Montella aeroplanino per la Turkish. Le ambizioni del calcio di Istanbul per raggiungere basket e pallavolo

 

A un certo punto era stato bello crederci. Vincenzino Montella pareva un nipotino di Rinus Michels, ma con molti più gol di lui, segnati quando faceva l’attaccante e apriva le braccia, apriva le braccia e giocava all’aeroplanino. Era stato bello crederci perché veniva da un posto dove le braccia le devi spalancare, se vuoi sollevarti da terra e provare a volare, Castello di Cisterna, periferia di Napoli, abitava nella stessa strada di un altro centravanti del suo tempo, Nicola Caccia, i due papà giocavano a carte al tavolino del medesimo bar, tutt’e due passarono dal settore giovanile dell’Empoli. Ma Vincenzino aveva cominciato come portiere. Un giorno che alla squadra proprio non veniva il gol, si gettò in attacco, ma non entrò nell’area per prenderla di testa come Provedel, Vincenzino partì con la palla al piede, un dribbling dopo l’altro, e si ritrovò dall’altra parte. Entrò in porta col pallone e un certo signor Carlo gli cambiò il mestiere. Gli promise mille lire a ogni gol segnato. Un arabo napoletano. Quando arrivano i signor Carlo, ci vuole una certa personalità per dirgli di no. 

Da tempo, come Totò, Vincenzino è invece un turco napoletano. L’ultima esperienza su una panchina in serie A è venuta prima del covid, alla Fiorentina. Quando siamo potuti uscire dai nostri appartamenti, Montella se n’è andato all’Adana Demirspor e deve aver fatto bene se adesso la federazione gli affida la panchina della nazionale, settimo cittì italiano per il mondo, aspettando che Ancelotti vada a prendersi il Brasile. In Turchia ci sono già Daniele Santarelli cittì della pallavolo femminile e Alberto Giuliani della maschile. Pure Francesco Farioli, che sta incantando a Nizza, si è formato là.

Papà Nicola voleva Vincenzino falegname. Gli mise in mano gli attrezzi e si sentì rispondere: mo’ e mai più; però Montella è stato il Geppetto di molti ragazzi, cominciò a curare con  le mollichine i Giovanissimi della Roma. Tre di quella squadra sono finiti in serie A, altri tre in serie B e per molto tempo gli hanno regalato la maglia da ogni posto in cui sono andati. Montella aveva la luce attorno. Montella era un passaparola. Claudio Ranieri aveva quasi vinto lo scudetto a Roma, eppure arrivò a prendere il suo posto pochi mesi dopo, su indicazione dei senatori. De Rossi alzò il pollice, lo chiamava predestinato. A Rivista Undici raccontò che Montella è «intelligentissimo, preparato. Come tutte le persone intelligenti è uno che vuole avere ragione. E, per avere ragione, devi essere sempre preparato».

Preparato e aggiornato. Montella si iscrisse a un corso di management alla Luiss, diede alcuni esami all’Isef, a un certo punto si ri-accorse che lo studio era incompatibile col calcio, come aveva intuito pure da ragazzino. Usava le pettorine col gps già alle giovanili della Roma. in società disse che se non gliene avessero comprate, lo avrebbe fatto lui. Ai suoi ragazzi a Natale regalava un libro. Un anno fu L’alchimista di Coelho. Si mise a studiare il modo per superare certe vecchie credenze sulla necessità dell’aumento della massa muscolare. A Catania dovette convincere i trentenni che nel calcio contemporaneo non serve più sfondarsi di ripetute fra i boschi sui cinquemila metri. Non esistono più la preparazione, il richiamo, il pieno del serbatoio per avere benzina in primavera, cose superate, adesso è allenante il lavoro con la palla: c’è una magnifica tesi di David Platt negli armadi della scuola di Coverciano. 

