergio Staino ha avuto in Bobo un alter ego, «un nasone enorme sotto due occhiali grandi come fanali e una foresta di capelli e peli sempre fuori posto», come scrisse Oreste del Buono quando le strisce esordirono su Linus nel 1979. Stefano Jesurum su Sette ha definito questo omone arruffato con la barba «qualcosa a metà tra Garibaldi e un profeta», mentre giocava la carta dell’ironia e soprattutto dell’auto-ironia a sinistra, dove le sconfitte potevano sembrare accettabili solo se passavano attraverso la psicanalisi del suo tratto leggero. Di terapia collettiva parlava per esempio Ettore Scola. Quando nel 1984 gli diedero il premio Forte dei Marmi, nella motivazione c’era scritto: “Per aver introdotto l’umorismo, la malinconia e la riflessione nel Partito comunista”. Era appena morto Berlinguer. 

Ha fatto il cinema, la televisione, i reportage per l’Unità, il sindacalista. Ha fondato Tango, il settimanale satirico che ruppe uno schema, ridendo della finta sacralità del proprio mondo. Cuore con Michele Serra avrebbe invece colpito all’esterno: il rampantismo del craxismo, i vezzi, i tic, i luoghi comuni, i modi di dire, fino al Cuore Mundial del 1990. 

 

Staino si era iscritto al Pci nel 1961 e al Partito comunista marxista-leninista otto anni dopo. Bobo era nato quasi per necessità, così diceva, quando sua moglie Bruna, peruviana, non trovava lavoro. Staino ha raccontato che si erano scambiati il primo bacio sulla scalinata della stazione di Firenze: «Lo ricordo sempre perché non è stato un bacio qualunque, ma è arrivato dopo anni di esitazioni, ripensamenti. Eravamo sposati tutti e due, in più io ero un dirigente dei marxisti leninisti e loro sono dogmatici come i cattolici più oscurantisti. Quell’amore immenso che mi era nato dentro si scontrava con dei macigni. Se restavo solo con lei dovevo fare sforzi enormi per non abbracciarla. E poi mi sentivo come Sant’Antonio nel deserto», confessò una dozzina d’anni fa a Giovanna Pezzuoli per il Corriere della sera. 

Di certo Bobo era nato per rivalsa. Nel 1978 si era rotto una retina e l’aveva presa malissimo. Pensavo che non avrebbe più potuto fare uno schizzo. Invece cambiò solo il tratto, più insicuro, diceva, più aperto. Aveva insegnato fino all’età di 40 anni applicazioni tecniche alle scuole medie, abitando sulle colline di Scandicci. 

Calcisticamente era fiorentino, ma un fiorentino di Coverciano, più legato alla maglia della Nazionale che al viola puro e duro della sua città. Certo che era felice, quando vinceva la Fiorentina. «Ho amici che se perde la Viola sono distrutti, perciò spero che vinca sempre». 

Sei anni fa aveva raccontato questo e altro in un’intervista per il sito dei tifosi della Fiorentina, parlando della signora Renza che prendeva tre autobus per andare allo stadio. «È separata, ora ci va da sola. Non le interessa la Nazionale, non le interessano le altre squadre, soltanto la Fiorentina. È di Lastra a Signa, parla un meraviglioso linguaggio toscano elaborato, starei ad ascoltarla per ore. Viene a fare le pulizie da noi da una vita ed è l’unica persona di casa che segue davvero il calcio. Dopo la sconfitta con la Roma le ho fatto le condoglianze».

 

 

Staino diceva di aver sofferto per il calcio una volta sola. «Italia-Perù dell’82, finì 1-1. Mia moglie è peruviana e ci siamo trovati in imbarazzo. Ma è finita pari e quindi tutti contenti. L’analogismo fra calcio e politica funziona. Ma non sono mai riuscito a capire a fondo le passioni che il calcio scatena. Sono stato un paio di volte allo stadio a vedere la Fiorentina con il mio babbo, senza divertirmi granché. Quando c’è il Mondiale, però, esce lo spirito della nazione, e in qualche modo grazie a Pertini ho partecipato anch’io al mito di Italia-Germania. Non tutti i politici strumentalizzano il calcio in senso negativo. Il calcio è essenziale per entrare in contatto con le masse. Un concetto comunista, sa». 

Il suo primo ricordo calcistico era legato alla tragedia del Grande Torino. «Andavo alle elementari – disse a Fiorentina.it – e il mio migliore amico fece un altarino con le candele e le figurine dei giocatori. Ero stranito. A scuola bastavano due maglioni arrotolati per fare le porte e giocare, a volte mi obbligavano a stare in porta per fare numero. Ma niente, tutti facevano la raccolta delle figurine, io leggevo libri. Per questo passavo per intellettuale».

Quando gli chiesero come si spiegava l’ossessione anti-juventina della città, rispose: «L’odio per la Juve c’è sempre stato, non so nemmeno come sia cominciato. Comunque quanto a passionalità conosco situazioni romane e napoletane che riducono Firenze a un posto tranquillo e misurato».

È clamoroso il suo incontro più ravvicinato col calcio. Ebbe ospite una volta in casa sua Socrates, quando giocava per la Fiorentina, quarant’anni fa. «Un intellettuale, un letterato, uomo colto e sensibile. Abbiamo parlato di cultura e politica. Era strano avere uno del calcio a pranzo, ma non si parlava di pallone». 

 

LEGGI ANCHE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.