
Prendiamo Rosalind Franklin. È a lei che dobbiamo la prova decisiva della struttura a doppia elica del DNA, eppure James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins presero il Nobel senza riconoscerlo. Oppure Lise Meitner, la scienziata che contribuì in maniera decisiva alla scoperta della fissione nucleare. Era ufficialmente una ospite non pagata nel gruppo di lavoro, Otto Hahn non le cedette neppure un pezzetto di premio. È una veloce ricognizione di quello che nelle scienze chiamano Effetto Matilda: i risultati di una donna vengono attribuiti a un uomo. Tempo fa Zanichelli dedicò un intervento a questo fenomeno, fonte di queste righe. L’Effetto Matilda si chiama così perché la riflessione nacque da Matilda Joslyn Gage, femminista, americana, ottocentesca. Pubblicò un saggio dal titolo Woman as Inventor in cui denunciava l’atteggiamento maschilista. Fu un articolo della storica della scienza Margaret Rossiter a inventare il termine.
“Un’analisi di oltre mille articoli scientifici pubblicati tra il 1991 e il 2005 in alcune riviste scientifiche – raccontava dunque Marco Boscolo per Zanichelli – ha dimostrato che gli articoli firmati da donne hanno ricevuto meno citazioni di analoghi lavori firmati da uomini. Secondo le autrici Silvia Knobloch-Westerwick e Carroll J. Glynn si tratta delle conseguenze dell’effetto Matilda in cui il pregiudizio nei confronti delle capacità delle donne influenza il giudizio che viene dato ai loro risultati scientifici”. Robert K. Merton nel 68 lo aveva chiamato invece effetto San Matteo, dal versetto del vangelo: «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha».
Nessuno però in queste ore si sogna di applicare l’Effetto Matilde alle Matildas, la nazionale di calcio australiana, arrivata in semifinale ai Mondiali di calcio. È merito loro, punto e basta, se la tv del paese ha fatto segnare un nuovo record d’ascolto, cancellando il primato dell’oro olimpico di Cathy Freeman a Sydney. È merito loro se adesso l’Australia sta considerando di presentare la propria co-candidatura a ospitare i Mondiali maschili.
Nella newsletter Full Time legata a The Athletic, Emily Olsen parla di “energia palpabile” che si deve alle Matildas. Chris Minns, premier del New South Wales, capo del governo della regione, ha annunciato che la partita dell’Australia contro l’Inghilterra sarà trasmessa sui maxi-schermi dei due stadi più grandi del territorio. “Non sembra un’iperbole inverosimile dire che l’intero paese sta guardando. Le maglie delle giocatrici e persino le fasce per i capelli sono diventate dei beni preziosi”, si legge in Full Time, mentre sulla rivista online Tamarra Griffin aveva così descritto l’attimo decisivo dei quarti di finale: “Il suono fragoroso e sconvolgente di quasi 50.000 spettatori al Suncorp Stadium di Brisbane è stato sentito tanto alla bocca dello stomaco quanto nelle parti dei timpani che nemmeno i cotton fioc riuscirebbero a raggiungere”.
Jonathan Liew, prima firma calcistica del Guardian, scrive che le inglesi campionesse d’Europa ricoprono il ruolo delle cattive in questa storia, perché tutto soffia dentro le vele dell’Australia, nel desiderio di vedere le Matildas vincere dentro la cornice di un Mondiale giocato in un’atmosfera indimenticabile. Liew ricorda che c’è stato un momento in cui nessuno si prendeva la briga di contare il numero di spettatori alle partite della nazionale, forse erano un paio di migliaia di persone, “nessuno lo sa per certo perché, dopotutto, a chi importava davvero?”, a chi importava di una squadra marginale in uno sport marginale. I negozi non esaurivano le repliche delle maglie delle Matildas perché non esistevano le repliche delle maglie delle Matildas. Non veniva dichiarata festa nazionale se l’Australia vinceva. Le calciatrici facevano tutte un secondo lavoro per arrotondare. Caitlin Foord guidava un Uber in giro per Wollongong, Katrina Gorry dava una mano in una scuola, Alanna Kennedy lavorava in un Pizza Hut. Adesso siamo qui, di fronte a un paese che cancella spettacoli teatrali e partite di football per non sovrapporsi alla semifinale. La squadra di basket maschile ha riprogrammato un’amichevole internazionale contro il Brasile per guardarla in tv.
