Carlo Mazzone lo chiamava un calcio di conseguenza.
«Mi spiego: il grande cuoco dà il meglio di sé preparando il grande piatto con quello che ha. Se avevo gente che sapeva giocare, giocavamo. Se avevo gente di corsa, si correva».
Il calcio di conseguenza mise per la prima volta Ascoli sulla mappa del calcio, con la promozione in B del 72, quella in A due anni dopo. Quarant’anni di provincia, fino al giorno in cui gli diedero finalmente la panchina della Roma, la sua Roma. Disse: «M’avete dato una Formula 1, sì: ma con le ruote sgonfie». Se gli parlavano di derby di fuoco con la Lazio, rispondeva che non avevano idea di cosa fossero quelli con la Sambenedettese. In effetti una volta ci fu un morto in campo, per una ginocchiata su una mascella di Roberto Strulli, ne ha scritto Walter Veltroni sul Corriere della sera qualche mese fa. Mazzone era là. Ma poi a dispetto dei famosi derby di brace, ha dato lo scudetto alla Lazio, da allenatore del Perugia, quando nel 2000 batté la Juventus sotto la pioggia. «Ce voleva un romanista pe’ favve vince no scudetto», disse con l’aria sua. Allora gli chiesero per provocarlo: e lei che ha vinto mai? «Il cuore della gente» rispose, e palla al centro.
Ha dato al calcio italiano una delle foto più viste, lui che corre sotto la curva dell’Atalanta, per prendersela con gli ultrà. Andò da Collina e disse: buttami fuori, me lo merito. Quando rientrò nello spogliatoi, fu preso non da un rimorso, ma da un dubbio. Chiamò a casa: «Che c’avemo parenti a Bergamo?».
Ha messo insieme una pila alta così di frasi da ricordare.
«Ero un ragazzo, mi chiamò il presidente della Roma, Anacleto Gianni. Carlo devi andare a giocare a Ascoli, ti servirà per crescere, poi torni alla Roma. Non sapevo neanche dov’era Ascoli. Attraversai Piazza del Popolo, rimasi colpito dalla sua bellezza e tra me e me dissi: Ao’, ma qui è bello come a Roma”- La mia maestra è stata la sfortuna che ha mi troncato la carriera di calciatore dell’Ascoli facendomi fratturare la tibia e cambiare mestiere restando nel mondo che amavo. Il male fisico mi ha insegnato tanto, da uomo e da calciatore. Ma la mia fortuna fu Rozzi, il presidente bravo, serio, intelligente e buono che fermò la mia disperazione dicendo: “Carlo, non ti preoccupare, guarito o no starai sempre con me”, e mi dette la guida della squadra in Serie C, con piena responsabilità, “Fai tu”, e io feci C,B,A, che bella avventura, che soddisfazione…”»
Ascoli era la città di Carlo Vittori, l’uomo che seguì, curò, allevò Pietro Mennea con una mollichina dietro l’altra, un altro maestro. Erano gli anni in cui a Carmelo Bene piaceva parlare di pallone in tv con Costantino Rozzi. Mazzone ha lanciato Antognoni. Ha lanciato Totti. Ha allenato Francescoli. Ha fatto giocare a Brescia Pirlo, Baggio e Guardiola. Era in casa, pochi giorni prima della finale di Champions 2009 tra Barcellona e Manchester United. «Nonno, corri c’è Guardiola al telefono», gli dice suo nipote. «Chi è?» fa lui. «Mister, sono Pep». «Sì, e io Garibaldi», risponde. Invece era davvero Pep, lo invitava alla finale di Roma. E poi una Coppa dei Campioni gliel’ha dedicata. Mazzone ha interpretato sé stesso in L’allenatore nel Pallone 2 e «sono sempre stato un cane sciolto» ha detto per svelarsi.
| Ma Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dice che “nel parlare di Carlo Mazzone si rischia che il folclore esondi, che i “magara” e le altre battute in romanesco prevalgano sulla sostanza. Che si dimentichi quanto sia stato grande Mazzone come allenatore, al di là dei trofei, pochi, e delle promozioni e delle salvezze, tante, il pane quotidiano di un tecnico che ha lavorato per lo più al Centro-Sud, senza mai incuriosire una delle tre grandi del Nord. Troppo romano e ascolano-centrico, troppo verace per sedere su una panchina di San Siro o dell’allora Comunale di Torino, ma bravo, innovativo, futurista”.