Ma gli stereotipi sono duri a morire. Così, al primo pareggio in casa che segue una sconfitta in trasferta, a una testa incuriosita dall’innovazione viene facile rimproverare – che so – di aver sbagliato la preparazione atletica, e dai, come si fa non vederlo, quello non li fa correre nei boschi.  Con un nome da canzone di Jannacci, Vincenzino aveva invece una naturale propensione alla fabbrica. Diceva di aver imparato da Spalletti il campo e da Ancelotti il modo di allenare, non proprio gli ultimi dei maestri. È stato l’allenatore di un passaggio epocale, il dopo Berlusconi al Milan. Andava in tv nel dopopartita col sorriso, mostrò una straordinaria capacità di conservare equilibrio, disponibilità e ironia. Convinse Donnarumma a restare, Bonucci a lasciare la Juventus. Quando il club diede la panchina della Primavera a Rino Gattuso, annusò subito puzza di bruciato. Come Renzi con Letta, Gattuso disse al suo vecchio amico: stai sereno. Poco dopo, zitto zitto, tomo tomo, al turco napoletano aveva sfilato la panchina da sotto. Avrebbe fatto il bis pure a Napoli con Ancelotti, un altro amico. 

È stato in quel momento che la luce intorno a Montella s’è spenta. Quando sui gps nelle pettorine ha vinto la retorica della maglia sudata. A Siviglia lo mandarono via dopo una serie di nove partite senza vittorie, a Firenze è stato il primo esonero di Rocco Commisso. Lontano dai nostri sguardi è andato a proseguire i suoi studi e la sua ricerca, a inseguire la sua idea di calcio. In Turchia hanno una compagnia aerea che per i suoi spot s’è affidata a Kobe Bryant, a Messi, a Morgan Freeman. Figuriamoci se si spaventano di dare la panchina della nazionale a un Aeroplanino. 

 

Il calcio in Turchia

 

Accade tutto nel momento in cui il calcio turco sta provando a rinnovarsi, come scrive Bruno Bottaro su Ultimo Uomo. Le difficoltà economiche hanno costretto molti club a cambiare, con alcuni risultati promettenti. Ha detto Mario Balotelli che «l’anno scorso ho guardato un paio di partite di Serie A, e le ho paragonate alle partite che facevamo noi in Turchia. Cioè, il livello è quasi più alto lì, son sincero. È un campionato sottovalutato». L’ascesa fino a uno storico scudetto dell’Istanbul Başakşehir (nel 2020) e del Trabzonspor (2022) dice di come la congiuntura economica sfavorevole nel paese abbia colpito soprattutto le tradizionali tre grandi squadre – ragiona Ultimo Uomo – che negli anni scorsi hanno perso campioni stranieri e fatto incetta di debiti. Eppure il Fenerbahçe è caduto nella scorsa Europa League solo agli ottavi di fronte al Siviglia, in Conference il Başakşehir aveva fatto ballare la Fiorentina, il Galatasaray ha passato i preliminari di Champions dopo quattro anni, con una politica di gestione della rosa inusuale per le logiche contemporanee: largo ai veterani di mille battaglie ha scritto Davide Zennari su Calcio da dietro. Dall’eterno Muslera in porta, fino a Icardi e Mertens in attacco. 

È una gestione da biasimare quella del presidente Dursun Özbek e del direttore sportivo Marco Pezzaiuoli, tedesco con un passato nell’Eintracht e nell’Hoffenheim? Poco moderna, poco attuale forse, ma tremendamente efficace per quelli che sono gi obiettivi del Gala, ossia provare a spuntarla nella giungla turca e giocare in Europa. Tanti parametri zero, tanti prestito con diritto, ma campione chiama campione, e osservando la rosa del Galatasaray si avverte la sensazione di essere di fronte al dream team nostalgico e di scommesse da muovere con un joystick sulla vostra console preferita

Ultimo Uomo racconta che il campionato sta riuscendo finalmente ad attrarre nuovi capitali. La SOCAR, azienda petrolifera statale azera, è diventata lo sponsor principale del Galatasaray. Il Trabzonspor ha firmato un contratto di cinque anni per cedere i diritti sul nome dello stadio alla banca online Papara in cambio di 1 miliardo e 400mila lire turche, una cinquantina di milioni di euro. 

Il calcio turco è in una fase di forte trasformazione, molto passa proprio da questa stagione, l’ultima prima della nuova Champions che partirà l’anno prossimo. La riforma potrebbe ulteriormente scavare un solco tra i club e i campionati più potenti d’Europa rispetto agli altri, visti i posti ulteriori riservati al cerchio ristretto dei cinque principali campionati europei, e che almeno all’inizio con ogni probabilità andranno soprattutto alla Premier League inglese e alla Ligue 1 francese. La nuova riforma, però, prevede anche uno, se non due nuovi slot (a seconda dalle eventuali qualificazioni direttamente tramite le coppe in altri campionati), per squadre che si qualificano direttamente ai gironi vincendo il proprio campionato. Raccogliere punti per il ranking UEFA quest’anno, in cui le squadre turche sembrano finalmente messe bene, diventa quindi cruciale per il futuro dell’intero movimento di un Paese di 80 milioni di persone, dalla cultura e passione sportiva evidente, ma ancora lontano da grandi risultati. Come raccontano basket e pallavolo, forse, ormai è questione di tempo.