“Come siamo arrivati a questo punto – scrive Liew – è una domanda con una risposta lunga e una breve. La risposta breve è che in poche settimane le Matildas hanno riscritto il loro irresistibile arco narrativo, arrivando sull’orlo di un’umiliante eliminazione dalla fase a gironi prima un catartico 4-0 contro il Canada. La vittoria ai rigori contro la Francia di sabato sera ha tenuto in tensione intere piazze e aerei della Qantas. Una stazione radio che commentava in diretta la partita di football australiano tra Carlton e Melbourne ha finito per ignorare il loro gioco e commentare cosa succedeva sullo schermo a Sydney. Gli australiani non amano nient’altro che una squadra australiana vincente, in qualsiasi sport. Ma sembrano amare soprattutto questa squadra, amare il coraggio e l’impegno che queste donne mettono sotto la massima pressione, amanoil modo in cui non mancano mai di esprimere le proprie opinioni”.
I politici sono tutti arrampicati alle Matildas. L’ex vice primo ministro Barnaby Joyce ha postato su Facebook una sua foto mentre guardava la partita della Francia al pub. Lo hanno scoperto. Lo schermo mostrava una partita diversa. Gli spettatori dei quarti di finale, fa sapere Liew agli inglesi, sono stati più di quelli che hanno assistito al funerale della regina l’anno scorso. La partita con l’Inghilterra supererà certamente il record.
12
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
La Spagna celebra la sua squadra, per la prima volta in finale ai Mondiali con “ragazze non vogliono più solo essere Alexia” scrive Sara Giménez su El Pais. “Qualche mese fa era impensabile. Ora ci stiamo abituando al fatto che la Spagna ha fatto la storia. Tra qualche mese saremo molto più consapevoli di cosa significhi. Fare la storia significa che ragazze e ragazzi ricorderanno il gol di Salma Paralluelo contro l’Olanda, dov’erano quel giorno a guardare la partita, alle cinque del mattino o quando si sono svegliati, ricorderanno come l’hanno festeggiato, come Salma, correndo senza un posto dove andare, euforica. Fare la storia significa vedere di nuovo in campo il Pallone d’Oro, anche senza esserci al 100%, c’è sempre. È godersi il solfeggio di Aitana, lei che scandisce il ritmo. Le lacrime di Jenni e Alexia abbracciate in panchina dopo i quarti. Il torneo che sta giocando Tere Abelleira, migliore centrocampista del Mondiale. La solidità di Irene Paredes nella retroguardia. Fare la storia è sentirsi e dimostrarsi superiore in semifinale a una squadra che non avevamo mai battuto”.
El Mundo dedica con Inma Lidòn un ritratto a Olga Carmona, l’autrice del gol decisivo. “La giocatrice che ha fatto la storia della Nazionale ha dovuto trascorrere i suoi pomeriggi accompagnando i fratelli agli allenamenti. Lei doveva andare al corso di flamenco, casomai se voleva proprior fare sport: a nuotare”. La sivigliana si è tolta la spina di aver saltato il Mondiale Under 20 a causa della pandemia, nello stesso anno in cui ha firmato per il Real Madrid: sottolinea El Mundo, spiegando che il suo gol è nato dal suo tiro preferito, da quando aveva 17 anni. Dopo – ha rispettato un rito: baciarsi il polso. Lì ha tatuato una piccola immagine di una madre e una figlia che si abbracciano formando il simbolo dell’infinito. Sua madre ne ha uno uguale e lo bacio insieme a lei. Anche se un tempo non voleva che Olga giocasse a pallone.
El Pais sottolinea allora che “questa è la vittoria di tante persone, di un’intera generazione. È il trionfo di tante ragazze che sognavano un giorno di essere dove sono adesso, che non penseranno mai più di non potercela fare. Perché questo non è più un sogno, è una realtà. Qualunque cosa accada domenica, questa squadra e queste giocatrici, quelle che ci sono e quelle che non ci sono, hanno fatto la storia e la storia durerà per sempre. Manca il meglio”.
Lucia Taboada su As parla di sentimento di appartenenza.