Trasteverino, padre meccanico, appassionato di motori. Scoprì al bar che suo figlio aveva debuttato da calciatore in serie A. Piero Mei sul Messaggero lo chiama “un calcio stradarolo, forse radicato all’oratorio, ma bello da vedere, coinvolgente fino ad arrivare al cuore che tu fossi in campo o in tribuna, sul velluto di quella d’onore o in piedi in cima a una curva, da dove la partita ti può apparire un subbuteo ma la partecipazione è gigantesca e sanguigna”. Romolo Buffoni, ancora sul Messaggero, ricostruisce la mappa della sua Roma. “Per sfuggire dal caos cittadino, Mazzone imboccava via Appia direzione Castelli per andare a mangiare a Il Castagnone, tra Nemi e Genzano. Locale chiuso definitivamente un anno fa. Quando il palato di Carletto aveva voglia di pesce, la direzione era “Da Pisicchio” a Fiumicino dello storico proprietario Guido, venuto a mancare nel 2016 a soli 67 anni di età. Oggi lì c’è un B&b gestito dai figli Fabrizio ed Elisabetta, mentre il ristorante è “rinato” nella vicina Isola Sacra ed è gestito dall’altra figlia Raffaella”.
Eppure, il suo luogo del cuore è diventato Ascoli, dove Carletto conobbe e sposò Maria Pia, commessa nel reparto di dischi di un negozio elettrodomestici. Massimiliano Castellani su Avvenire la chiama “una Penelope del calcio che ha visto quest’uomo, pelato precoce, fintamente burbero ma dal cuore tenero, sempre con la valigia in mano e pronto per una nuova sfida, a patto di poter sempre a tornare a casa alla domenica sera dalla moglie e i loro figli, e poi per vedere crescere i nipoti”. Castellani scrive che “se avesse avuto vent’anni di meno oggi sarebbe stato lui il ct ideale dell’Italia. Se ne va un maestro del calcio di poesia. Il calcio del Mazzone ascolano era talmente bello a vedersi che la strada che porta allo stadio Del Duca si chiama Via del calcio spettacolo”.
Un ex Ct, Antonio Conte, ha scritto una lettera aperta sulla Gazzetta ricordando i suoi inizi a Lecce, altra suqadra che Mazzone portò in A [1988]. “Arrivò a svezzarmi e plasmarmi come calciatore. Tre anni insieme ricchi di esperienze, insegnamenti, crescita umana e professionale. Ecco perché per me Mazzone non è stato solo un allenatore ma in qualche modo un padre, burbero, severo a volte, ma anche fornito di una straordinaria umanità. Il suo essere schietto, sanguigno, spesso in tuta e scarpini, ha magari condizionato la sua immagine. Come se fosse adatto solo ad imprese disperate da bassa classifica. Non era così”.
