I pugni di Ngannou e lo zucchero filato di Michael Johnson – Le Giostre della domenica con Haak, Sinner, Berrettini

Le Giostre della Domenica erano un appuntamento fisso della newsletter, insieme con lo Zodiaco del lunedì, il Meteo del martedì, gli Odori del mercoledì, i Fumetti del giovedì, la Hit Parade del venerdì, il Varietà del sabato. Un filo giocoso con il quale tenere insieme temi e personaggi proposti dalla rassegna stampa. 

 

 IL CAZZOTTO Che sorpresa Ngannou 

Non c’era nessun titolo in palio, se non quello di Baddest Man on the Planet, l’uomo più cattivo del pianeta. Tyson Fury e Francis Ngannou avevano deciso di giocarselo su un ring di boxe, il regno di Fury, e in Arabia Saudita, alla Kingdom Arena di Riyadh. Ngannou è l’ex detentore del titolo dei massimi in UFC e sui ring c’era andato quando frequentava le MMA. Ha partecipato a un camp d’allenamento con Mike Tyson e alla fine si può dire che se l’è cavata. Ha perso di misura, due giudici a uno  (96-93, 95-94, 94-95) contro un pugile imbattuto, un fuoriclasse da 34 vittorie, di cui 24 prima del limite. Anzi, davanti a quasi 20.000 spettatori, un giornalista ha chiesto a Mike Tyson cosa pensasse del verdetto. L’ex campione del mondo era all’angolo del camerunense e ha risposto: «Ha vinto Francis. Tutti hanno visto». Nonostante una caduta al tappeto nel terzo round e una certa mancanza di impegno, Fury ha meritato di vincere, dice L’Équipe stamattina, anche se di misura. Ha usato il match come preparazione per altro. Ha tirato molti pugni. Ngannou ha sorpreso per la buona posizione delle gambe e per la pazienza. Aspettava un’occasione. È passata quando Fury si è sbilanciato. Adesso dice di essere pronto a boxare ancora. Si vedrà. 

 

LO ZUCCHERO FILATO Michael Johnson

«Mi piacerebbe dire d’aver inventato il mio stile di corsa, ma non è così. Era qualcosa di naturale». Così si racconta Michael Johnson in una bella intervista stamattina con Carlos Arriba su El Pais: quattro volte campione olimpico, ex detentore del record mondiale dei 200 e 400 metri, l’unico nella storia dell’atletica ad aver vinto l’oro nei 200 e nei 400 nella stessa edizione dei Giochi [Atlanta 96], l’unico a prendersi l’oro dei 400 in due Olimpiadi consecutive [Atlanta e Sydney]. 

 

Tutti pensiamo che i grandi atleti siano dei superuomini, ma i colpi che subiscono ci ricordano quanto sono fragili, come tutti gli altri…

«Esattamente. Penso di essere un esempio. Un cattivo esempio, ma anche un buon esempio. Sì, chiunque può avere un problema di salute, per questo è molto importante prendersi cura di sé. Io l’ho fatto, quindi è stato strano che abbia avuto un ictus, ma il vantaggio è che sono riuscito a riprendermi completamente e molto velocemente perché ero in forma e mi prendevo cura della mia salute prima. Recuperare da un ictus è molto, molto difficile per la maggior parte delle persone. Ho dovuto imparare di nuovo a camminare, a stare in piedi, è un processo molto difficile. Ma sono sicuro di aver recuperato più velocemente grazie all’allenamento e all’esperienza che avevo da atleta. Alla mentalità necessaria per affrontare gli intoppi e le difficoltà degli allenamenti»

 ➣  Adesso tutti corrono con le scarpe magiche fatte di suole di carbonio e schiume leggere. Sono stati abbassati i record su tutte le distanze, tranne che sui 400. Negli ultimi Mondiali nessuno è sceso sotto i 44 secondi. Perché?

«È difficile dire quale effetto abbiano le scarpe. Senza dubbio, che si tratti della maratona o dello sprint, hanno aiutato alcuni atleti. Ma per un record del mondo serve molto di più. Le condizioni, il talento. Le scarpe aiutano, ma solo fino a un certo punto. Inoltre l’atletica è ciclica, ci sono prove che segnano a un’epoca e 10 anni dopo non più».  

 ➣  I 400 metri sono la metafora perfetta del dolore e dell’estasi. L’atleta crede di morire quando l’acido lattico sale nell’ultimo tratto e finisce per avere vertigini e vomito, ma poi si sente un dio. La vedi così?