“Durante la ricreazione nella mia scuola i maschi giocavano – racconta – e noi guardavamo da alcuni scalini di cemento. Ci tiravamo un po’ su le gonne e si chiacchierava animatamente, con la merenda ai nostri piedi. Loro poi salivano in classe sudati, puzzavano di pubertà, noi assistevamo a questo fetido spettacolo, questo scambio di deodoranti e asciugamani. Il calcio apparteneva a loro. C’erano i loro calzettoni e i loro pantaloncini sotto gli alberi di Natale. I loro allenamenti nel parco, le loro feste, le loro botte davanti ai garage. Il loro gioco. Il loro pallone e le loro regole. Ora penso a quanto sono fortunati quei bambini e quelle bambine che raccolgono un pallone da calcio e non si sentono più come se fossero in un territorio sconosciuto”.
in tv oggi ore 12 Rai Sport: Australia-Inghilterra
EUROGOL
L’edicola del pallone
Neymar all’Al-Hilal adesso è ufficiale. Contratto di due anni, 100 milioni a lui, 90 al PSG. Una cessione che segna una rottura nella fabula dei sauditi predatori. L’Équipe scrive che il PSG finalmente ha imparato anche come si vende. Ancora più estremo il giornale cittadino, Le Parisien quando sottolinea che “l’acquisto più costoso della storia ha portato alla più ricca cessione mai vista. In un altro momento e in un altro club, con un altro giocatore, si tratterebbe di un aneddoto trascurabile. Nel contesto attuale del PSG, la partenza di Neymar ha tutta l’aria della rapina del secolo”. Fatta da Parigi, intendono.
Neymar arrivò con la famosa spesa di 222 milioni nel 2017, soldi che il Barcellona gettò dalla finestra e che ora il PSG recupera quasi per metà, “una somma monumentale e inaspettata”, fa notare Le Parisien per un calciatore che ha saltato più di 120 partite per un infortunio e che torna dopo una nuova operazione alla caviglia destra. Non gioca una partita ufficiale dal 19 febbraio, “un investimento colossale e dal risultato incerto”.
L’Équipe ha un inviato a Riad che racconta così il nuovo mondo di Neymar, un centro sportivo nel quale lavorano operai del Bangladesh “in un forte odore di alcool denaturato, ripuliscono tutto e attaccano nuovi adesivi con i colori del club, il cui motto è Proud to be blue. Tra seghe, martelli e trapani, altri operai sono impegnati nello spogliatoio, dove sono stati montate nuove panche, armadietti con codice di sicurezza, lampadari, una vasca idromassaggio”.
La cerimonia di presentazione al pubblico è prevista prima della partita di campionato contro l’Al-Feiha, stadio King-Fahd, 67.000 posti. L’Al-Hilal è la squadra che ha già preso Koulibaly, Milinkovic-Savic, Ruben Neves e Malcom.
35
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
“Gli dèi erano greci” titola in prima pagina L’Équipe per raccontare lo sgomento dell’eliminazione del Marsiglia dalla Champions, al penultimo turno preliminare, ai rigori, contro il Panathinaikos. Due gol di Aubameyang avevano ribaltato lo 0-1 dell’andata, due volte è entrata in azione la Vart e Mathieu Gregoire parla di incubo: prima per una mano troppo lontana dal corpo di Guendouzi in area, sul calcio d’angolo disperato dell’ultima occasione, 95esimo minuto, rigore di Ioannidis e tutti ai supplementari; poi per un gol cancellato a Vitinha al 110′ “per un minuscolo fuorigioco di Sarr”. Ai rigori l’errore di Mattéo Guendouzi è bastato per eliminare l’Olympique. “Ci sarebbero tante altre piccole o grandi scene da raccontare – si legge – per spiegare questa serata irrazionale e bollente, per descrivere il coraggio dei marsigliesi che non meritavano i fischi del pubblico disgustato dall’epilogo”. L’Équipe parla di arbitraggio del doppio confronto che lascia l’amaro in bocca.
LA PARTWEET
“Alberto Brignoli – sì, l’eroe di Benevento-Milan – ha un’altra grande notte da raccontare ai nipotini: da portiere del Panathinaikos para un rigore a Guendouzi e porta il Pana all’ultimo play-off di Champions, eliminando il Marsiglia in un Vélodrome mai così silenzioso” | Giuseppe Pastore