parole Cosa diceva il Mazzone di Brescia
➣ Non può lamentarsi, tutto sommato…
«E chi si lamenta? Ma l’angoscia, lo stress, quelli li conosco solo io. E anche fare il pendolare alla mia età mica è uno scherzo. Va bè che non guido io, ma tutte le domeniche sera, cioè notte, torno ad Ascoli. A volte arrivo abbastanza presto, a volte alla due di notte. Mia moglie mi aspetta, mangiamo insieme, è così da una vita. E il giorno dopo stacco per tutti, niente telefonino, si va sulla costa a mangiare il pesce. Il martedì mi alzo presto e torno a Brescia, anzi a Coccaglio. Campo e albergo, albergo e campo. Ogni tanto qualcuno mi dice: mister, non la vediamo mai a Controcampo, o alla Domenica sportiva: Ma come faccio a andarci? Già così, ogni tanto ho dei rimorsi: i figli visti un giorno la settimana, i nipoti. Solo una volta mi sono portato la famiglia appresso, a Firenze. Ma i ragazzi avevano nostalgia di Ascoli, erano tristi. Così ho deciso che ‘sta vita era meglio se la facevo solo io. Mica mi lamento. Io sono nato povero, non è un segreto. Siccome giocavo a calcio, solo io mangiavo la carne tutti i giorni, e le mie sorelle mortadella. Queste cose non si dimenticano».
➣ Ho letto in archivio, sta in una frase di Fulvio Bernardini, al Supercorso di Coverciano. Avete speso tempo e soldi per andare in Olanda, bastava andare a vedere l’Ascoli di Mazzone.
«Proprio così disse, per me fu come una medaglia. Ho cominciato ad allenare nel pieno fiorire del calcio olandese. Allora non è come oggi, che accendi la tv e vedi anche le partite del campionato cinese. Quelle poche volte che vedevo l’Olanda, pensavo: ci vorrebbero due palloni, uno anche agli avversari. Ce l’avevano sempre gli olandesi. Allora non si facevano le percentuali del possesso di palla, ma penso fossero altissime. E quello che li teneva insieme era il gioco, il gusto del gioco. Poi Cruijff poteva arretrare da terzino, Krol fare l’ala sinistra, ma quella era la réclame del gioco di squadra, uno per tutti e tutti per uno. Il calcio olandese mi ha entusiasmato, ma anche quello inglese, quei bei cross dall’ala per il centravanti, fatti come si deve. Mi chiedono: lei che allenatore è? E io rispondo: un allenatore. Non difensivista, non offensivista, non italianista, non olandesista. Sa cosa sono tutte queste etichette?»
➣ Fregnacce, suppongo.
«Bravo, lo dica lei. Io come cuoco ho cucinato di tutto e senza mai rifornirmi al mercato delle prime scelte. Ma un merito ce l’ho: i giocatori che mi danno, li faccio rendere al massimo. Sotto l’aspetto tecnico, tattico, fisico e caratteriale».
intervista di gianni mura, la Repubblica, 22 aprile 2003
| Luca Valdiserri sul Corriere della sera ricorda come e perché lo chiamavano Er Magara. “Alla vigilia di una missione impossibile con il Catanzaro contro la Juventus, un giornalista romano gi disse: «La tua squadra va forte, potete mettere in difficoltà la Juve?». Lui rispose: «Magari!». Poi il giornalista esagerò: «Potete pure vincere». E lì uscì il Mazzone vero: «Magara!». Che in romanesco è un magari moltiplicato cento. Da tempo era lontano da un calcio che non era più il suo. E anche noi, col Magara, ci siamo divertiti. Come in una corsa sfrenata contro l’ingiustizia”.
| Gianluca Moresco su Repubblica racconta l’estate dell’incontro con Totti. “A Mazzone raccontano la favola di un fenomeno biondo, un ragazzino che fa diventare matti quelli più grandi. Che a 16 anni Boskov aveva già voluto far esordire in A, un novello Rivera con un fisico già da uomo. Mazzone aveva chiesto dettagli tecnici e poi aveva deciso di lasciar perdere, di non ascoltare: lo voleva vedere di persona giorno per giorno. Nasce così la convocazione di Totti a 16 anni al ritiro di Lavarone. Un allenatore e un sedicenne. In quello spogliatoio, un padre e un figlio. Sensi, che già sognava lo scudetto, si presentò da Mazzone: «Carlo, mi consigliano di prendere Litmanen, che faccio?». Argomento chiuso con meno di dieci parole: «Presidente, perché buttare i soldi, abbiamo il ragazzino». Intuito, esperienza, lavoro e una grandissima empatia. Mazzone trasformava il suo ambiente in una famiglia”.