Classifica del ranking stagionale UEFA stamattina. Terza: l’Olanda. Seconda: la Danimarca. Prima: la Turchia. 

 

La ribellione in una schiacciata. Le conseguenze dell’Europeo di pallavolo per le donne turche

Slalom 4 settembre 2023

 

I rumori della Champions

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FIUUU Lautaro ha salvato l’Inter

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera parla di una lunghissima lezione di basco, lingua incomprensibile e dalle origini misteriose per l’Inter contro la Real Sociedad, in effetti non ci capisce nulla, va subito sotto, si salva, ma l’impressione che sia arrivata in riva all’Atlantico con la puzza sotto al naso da vicecampione d’Europa, resta.  se rimetti in piedi notti così, in fondo è un buon segno. Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-Stadio parla addirittura di una partita fra una squadra e un campione. I cinque cambi di Inzaghi rispetto al derby hanno avuto l’effetto di un calmante, nessuno dei nuovi, a cominciare da Arnautovic, ha dato un contributo a una squadra in seria difficoltà. E in questa rotazione, la seconda rinuncia di fila a Frattesi ha avuto probabilmente il suo peso. In negativo. Ma ancora meno hanno reso i protagonisti del derby. Come Mkhitaryan che si è fatto vedere solo quando ha steso Kubo lanciato a rete e come Barella tramortito nella sua maggiore espressione, il dinamismo“.  

 

  I brutti voti dell’Inter

C’è un quattro e ci sono due quattro e mezzo nelle pagelle di Alessandro Bocci sul Corriere della sera. “Bastoni. Si mette male con il corpo, perde il passo, combina un disastro facendosi soffiare il pallone dal cecchino Mendez. Erroraccio fatale e notte da dimenticare. Asllani Manca tutto, l’attenzione, la personalità, il fisico. Quasi si nasconde. E fa rimpiangere Calhanoglu. Inzaghi decide di sostituirlo dopo un’oretta di niente. Arnautovic: La prima da titolare è una sorpresona. Ma anche una delusione: l’austriaco è lento, impacciato, spesso in fuorigioco, non tiene una palla e alla fine del primo tempo rischia di far segnare Le Normand.

 

Lo strafalcione dal basso

Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio si sofferma nella parte finale del suo commento sull’errore di Bastoni mentre provava a uscire palla al piede dalla propria area di rigore. Ci sarebbe qualcosa da dire anche sull’ostinazione della costruzione dal basso. È il marchio di fabbrica di Inzaghi, la sua squadra è una delle migliori a scansare il pressing nei primi accenni della manovra, ma quando l’aggressività dell’avversario è così feroce, quando sono due o tre a saltare addosso al primo portatore di palla, forse è il caso di non insistere, una palla lunga non è mai un errore, mentre lo sono stati quelli di Dumfries e soprattutto di Bastoni. Nel calcio vanno bene le idee, non le mode

 

  SLURP  La vittoria del Napoli in Portogallo

I cinquantenni e passa ricordano ancora una vecchia radiocronaca di Enrico Ameri da Oporto. Anni Settanta. Il Napoli di Vinicio. Ne aveva viste tante di partite all’estero, eppure nella sera di quella vittoria davanti all’Oceano, al microfono disse che non c’era mai stata una squadra italiana così incantevole in una Coppa. Cinquant’anni più tardi, il Napoli s’è presentato in Portogallo lasciando la bellezza nei filmati su YouTube, in nome di una de-spallettizzazione che Rudi Garcia interpreta così. Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio scrive: Tutto chiaro: gli dei erano vestiti d’azzurro, in riferimento all’autogol finale da tre punti e al palo preso dal Braga all’ultimo assalto. 