«Penso che ogni corridore dei 400 metri gestisca la cosa in modo diverso. Van Niekerk è unico, nel senso che ha delle difficoltà a finire la gara. Io ero un velocista sui 200 metri e sono passato ai 400. Uno poteva pensare che avrei pagato nel finale, invece non mi costava molto. A volte dipende da come ti alleni. Per me l’allenamento era più duro della gara, molto, molto duro. La maggior parte dei miei compagni di allenamento erano quattrocentisti puri, a differenza di me. Perdevo sempre da loro in allenamento»

 ➣  Correvi diversamente da tutti gli altri, eretto come un’anatra, rigido come una statua, con passi brevi, altissima frequenza…

«È il modo in cui ho sempre corso. Mi piacerebbe poter dire che l’ho inventato, ma non l’ho fatto. Era qualcosa di naturale».

 

IL DONDOLO Matteo Berrettini e Vincenzo Santopadre

Allora è finita. La coppia che aveva getttao il seme per la rinascita del tennis italiano si separa. Hanno sfondato insieme le prime porte che non si aprivano da quarant’anni, dietro sono arrivati Sonego, Sinner, un movimento. Gaia Piccardi sul Corriere della sera scrive stamattina che Berrettini prova a rimettere in carreggiata la sua, di carriera, dando appuntamento all’anno prossimo e cercando motivazioni fresche in un coach inedito: il rapporto con Santopadre era logoro da tempo, la riconoscenza non si discute («Senza di te non ci sarebbe stato The Hammer, il martello», soprannome di Berrettini) ma forse oggi il romano si mangia le mani per aver perso contatto con Ivan Ljubicic, che non sarà stato il più brillante dei manager però sarebbe il più adatto degli allenatori. La ricerca invece si sta indirizzando verso il Grande Nord (area Svezia, dove gli ex pro a spasso non mancano) sperando che non venga trascurato l’aspetto della preparazione fisica, il vulnus del campione.

 

IL TIRASSEGNO Jannik Sinner in finale a Vienna

Dieci ace, 26 vincenti e quella che Stefano Semeraro su la Stampa definisce una solidità mentale impressionante. Jannik Sinner gioca oggi pomeriggio la finale a Vienna, di nuovo contro Andrej Medvedev come in Cina, dopo essersi liberato in due set di Andrej Rublev, esibendo una forma davvero da Finals. Un sandwich russo, ma per ora a masticare grande tennis è Jan dice Semeraro.

  ore 14 in tv su Sky e Supertennis

 

LA SLOT MACHINE Isabelle Haak

Ventiquattro anni, di padre francese, morto quando lei era una bimba, svedese di nascita. Conegliano è andata a prenderla in Turchia quando Paola Egonu se ne volò là, chiedendole di fare il tragitto inverso dalla VakifBank. Isabelle Haak era già stata in Italia giovanissima, a Scandicci. Una volta al posto di Paola, il vuoto non s’è visto più. Ha portato Conegliano al Mondiale per club, allo scudetto, alla Coppa Italia. Ieri è arrivato anche il faccia a faccia con Egonu, nel frattempo rientrata in Italia, a Milano.

Conegliano ha vinto grazie ai suoi 25 punti la settima Supercoppa della sua storia, davanti a 8mila spettatori nel palazzetto di Livorrno, tanti giovanissimi, sottolinea iVolley Magazine.

Conegliano non aveva Lubian [problema a una spalla], ma un argomento di riflessione sono i crampi che hanno colpito prima Miriam Sylla [uscita sul 6-8 e mai più rientrata] e poi Paola Egonu, sostituita e poi rientrata senza brillare, dopo che per due volte come si è visto dai suoi labiali nelle immagini indiretta su Rai2 aveva avvisato dei problemi muscolari [Carlo Lisi, iVolley Magazine]. 

RITRATTI | Farsi ingannare dal suo volto angelico, dal sorriso spontaneo, dalla semplicità con cui parla in un inglese fluente e dagli occhi dolci è l’errore più banale che un’avversaria può commettere quando incrocia dall’altra parte della rete Isabelle Haak. Che di svedese ha certamente tutto, incluse la fisionomia e la ricerca della puntualità tecnica che sfora nella ricerca della perfezione, e a queste sue origini nordiche aggiunge la corazza mediterranea e la “garra” dei popoli sudamericani. C’è il mondo dentro questa giocatrice magnifica, collezionatrice di titoli e di record, capace di trasformarsi in una cannibale nei momenti che contano. E non solo.  A 23 anni ha la maturità di una veterana e non a caso sceglie tre aggettivi per descriversi. «Energetica, potente e gioiosa» di giorgio marota, Supervolley

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