| Maurizio Crosetti sempre per Repubblica dà l’addio a “uno degli ultimi padri fondatori dell’amore magistrale, socratico, su un campo di calcio. Come un padre, questo tipo di allenatore sapeva dire e si faceva capire anche tacendo, fossero tattica o sesso o destini da rincorrere. Non è un caso che il suo territorio fosse la provincia. Mazzone ha vissuto ad Ascoli, e smise di allenare perché dopo i settanta non poteva tornare a casa in macchina tutte le domeniche di notte”.
| Nel ritratto scritto per Domani, Marco Ciriello scrive che “Carlo Mazzone si portava dietro l’animosità delle carte da gioco applicata al pallone e intorno il fumo delle sigarette come nuvole da fumetto. Un Ferguson da bar. È il calcio passato, quello che portava in panchina la provincia – e si vedeva – senza giacca, con i congiuntivi fantozziani e le doppie che svaniscono nella lingua del Belli traslato dalla poesia alla tattica, con un carico di intuizioni che prima di essere calcistiche erano umane. Un maestro elementare che nelle domeniche giuste, poi anche stagioni, dava i punti ai professori universitari. Aveva visto cadere le bombe a San Lorenzo prima che Francesco De Gregori le cantasse per questo poi sotto le curve ci andava senza paura. Aveva marcato la fame e con quella ha misurato le stagioni non montandosi la testa, nemmeno quando fu l’unico a comprendere il più grande talento del calcio italiano: Roberto Baggio, con le sue cicatrici, di cui tutti parlavano e nessuno teneva conto: Lippi, Sacchi, Maldini, Trapattoni, Ancelotti, Ulivieri, solo Mazzone – uno abituato alla scopa – vide che era un re di denari”.
Secondo Ciriello, dunque, “Mazzone è un manuale del calcio orale. È Trilussa col pallone. Saggezza, ironia e poi vedemo”.
| Aridatece altri Mazzone, titola in romano stamattina Tuttosport. Guido Vaciago riferisce che “l’Avvocato Agnelli chiedeva spesso di lui ai cronisti che seguivano la Juventus. Era incuriosito dall’allenatore e dall’uomo che per gli atteggiamenti distava da lui anni luce, ma nel quale riconosceva un punto in comune nell’utilizzo dell’ironia per arrotondare la spigoli di certe verità. Chissà cosa avrebbe combinato Carlo Mazzone sulla panchina di una grande”.
| Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio lo saluta scrivendo che “Mazzone è stato tutto e tanto: sparate indimenticabili, battute fulminanti, passioni corrisposte. Ha insegnato calcio, ma anche vita. In un mondo di tagli sartoriali e calzoni slim, Mazzone indossava la tuta e d’inverno – per anni – la cuffia a nascondere pelata e idee, come a dire: «Sto a lavora’, sono uomo di campo, io»”.
La prima giornata di campionato
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1 3 CAMPO PRINCIPALE
Il primo Napoli senza Kim ha esordito prendendo un gol in meno dell’altro che aveva debuttato con Kim al posto di Koulibaly. Il primo Napoli del campionato, senza Kvara infortunato, ha segnato però due gol in meno rispetto al Ferragosto 2022, quando il georgiano si manifestò come un alieno al Bentegodi per rimontare lo svantaggio iniziale. Stessa trama e numeri diversi, insomma. Ma questo non è un discorso tecnico. È un gioco di echi e di rimandi. Suggestioni. Coincidenze. Giallo-blù era lo stadio alla prima giornata 2022, giallo-blù era a Frosinone ieri, dove il partito Napule è Mille Paure ha fatto una smorfia maliziosa per il rigore fischiato al minuto sette, ecco, vedi la clausola.
In realtà era il primo gesto maldestro dell’esordio horror di Cajuste, sostituito nell’intervallo perché nel frattempo si era fatto anche ammonire, per via di un’irruenza ancora tutta da addomesticare e da adattare a un nuovo ambiente: Garcia ha considerato che rischiare di rimanere in dieci fosse davvero troppo.