Ivan Zazzaroni, direttore del quotidiano, commenta: Nel sospirone di sollievo, così liberatorio, tirato da Garcia al gol di Di Lorenzo, il più classico dei fiuuu di allegriana memoria, c’è tutto il momento del tecnico francese. Un momento arrivato troppo presto, ma che non sorprende. La partita più complicata, per Rudi, è infatti quella contro i pregiudizi e non si gioca esclusivamente sul campo, anche se i risultati sono dirimenti. Attento ai pregiudizi – concluse Francis Jeffrey, leggendario avvocato scozzese -. Sono come ratti, e le menti degli uomini sono come trappole; i pregiudizi entrano facilmente, ma dubito che possano mai uscirne.  La verità è che chiunque fosse arrivato dopo Spalletti, l’allenatore dello scudetto napoletano più atteso di sempre, si sarebbe ritrovato nella stessa situazione. Forse soltanto Antonio Conte, tra i praticabili in estate, avrebbe potuto vincerli, i pregiudizi, agitando lo scudo dei crediti accumulati in carriera. Continuo a rimpiangere Kim, ma tutta la fase difensiva è per ora allarmante

 

SGRUNT Il Kvaratskhelia buio

Fabio Mandarini sul Corriere dello Sport-Stadio scrive: “È spento, cupo, costantemente raddoppiato. Sente il peso di un gol che manca dal 19 marzo e dell’attesa delle giocate da fenomeno a cui ha abituato tutti. Ma la gamba è come l’umore, appesantita: sembrava Ali, farfalla e ape, ma in questo periodo è un po’ al tappeto. Va rigenerato e alleggerito. In fretta

 

 

  BOH Il Real nascosto dietro Bellingham

Carlos Carpio su Marca commenta la vittoria trovata dal Real Madrid nel recupero contro l’Union Berlino grazie a Bellingham, come al solito, si può ormai dire. Scrive Marca: Dal gol della prima giornata a San Mamés, Rodrygo non ha più visto la rete. Un gol in 509 minuti: non sono numeri da attaccante del Real Madrid. Contribuisce sempre al gioco, la sua qualità e la sua dedizione sono fuori dubbio, ma in questa stagione ciò di cui la squadra ha bisogno da lui non è altro che gol, e ancora gol. Per creare gioco e occasioni, ci sono già tanti altri calciatori in rosa. Lui lo sa e per questo sembra frastornato, ossessionato. C’è chi dice che il cambio di sistema lo penalizza, secondo me colpisce di più Vinicius. Sembra che Rodrygo abbia bisogno di una giocata molto brillante per poter segnare, ma questa difficoltà contrasta con una squadra che vive nel segno di Bellingham, il quale nonostante non sia un attaccante naturale, ricorda Raúl per il suo istinto di sapere sempre come farsi trovare esattamente nella posizione giusta. Gli permette di pescare qualsiasi palla sporca. La cosa buona è che Rodrygo ha molta personalità per affrontare la pressione che deriva dalla responsabilità di segnare.

 

  Le consonanti di Provedel

Maurizio Crosetti su Repubblica torna sul gol di Provedel contro l’Atlético Madrid, guardando cognome e origine del numero 1 della Lazio. 

Scrive: Sulla linea di fondo dell’Italia, lassù in alto a est, crescono i portieri consonante, Anzolin, Zoff, Buffon (famiglia paterna di Latisana, Udine), Scuffet, Meret e adesso Provedel, che nell’assonanza provvidenziale ed esistenziale è il più bislacco di tutti. Perché è già a 2 gol nella classifica dei marcatori. Si è bagnato due volte nella stessa acqua del fiume, fisicamente impossibile ma calcisticamente vero. Il portiere che fa gol è un tema classico, ma se ne fa due — il primo con la Juve Stabia all’Ascoli nel 2020 — scivola nell’imponderabile dell’imponderabile, un’anomalia che diventa istinto di libertà

 

  SOB  La caduta del Benfica 

Vitor Serpa su A Bola commenta la sconfitta del Benfica in casa con il Salisburgo con un po’ di fatalismo. Tutto quello che poteva succedere è accaduto, due rigori, un gol e l’espulsione di un giocatore fondamentale della difesa. La cosa più grave è che in questo inizio devastante ci sono stati errori individuali di giocatori che, traumatizzati dalle loro goffe apparizioni, non si sono più ripresi, a cominciare da Trubin, il portiere venuto a sostituire Odysseas Vlachodimos, un numero 1 inspiegabilmente poco amato, nonostante le sue prestazioni abbiano tante volte salvato il Benfica. La verità è che il terrificante primo quarto d’ora ha segnato l’intera storia della partita e ha condannato i campioni portoghesi a una sconfitta pericolosa. Il Benfica, dopo, è stato coraggioso. Si è assunto pienamente i rischi che doveva correre, ha giocato in dieci come se fosse stato in undici. Ma come nella famosa poesia di Camões, anche il Benfica può dire: errori miei, sfortuna. Ogni partita è sempre definita anche dalle leggi del proprio destino.

