Lei l’ha detto così. «Potevo sedermi sul divano o potevo lavorare sodo. Ho fatto la seconda». L’anno più difficile per il cuore di Lotte Kopecky è diventato il più felice per le sue gambe, il suo fiato, il suo corpo, fino a vincere tre maglie iridate in una settimana: eliminazione e corsa a punti su pista, corsa in linea su strada. Poteva sedersi su un divano quando ha perso Seppe a metà marzo, ventinove anni, il fratellone che l’aveva spinta a lasciar perdere il calcio, la ginnastica, il basket, tutti gli sport provati da ragazzina, per salire in bici e andare, pedalare, rincorrerlo. Voleva essere come lui. Ora che lui non c’è più dice che «ho trovato un equilibrio tra l’allenamento e la vita giù dalla bici. Prima ero bicicletta, bicicletta e ancora bicicletta. Ora voglio vincere ma voglio sentirmi bene anche senza una corsa. E ci sono riuscita».
Il Belgio non vinceva i Mondiali dal 73 con Nicole Vandenbroeck e non aveva una stella così dominante dai tempi di Yvonne Reynders, quattro volte iridata fra il 59 e il 66.
«L’ho incontrata diverse volte. Una donna dolcissima. È vero che il ciclismo femminile non è stato molto importante in Belgio negli ultimi anni. Ma stiamo facendo progressi» ha detto al giornale fiammingo Het Nieuwsblad, fonte di queste righe.
mappe COSA SI MUOVE IN BELGIO ► Nina Derwael sta portando le ragazzine in palestra a far ginnastica, così come Kim Clijsters e Justine Henin le spinsero a prendere una racchetta in mano. Adesso hanno un modello in più, hanno Lotte Kopecky che le invita a prendere la bici, il giocattolo dei maschi. Negli ultimi tre anni, Cycling Vlaanderen ha registrato un costante aumento di ragazze che hanno ottenuto la licenza per correre: erano 370 nel 2020, 438 nel 2021, 452 nel 2022, fino allo scorso aprile 407 nel 2023, ma in genere il numero aumenta d’estate, il record sarà battuto. Il ciclismo femminile è in televisione dal 2018 e ci sono sempre più gare organizzate per le donne.
Per vincere i Mondiali, Lotte non si è allenata in quota. Quando il Giro del Belgio è stato cancellato, se n’è andata a correre qualche gara juniores con gli uomini, sapendo di trovare un percorso con molte curve, come a Glasgow. Il suo team leader Danny Stam era certo che una volta eleborato il lutto, una volta tornata la pace, avrebbe rotto gli argini. Lotte chiama la bicicletta la sua salvezza, la sua temporanea fuga dal mondo.
orizzonti LA SUA INFANZIA ► Aveva due anni quando la misero su una bici con le rotelline. Se le fece smontare. Voleva provare da sola, senza, dietro il fratello, aveva uno di quei vecchi modelli con le gomme grosse. Del resto in palestra si sollevava a tre anni alla sbarra, a basket volevano mandarla con gli agonisti, perfino con gli sci se la cavava bene. Nonno Francis era l’autista che la portava di qua e di là, in giro per il Belgio, dovunque ci fosse una gara. Lotte lasciava i suoi 24 criceti a casa, e via.
Un anno fa il secondo posto a Wollongong le aveva lasciato dei rimpianti. Le rimproverarono una strategia troppo prudente, aveva corso troppo passiva. Stavolta a 5 km dal traguardo ha fatto lo scatto decisivo. Su Scott Street ha mollato la compagna di fuga, Cecilie Uttrup Ludwig, e con un anno di ritardo è andata a prendersi la maglia. Da sola sul traguardo come all’Omloop Het Nieuwsblad, al Fiandre, alla Nokere Koerse. È stata a lungo poco più di una velocista, oggi è “la variante femminile di Wout van Aert: può vincere dappertutto, tranne che in alta montagna” dice l’Het. È già la miglior ciclista belga di sempre, qualunque cosa combini nel resto della carriera. Ha messo per sei giorni la maglia gialla al Tour, è tornata a casa con la maglia verde della classifica punti. “Per molto tempo Kopecky è stata il tipo che si sentiva più a suo agio nell’ombra”.
È una stella internazionale. “La nuova regina del ciclismo” per gli spagnoli di As. Marca ha scritto che solo Vollering ha gambe per risponderle.