Victor Osimhen è intatto nella sua fame di gol. È solo più nervoso, a un primo sguardo. Anche questo capiremo strada facendo. Di nuovo c’è che Politano ha segnato da fuori area, la specialità della casa quando ancora bazzicavano Fabiàn Ruiz, Insigne e Mertens. L’anno scorso invece 74 su 77 furono segnati entro i 16 metri di distanza dalla porta.
Cos’è il Napoli si può solo intravedere, cosa diventerà neppure. Gabri Veiga si aggiunge nelle prossime ore. È presto per un’analisi, scrive infatti Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio. Accenna: “Lo sbadiglio di Aurelio De Laurentiis sul secondo gol di Osimhen, e terzo del Napoli, è quello che si dice un coup de théâtre. Con la sua istrionica arroganza il presidente dice alla telecamera, e quindi a tutti noi: di che vi stupite? Io l’ho sempre saputo che, cambiando l’allenatore, il Napoli non sarebbe cambiato. Ha ragione lui. Anche se quello andato sotto a Frosinone, e poi riemerso con uno scatto di superiorità tecnica e agonistica, è un Napoli lievemente diverso da quello di Spalletti. Almeno per ora. Perché l’assenza di Kim costringe Lobotka ad arretrare di cinque o sei metri per raddoppiare la marcatura. Perché Zielinski sente maggiore responsabilità, e l’assume tutta intera, trasformandosi nel vero regista di questa squadra. Perché si palleggia meno velocemente, e questo speriamo sia solo l’effetto del rodaggio”.
Tony Damascelli sul Giornale aggiunge quello che chiama “lo sconcertante commento di Garcia sull’attaccante, per il tecnico francese Osimhen è un trascinatore ma dovrebbe essere utile anche in fase difensiva!!”.
Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio racconta il «pammmm» sentito “nel silenzio preoccupato che si mischia all’afa” dentro lo stadio di Frosinone, il rumore del pallone calciato dal nigeriano per l’1-2, “mentre intorno al Napoli – che sbuffando è riuscito a pareggiarla – paiono intravedersi i primi fantasmi, uno sparo scuote le coscienze e spazza via quel venticello calunnioso che certo non è una brezza. Quarantadue minuti a cercar qualcosa che somigliasse al passato, in una bolla densa di interrogativi, e proprio quando l’ansia rischia di afferrare alla gola, un colpo secco – sarà un revolver o una baionetta – mitiga le preoccupazioni e rielabora la nuova vita, assai simile alla vecchia che sa di Victor Osimhen, «banalmente» ridotto a centravanti”.
L’ILLUSIONISTA Il primo gol del campionato
Il Giornale: “Harroui, buon rigore poi si spegne”
Edmondo Pinna, Corriere dello Sport-Stadio: “Non bene Marcenaro, uno dei due candidati forti al badge di internazionale da gennaio. Troppi gialli (alcuni evitabili), il rigore che pare gli chiami Bercigli (lui e Cecconi sono il prodotto del lavoro di Manganelli) doveva vederlo live. Ingenuo Cajuste: colpisce (meglio dire sfiora?) male il pallone che resta lì, poi arriva il contatto sulla gamba di Baez”
L’UOMO CANNONE
Come ha giocato Ngonge, l’autore della prima palla al centro
Matteo Pierelli, la Gazzetta dello sport: “Anche Ngonge (probabile che vada via) non ha spostato gli equilibri. Però dietro i gialloblù sono apparsi solidi con un Montipò insuperabile tra i pali ed è dalle fondamenta che si costruiscono i risultati”.
Il Resto del Carlino: “Ngonge del Verona, ieri titolare nella trasferta degli scaligeri sul campo dell’Empoli, resta un’opzione plausibile: ma i 10 milioni che chiede Setti da Casteldebole sono ritenuti eccessivi”.
