L’unica volta che Pablo Neruda entrò in uno stadio

 

Quando Pablo Neruda mise piede per la prima e ultima volta in vita sua dentro uno stadio, non c’erano partite di calcio ma discorsi. Era un giorno di dicembre del 1972, a un anno dal premio Nobel ricevuto in Svezia, il Cile rendeva omaggio al suo poeta con il generale Carlos Prats, vicepresidente della Repubblica. Salvador Allende era in viaggio all’estero. Di quel pomeriggio esistono alcune immagini recuperate da archivi all’estero e rimpatriati dalla cineteca nazionale del Cile, dove si può vedere l’arrivo di Neruda con la moglie Matilde, cortei di soldati, operai e bambini. È stata l’ultima sua apparizione pubblica, in un luogo simbolo di molte cose. 

Dieci anni prima all’Estadio Nacional di Ñuñoa, nella provincia di Santiago, erano passati addirittura i Mondiali, sei partite, tre del Cile, compresa una famosa contro l’Italia, finita in una rissa. Quell’Estadio sarebbe diventato un campo di concentramento nel giro di pochissimo, con la presa del potere da parte di Pinochet l’11 settembre del 73, il golpe militare che costò la vita a Salvador Allende e la libertà a un popolo. Neruda sarebbe morto a sua volta dodici giorni più tardi, e presto come racconta Remo Rapino nel suo Valdès [edizioni Tetra] “i prati verdi dei campi di calcio soffrivano le frenate arroganti delle camionette, l’erba ingialliva, gli spalti si riempivano di uomini giovani e vecchi, di donne spaurite, tutti guardati in cagnesco da occhi cattivi, i volti graffiati da unghie sudicie, gli spogliatoi, le stanze dell’Estadio Nacional mutarono in luoghi di tortura, maleodoranti depositi di cuori innocenti”. 

Fu deportato e trattenuto lì pure Manuel Araya, l’autista del poeta, uno degli uomini convinti del suo omicidio, sostenitore della tesi di un’iniezione letale avvenuta durante il ricovero nell’ospedale di Santiago. Pinochet l’avrebbe ordinata a un suo sicario, un agente segreto della CIA collegato agli ambienti del neofascismo, Michael Townley. Il generale voleva evitare che il poeta diventasse un simbolo, un leader dell’opposizione all’estero. Araya ha raccontato che le condizioni di Neruda peggiorarono dopo questa puntura. Dieci anni fa, il giudice Carroza ordinò di rintracciare e identificare il presunto killer. All’epoca viveva negli Stati Uniti con un falso nome, sotto il programma di protezione testimoni dell’FBI. 

 

Quando Pablo Neruda mise piede per la prima e ultima volta in vita sua dentro uno stadio, al posto del boato per un gol, in mezzo a tanti discorsi si sentì pure il suo. Cari connazionali, disse, attaccò così, cari connazionali, prima di raccontare dei suoi ultimi viaggi. L’Europa gli era parsa «una costruzione contraddittoria», dove «la Francia tra tutte le nazioni mi ha accolto con la sua eterna lezione di ragione e di bellezza». Disse che la medaglia ricevuta in Svezia apparteneva a tutti, «perché la mia poesia è proprietà del mio paese».

Disse di sentire dentro di sé una confusione, «mi sembra di non essere mai partito da qui, di non essere mai stato via, mi sembra che non mi sia mai successo niente da nessuna parte, tranne che qui, su questa terra. Le mie gioie e i miei dolori vengono da qui oppure sono rimasti qui. Oppure il vento della campagna, il vino della campagna, la lotta e il sogno della campagna, hanno raggiunto il mio posto di lavoro a Parigi e lì mi hanno circondato notte e giorno, più belli delle cattedrali, più alti della Tour Eiffel, più abbondanti delle acque della Senna. In due parole: eccomi tornato senza aver mai lasciato il Cile. Ci sono persone che restano e persone che se ne vanno. C’è chi se ne va perché ha un amore lontano, oppure perché gli piace una strada, una biblioteca, un laboratorio, un altro luogo della terra. Non li disapprovo. Ci sono altri che hanno sentito che le loro tasche erano in pericolo, hanno creduto in un terremoto per i loro conti bancari e se ne sono andati. Non li disapprovo. Ma per un motivo o per l’altro, io sono un triste esule». 

Così raccontò di Mosca, della parata militare a cui aveva assistito, e di certi «enormi proiettili intercontinentali. Avrei quasi potuto toccare con mano quegli immensi sigari, dall’aspetto bonario, capaci di portare la distruzione atomica in qualsiasi punto del pianeta». Raccontò della Finlandia, dove aveva comprato un dente di narvalo e della nave presa a Göteborg, in Svezia, per rientrare in America. Desiderava arrivare a Valparaíso, dove ricevette il benvenuto del romanziere Simonov. Una volta a Isla Negra una ragazza lo fermò, fermò lui e Matilde per dir loro: «Sono incinta». Non sapeva chi fosse il padre del bambino, non lo avrebbe mai scoperto e neppure le importava. Voleva che Matilde e don Pablo fossero i padrini del bambino. 