Giovanni Battistuzzi sul Foglio ricorda quando aveva pensato di smettere, “sì che ci aveva pensato, aveva quasi preso la decisione. Quasi. Perché aveva sentito subito un malessere che le stringeva il petto a dire “ora basta, ora è finita”. Un malessere diverso dagli altri malesseri. Differente dal malumore. È bastato un giorno senza bicicletta per capire cos’era. Mancanza. Non poteva continuare senza. È tornata a pedalare spinta dalla rabbia. Lotte Kopecky s’è ritrovata stesa nel baratro, ha visto tanto di quello che aveva attorno infrangersi. S’è guardata attorno in un buio fittissimo, rischiarato soltanto da un fascio flebile di luce. Il solito, quello di sempre, ma che nel tempo s’era disabituata a vedere come tale. Si è rimessa in sella togliendosi di dosso la missione del vincere, di portare sulle spalle e sulla maglia un intero paese. E fregandosene di tutto questo si è ritrovata vincente, soprattutto serena. Senza ansie, felice di pedalare”.
Filippo Cauz su Bidon Magazine ha scritto che con Lotte Kopecky “il ciclismo e la vita si sono fusi, compenetrati nella loro drammaticità, ma anche dati cambi regolari, spinti a vicenda fino a un traguardo, a un abbraccio, a un sorriso. Continuando a guardarsi indietro, che non si sa mai cos’altro possa accadere, ma anche alzando al cielo occhi pieni di lacrime”.
Le hanno chiesto quando finalmente potremo vederla su strada dentro la maglia arcobaleno. Eh, chi lo sa, ha risposto, bella domanda. «Devo prima andare a un matrimonio in Inghilterra e poi prendermi una settimana di riposo. Credo di essere iscritta a Plouay il 3 settembre. Almeno per ora».
La bici non è più tutto. Per questo adesso è magnifica.
LEGGI ANCHE Aspetti De Bruyne e arriva Emma Meesseman
Storia delle donne del Belgio fino al titolo europeo di basket
Aspettavamo De Bruyne, aspettavamo gli uomini, e adesso arriva Emma Meesseman, la stella delle stelle della pallacanestro femminile del Belgio, per la prima volta oro europeo. Le ragazze del Belgio han quel passo di pianura che è bello da incontrare, impossibile da contrastare, se ne sono accorte prima la Francia e poi la Spagna, due potenze dei canestri, soppiantate da questo vento nuovo che soffia dalle Fiandre e dalla Vallonia, dove ogni squadra nazionale deve fare i conti con due popoli e due lingue mescolate dentro un solo confine.
Emma Meesseman, ormai 30 anni, è la punta del movimento, giunta nell’età della maturità dove Lukaku non s’è mai spinto.
➔ CONTINUA QUI – Slalom 27 giugno
SCUSATE IL RITARDO
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Un bilancio dei Mondiali azzurri in 60 parole
“Il ciclismo italiano è Filippo Ganna da Verbania. Senza il formidabile contributo del piemontese al quartetto della pista, senza la sua straordinaria rimonta vincente nell’inseguimento individuale su Bigham e senza il secondo posto nella sfida con Remco Evenepoel nella cronometro, avremmo toccato il fondo del medagliere per nazioni. Applaudito San Filippo Nostro, tocca riflettere sul resto della nutritissima spedizione azzurra”. [Marco Bonarrigo, Corriere della sera]
ULTIMI Beati i gregari, perché di essi sono gli Champs-Élysées
“Il confine dei corridori del Tour è un confine di sopportazione psicofisica oltrepassato da ognuno di essi in un punto inconosciuto a priori, una soglia invisibile piazzata in uno qualsiasi degli oltre 3400 chilometri di gara oltre la quale il concetto di stanchezza assume sfumature inimmaginabili per noi. Per questo il giorno dei Campi Elisi è per tutti loro traguardo mitologico, Parigi il regno fiorito dove approdano anima e corpo al termine delle tre settimane più estenuanti dell’anno. Non ce n’è uno tra i centocinquanta arrivati stasera nella Ville Lumière che non sia fiero del risultato ottenuto. Certamente lo è Micheal Mørkøv della Soudal, la lanterne rouge dell’edizione 2023, che ha accumulato gran parte delle sue oltre sei ore di ritardo da Vingegaard salvando ogni volta che ha potuto il claudicante Fabio Jakobsen dalla mannaia del tempo massimo: beati i misericordiosi. Al 141° posto troviamo Elmar Reinders della Jayco, che fino a pochi anni fa era impiegato in un negozio di biciclette ad Assen: vendeva pezzi di ricambio, faceva riparazioni e preparava il caffè. Ancora a inizio 2022 correva in una squadra Continental, il terzo livello del ciclismo professionistico, poi ha vinto cinque corse in poco tempo e Groenewegen l’ha voluto con sé: oggi, a 31 anni e mezzo, ha portato a termine il suo primo Tour de France, lavorando nell’ombra per il suo velocista”.
di leonardo piccione, Bidon Magazine