0-1
L’UOMO FORZUTO Lautaro, la risposta a Osimhen
Franco Vanni su Repubblica dice dell’argentino; “Poteva andare in Arabia a contar soldi, lì dove potrebbe finire ora Çalhanoglu (lo vuole l’Al-Ahli). Ha preferito restare a San Siro a fare doppietta con la fascia da capitano al braccio e farsi adorare. Lautaro dimostra che volendo, anche di fronte a una montagna di milioni, scegliere è ancora possibile”.
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera parla di bella Inter. “Praticamente è identica a quella nata a metà aprile, dopo la sconfitta col Monza che l’aveva messa spalle al muro in campionato: i rimpianti di Istanbul non hanno scalfito i cinquanta giorni ruggenti di Inzaghi e della sua squadra vissuti in primavera. l’Inter è una squadra che prova piacere a giocare secondo i binari che conosce ormai a perfezione: già abbastanza fluida sulle fasce, dove due cambi come Cuadrado e Carlos Augusto sono un valore aggiunto; già aggressiva nel recupero palla, grazie a un centrocampo che è sempre più l’anima della squadra e che ha un Frattesi in più (ma attenzione agli arabi su Calhanoglu dopo il rifiuto di Verratti…), la banda di Inzaghi accoglie dall’inizio due dei nuovi arrivati: Thuram svaria molto, fa girare il gioco d’attacco, sa farsi trovare al posto giusto nel momento giusto. Il portiere Sommer, arrivato da nemmeno due settimane, non deve fare vere parate e sembra ancora un po’ contratto nel gioco al piede”.
2-0
IL BRAVO PRESENTATORE Vincenzo Italiano
Alessandro Bocci sul Corriere della sera fa i complimenti all’allenatore della Fiorentina che segna 4 gol a Marassi contro il Genoa mentre lui “fa debuttare dal primo minuto Kayode, l’uomo decisivo dell’Italia campione d’Europa Under 19. Forse non tutto è perduto”.
Federico Castiglioni per Sportellate ha scritto: “Italiano sta lavorando molto sul centrocampo e sulle nuove soluzioni da adottare, sfruttando quelle doti di palleggio di Arthur che tanto erano mancate alla Fiorentina lo scorso anno. Il Genoa non è stato un test molto probante rispetto alle capacità di tenuta di un centrocampo “leggero” e puramente di palleggio, ma in fase di possesso la Fiorentina ha mostrato una grande varietà di opzioni praticabili, e le ha sempre messe in atto con grande efficacia, privando sistematicamente il Genoa di riferimenti nella pressione”.
1-4
CHI VEDERE
Alessandro Bocci sul Corriere della sera dice: “Stasera toccherà alla Juventus, che ricomincia a Udine, dove aveva concluso la stagione dei tormenti. Vlahovic ha l’opportunità per mettere all’angolo Lukaku a 10 giorni dalla fine del mercato, ma siamo curiosi di capire se i segnali incoraggianti mostrati dalla banda di Max sul piano del gioco avranno un seguito ora che si fa sul serio. O se, invece, torneremo al calcio sparagnino, che ha portato più mugugni che sorrisi”.
Guglielmo Buccheri su la Stampa considera: “Luciano Spalletti, appena nominato ct azzurro, questa sera non si perderà un passaggio e un movimento di chi si candida ad un ruolo ingombrante là in mezzo, nel cuore della Nazionale: Locatelli ha terminato la parentesi Mancini ad intermittenza – un po’ dentro, un po’ fuori -, può cominciare la nuova fase con più credibilità e chance di successo dentro alle gerarchie del commissario tecnico toscano. Se la regia è in cerca di autore – in Macedonia, il nove settembre, servirà un interprete navigato o senza paura -, sulle fasce serve il pieno di adrenalina per invertire la rotta. Le fasce, nel calcio di Spalletti, appartengono agli esterni d’attacco, zolle di campo dove Federico Chiesa passa il suo tempo: a che punto è il motore del bianconero in vista degli imminenti impegni della nuova Italia? Udine ci dirà di più”
CHI VEDERE
Due finali europee consecutive e un problema in attacco irrisolto. L’infortunio a Tammy Abraham li ha aggravati. È arrivato Aouar – giudicato da Emanuele Gamba su Repubblica il nuovo acquisto per il quale varrà la pena lustrarsi gli occhi, “mezz’ala di eleganza e finezza tecnica che all’inizio venne paragonato a Iniesta, e poi si è perso un po’”.
Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport ha scritto nei giorni scorsi che “Mourinho resta il bomber migliore, a furor di popolo, anche se difende più che attaccare, ma ne serve uno in campo dal gol facile. Ancora tutto (troppo?) legato a Dybala”.
Salerno risponde con “il più strampalato” tra i benvenuti – dice Gamba – cioè Trivante Stewart, 23enne attaccante giamaicano, secondo Transfermarkt non ha un valore, viene dal torneo semi dilettantistico del suo paese. “La Salernitana lo ha scovato, pare, anche grazie a un algoritmo, che chissà che valore ha dato ai suoi 30 gol in 66 partite con la maglia del Mount Pleasant. In nazionale ne ha giocate tre e non ha segnato mai”. Così come mai un giamaicano ha segnato in serie A. Paulo Sousa ha trattenuto per ora Boulaye Dia che in tanti volevano. A José non rimane che affidarsi a Belotti, in attesa che da Bergano arrivi per davvero Duvan Zapata. Renato Sanches [bel colpo] e Paredes iniziano dalla panchina.
Le ambizioni di Bergamo
Non succede, ma se succede siamo dalle parti della storia. Arturo Zambaldo su l’Eco di Bergamo apre così la stagione dell’Atalanta: “Hanno esagerato i tifosi nell’invocare lo scudetto durante il saluto alla squadra sugli spalti della Curva Nord, al Gewiss Stadium, nel tardo pomeriggio di giovedì 17 agosto? No, se si parte dall’idea che i supporter di ogni squadra sognano puntualmente i migliori risultati. Tanto più di questi tempi al pensiero di un mercato estivo con colpi di scena sorprendenti. Gli importanti arrivi di Scamacca, Kolasinac, Bakker, Adopo, De Ketelaere sono lì a certificare che la dirigenza nerazzurra ha alzato il tiro sui prossimi obiettivi. Basta parlare di «salvezza» o di campionato da metà classifica: d’ora in poi l’Atalanta è considerata tra le big nel più ampio senso del termine. È impossibile frenare l’ottimismo di una piazza che in un batter d’occhio ha sottoscritto 11 mila tessere di abbonamento per il campionato 2023-2024. Adesso si è in attesa della notizia di un altro colpo di mercato”. Traoré però rischia di star fuori tre mesi.
I cattivi pensieri di Sarri
«Un mio amico statistico mi ha detto che avere Napoli, Juventus e Milan nelle prime quattro trasferte è praticamente impossibile, quindi penso che non sia casuale. In più, qui con gli orari si ragiona tipo in Inghilterra senza tener conto che siamo quasi in Africa».
Queste sono le parole della vigilia di Sarri, in attesa ancora di rinforzi, tipo Ricci o Berardi. Paolo Condò su Repubblica ha scritto che però “Lotito questi giocatori non li compra, o meglio il suo eterno muoversi in base alle alleanze “politiche” che si fanno e si disfano in Lega ha un impatto sulla destinazione dei suoi soldi. Questo, per esempio, è un periodo di eccellenti rapporti con la Juventus, da cui l’acquisto di Pellegrini (chiesto anche da Sarri) e soprattutto di Rovella, centrocampista di grandi potenzialità che della nuova Lazio potrebbe diventare il motore. Le stesse avance per Bonucci appartengono alla logica del presidente più che a quella dell’allenatore, che nel suo passaggio juventino non venne certo sostenuto dalla vecchia guardia bianconera”