Poi ci sono le leggi del mercato. La pagina facebook di calcio internazionale Sottoporta scrive: Può non piacere perché dietro ha il sostegno del colosso RedBull, che sta simpatico a pochi eletti. Però il Salisburgo deve essere considerato un vero modello da seguire. Sicuramente è uno dei progetti del calcio moderno meglio riusciti. Sostenibilità, scouting e qualità. Ieri sera la squadra di Struber ha sbancato il campo del Benfica con l’11 titolare più giovane della storia della Champions League. 21 anni e 183 giorni di media. Il più “vecchio” in campo è stato un classe ’96, ovvero il portiere Alexander Schlager. I goal decisivi sono arrivati da un 2003 (Roko Simic) e un 2004 (Oscar Gloukh) ma c’è da considerare che gli austriaci hanno in rosa anche Konaté, Kjaergaard, Sucic, Gourna-Douath, Pavlovic, Dedic e tanti altri calciatori giovanissimi dal sicuro avvenire“.

 

La fatica di Giroud 

Carlos Passerini sul Corriere della sera scrive: Chi non manca né di esperienza né di personalità è Giroud, che però ha un altro problema: l’età. Gli errori di martedì sono l’ennesima conferma del fatto che a 37 anni non può giocare lucidamente 50 partite a stagione. Un vero alter ego in panchina non è arrivato, per questo toccherà a Pioli lavorare bene su chi c’è, Jovic e Okafor, affinché non diventino come Origi e Rebic, inesistenti l’anno scorso.

 

Højlund oppure Kane

Dopo il 4-3 del Bayern al Manchester United, Barney Ronay sul Guardian ragiona di centravanti e paragona il Kane finito in Germania al ragazzino che lo United ha preso dall’Atalanta. Scrive che il Manchester United ritrova le sue speranze nel danese, nonostante l’efficienza di Kane. 

La squadra di Erik ten Hag potrebbe aver trovato un giovane attaccante in grado di risollevarla dal miserabile inizio di stagione. La sconfitta per 4-3 a Monaco non è sembrata una grande delusione. Il Manchester United avrebbe dovuto comprare Kane? Sembra strano che la domanda venga ancora posta, così come le spiegazioni sul perché ciò non sia accaduto. Kane ha 30 anni. La realtà è che lo United avrebbe dovuto ingaggiarlo due o tre anni fa. Kane ha segnato, ovviamente. Sta bene con la maglia del Bayern. Questo è un Kane più minimalista. Højlund possiede ciò che Erik ten Hag desiderava, la capacità di pressare gli avversari negli spazi vicini alla porta. Kane, da solo, non avrebbe mai sistemato questa squadra. L’Højlund United ha almeno un po’ di energia in avanti.

 

BRRR Gli errori di Onana

Il Telegraph è meno ottimista nel suo giudizio sul Manchester. Oliver Brown parte dell’errore di Andre Onana per individuarlo come il sintomo di un malessere. Scrive che Onana è stato portato allo United con il pretesto di essere un passo avanti rispetto a David de Gea, ma dopo sei partite e 14 gol subiti, stanno già emergendo dei parallelismi con il suo predecessore spagnolo.  È anche chiaro che il malessere dello United, il suo scivolamento verso la mediocrità, va oltre le individualità. Gli errori di Onana non sono che un sintomo del collasso del sistema. La preoccupazione è che lo United non sembra più essere un luogo nel quale migliorano le capacità di un giocatore. Al contrario, ormai è un club dove anche i frutti più ricchi appassiscono sulla pianta. Onana è stato un portiere all’altezza di questo livello con Ajax e Inter, raggiungendo una finale di Champions League solo tre mesi fa. Sembrava valere ogni centesimo dei 47,2 milioni di sterline spesi. Eppure, dopo poche settimane allo United, si ritrova dipinto come una calamità ambulante. Entrare all’Old Trafford era una volta un privilegio raro. Oggi sembra invece di entrare nel Triangolo delle Bermuda del talento.

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