«Ma non è stato possibile farlo. Non abbiamo potuto. La chiesa più vicina – raccontò Neruda dentro lo stadio – è a El Tabo, una cittadina dove andiamo a far benzina. Il prete era ispido come un porcospino. Un padrino comunista? Mai. Neruda non entrerà da quella porta, nemmeno se porta un bimno in braccio. La ragazza se ne tornò a far servizi in casa, a testa bassa. Io non l’ho mai capito».

E dentro l’Estadio Nacional raccontò pure di don Asterio, un vecchio orologiaio di Valparaíso. «costruisce tutti i cronometri della Marina», con la moglie in fin di vita, la sua compagna di cinquant’anni di matrimonio. Don Pablo pensò di scrivere un’ode funebre, «qualcosa che lo consolasse in una così grande afflizione. Avrebbe potuto leggerla alla moglie morente oppure pubblicarla sul giornale locale». Quel giornale locale era diretto da un certo signor Pascal, un prete, e non volle mandarla in stampa.

«Voglio vivere in un mondo senza scomuniche» disse allora Neruda. «Voglio vivere in un mondo in cui gli esseri siano solo umani, senza più titoli, senza fare i conti con una regola, una parola, un’etichetta. Voglio poter entrare in tutte le chiese, in tutte le tipografie. Voglio che non aspettino mai più nessuno davanti alla porta dell’ufficio del sindaco per arrestarlo ed espellerlo da un paese. Voglio che tutti entrino ed escano sorridenti dal Palazzo Comunale. Non voglio che nessuno scappi, né che nessuno venga inseguito. Voglio che la stragrande maggioranza, l’unica maggioranza, tutti, possano parlare, leggere, ascoltare. Lotto per la bontà onnipresente, estesa, inesauribile. Dai tanti incontri tra la mia poesia e la polizia, nasce la mia fiducia assoluta nel destino umano, una convinzione sempre più consapevole che ci avviciniamo a una grande tenerezza. Scrivo sapendo che sopra le nostre teste, sopra tutte le teste, c’è il pericolo della bomba, della catastrofe nucleare che non lascerebbe niente e nessuno sulla terra. Ebbene, questo non cambia la mia speranza. In questo momento critico, in questo guizzo di agonia, sappiamo che la luce definitiva entrerà dagli occhi socchiusi. Ci capiremo tutti. Progrediremo insieme. E questa speranza è irrevocabile».

In quello stesso stadio, poco meno di un anno dopo, sarebbe stata giocata la partita più farsesca nella storia del calcio, un famoso Cile-URSS senza l’URSS, qualificazione ai Mondiali, undici contro nessuno, con un gol a porta vuota. 

Quando adesso tocca a Valparaíso ospitare le partite della Nazionale cilena – quando là si è giocata la Coppa America – arrivano tifosi da Ecuador e Bolivia, da Perù e Venezuela, senza mancare una visita a Casa Neruda. Si presentano con le maglie della propria squadra e scoprono che non esistono informazioni certe sull’interesse di don Pablo per il calcio. Qualcuno dice che fosse tifoso del Club Magallanes, più per fare un favore al suo amico Diego Muñoz, che ne era stato presidente. Felipe Campbell, uno dei portavoce nel tempo della società, lo ha confermato a El Universal. Neruda era tifoso. Ma non ce n’è traccia. Si sa invece del suo aiuto a una delle glorie del calcio cileno. Nel 1938 il poeta aveva l’incarico di commissario governativo e avrebbe gestito il viaggio in Cile degli esuli repubblicani della guerra civile spagnola. Tra le duemila persone a bordo della nave Winnipeg, c’era Paco Molina, all’epoca un bimbo di 9 anni, destinato a essere naturalizzato e a diventare il capocannoniere della Copa América del 1953.

Ma c’è del calcio nel Neruda visto al cinema con Massimo Troisi nel Postino e nel romanzo Ardente paciencia di Antonio Skármeta che ha ispirato il film. Insomma, succede che Mario Jimenez viene nominato postino del villaggio di Isla Negra, dove abita una sola persona che riceve corrispondenza, don Pablo, così nasce quel misterioso rapporto di complicità e amicizia. Le prime lezioni di metafore incrociano proprio il pallone, nella partita a biliardino che il postino gioca con la figlia della locandiera. 

“Mesto – scrive Skármeta – il postino levò lo sguardo dalla palla agli occhi della nuova avversaria, e, benché di  fronte all’Oceano Pacifico si fosse definito inetto in fatto di comparazioni e metafore, si disse con rabbia che il gioco proposto  da quella pallida  ragazza di paese sarebbe stato: più triste che ballare con la propria sorella; più noioso di una domenica senza calcio; divertente come una corsa di lumache”.

Così pure Neruda veniva iscritto alla più grande tribù che esiste sulla faccia della terra. Proprio come quella coppia di Isla Negra citata nel discorso allo stadio, Mario e sua moglie nel romanzo e nel film vorranno don Pablo come padrino del loro bimbo. In un mondo senza scomuniche.

 

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