La prima donna con l’hijab ai Mondiali di calcio

Numero tre. Nouhaila Benzina. La sola che nella nazionale del Marocco porti l’hijab anche in campo. La prima nella storia dei Mondiali. Non ha nessuna storia di emancipazione o di conflitti in famiglia da raccontare, anzi, papà era proprio contento di vederla giocare a calcio. Eppure, se questo torneo si giocasse in Francia come nel 2019, non sarebbe in grado di indossare il suo copricapo. Tre settimane fa, il Consiglio di Stato si è pronunciato a favore della decisione della federcalcio di vietarlo. Laïcité, spiega Parigi, ma in effetti è una questione delicata come scrive Mina Ibrahim su The Athletic, non tutti leggono la decisione come la garanzia di una neutralità dello stato dalla religione. C’è chi crede che si tratti della lesione di un diritto culturale, non per forza religioso. Il regolamento della federcalcio afferma che sono vietati tutti i segni o tutti i capi di abbigliamento che mostrino una chiara affiliazione politica, filosofica, religiosa o sindacale. Un punto che negli ultimi anni è stato difeso soprattutto dai politici di destra, tra cui Marine Le Pen. 

«Sento che abbiamo fatto dieci passi indietro nella nostra lotta per portare l’uguaglianza nel calcio», dice alla rivista americana Iqra Ismail, allenatrice dell’Hilltop Women FC. «A causa di questo divieto, le donne musulmane che giocano a calcio, o che sarebbero interessate, ora sentono di non essere le benvenute in questo bellissimo gioco». Quando Nouhaila Benzina ne parla, dice: «Sono musulmana prima di ogni altra cosa in questo mondo, ma sono anche una calciatrice e questi due aspetti dovrebbero poter coesistere nella mia vita».  

Secondo l’ultimo censimento in Francia [2020], il 10% della popolazione si identifica come musulmana. È la percentuale più alta d’Europa. Una comunità che si è formata con l’immigrazione e il post-colonialismo dal Marocco, dall’Algeria, dalla Tunisia, dal Senegal, dal Mali. La stessa rosa della Francia ai Mondiali include diverse calciatrici musulmane che hanno le loro radici in Africa, una storia simile con la squadra maschile che ha vinto la coppa nel 1998 e del 2018.  

Assile Toufaily, dottorando libanese in sociologia dello sport, conduttore del podcast The Super Subs, ritiene che il governo francese sia colpevole di ipocrisia. Sempre a The Athletic ha detto: «La Francia è uno dei paesi europei con la più grande comunità musulmana, siano essi immigrati o nati in Francia. I francesi hanno scritto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nell’anno 1789, non esitano mai a ricordarlo al mondo. Ma come si può parlare di questo rispetto dei diritti umani, quando si vieta alle donne di giocare a calcio a causa di un pezzo di stoffa sulla testa? Vietare l’hijab significa togliere un pezzo di libertà a delle persone».  

Non è la prima polemica. Nel mese di marzo, Eric Borghini, presidente della commissione federale degli arbitri, ha detto all’agenzia di stampa AFP che troppe partite venivano interrotte a causa del Ramadan. «Sono interruzioni che non rispettano il regolamento. C’è un tempo per ogni cosa: un tempo per fare sport e un tempo per praticare la religione». 

Durante la stagione, la federcalcio ha continuamente richiamato gli arbitri, avvertendoli di non fermare le partite per consentire a chi osserva il digiuno di bere al tramonto, come accade in Inghilterra e Olanda, dove il gioco viene fermato per un minuto. 

Il divieto dell’hijab arriva in un passaggio di tensione crescente tra le comunità di migranti in Francia, dopo l’omicidio del 17enne Nahel Merzouk a Parigi, a fine giugno, ucciso dalla brutalità della polizia, la causa di proteste, rivolte e disordini 

«Finora, non abbiamo assistito alla reazione prevista sul divieto dell’hijab – dice Toufaily – la gente è concentrata sull’omicidio di Nahel. Credo sia compito dei media e delle associazioni far luce su questo, soprattutto durante i Mondiali».  

Les Hijabeuses, si chiamano così le giovani calciatori che si sono battute contro il divieto, presentando ricorso in tribunale. Al loro fianco: Les Degommeuses e Les Debuteuses. A Bonneuil-sur-Marne, il presidente del club Shahed Darvish aveva ordinato qualche mese fa delle magliette con un messaggio di sostegno: Non velo il mio talento, lasciami esprimere me stessa. A sostegno delle Hijabeuses si era schierata anche l’associazione Alliance Citoyenne, che a Grenoble si è battuta per l’uso del burkini nelle piscine comunali. Frédéric Thiriez, ex presidente della Lega, ha detto a L’Équipe che «l’hijab non è un comune copricapo, ma la manifestazione ostentata, non solo di un’appartenenza religiosa, soprattutto di una voluta separazione tra donne e uomini, di un’esplicita sottomissione delle prime ai secondi. Non c’è niente di più contrario ai valori fondamentali dello sport e dell’Olimpismo: l’universalità». 

Marion Ogier, l’avvocata delle Hijabeuses, sostiene invece che questa neutralità inerente alla laicità, legata alla legge del 1905 che definisce la separazione tra Stato e organizzazioni religiose, non si può applicare a chi è considerata un utente, non un agente, del servizio pubblico. La sua posizione: «Chiediamo che le federazioni sportive smettano di esigere un obbligo di neutralità che è al di fuori del loro mandato». 

  quando |  oggi ore 10.30 Germania-Marocco

 

Che cosa succede negli altri sport

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| basket  Assile Toufaily crede che il divieto prima o poi cadrà. Non può non succedere. Il basket ha impiegato sette anni, per consentire hijab e anche yarmulke. Il bando internaizonale è caduto nel 2017. Non in Francia, ovviamente. A febbraio, la federazione si scontrò con la difficoltà di far rispettare il bando nelle serie inferiori. Le Parisien raccontò di un caso avvenuto l’8 gennaio scorso in quinta divisione, quando Salimata Sylla dell’Aubervilliers – squadra di Seine-Saint-Denis – era stata espulsa dalla partita contro l’Escaudain per non aver voluto togliere l’hijab. Il mercato in questa storia ha la sua parte. Il copricapo islamico è stato ripensato di proposito per la commercializzazione legata al basket, inizialmente da Nike e poi da altri grandi brand d’abbigliamento. Sylla è una 25enne cresciuta in famiglia di origine senegalese e maliana. Porta l’hijab regolarmente da due anni e mezzo. Ha spiegato ai giornali francesi di averlo scelto per fare diventare «una musulmana visibile. È un viaggio, una scelta personale, la decisione migliore della mia vita. Per me lo sport è uno strumento di emancipazione e di creazione di legami sociali. Ho ricevuto sostegno dalla famiglia del basket, non dalle autorità. Tra un anno ospiteremo a Parigi i Giochi Olimpici – sottolinea Sylla – le altre donne potranno giocare con quest’accessorio, a noi è proibito. Questa è la realtà delle ragazze che vivono in Francia».

Dopo anni di proibizione, la federazione internazionale di basket aprì al capo coperto, preoccupata per l’universalità della sua disciplina, spiegò l’Équipe, su pressione in particolare di Iran, Qatar e Arabia Saudita.

All’inizio del dicembre 2018, il comitato direttivo della federazione francese incluse invece l’hijab tra i capi soggetti all’articolo 9.2 delle norme, quello che stabilisce il divieto di usare accessori per capelli, a eccezione delle fasce, la cui larghezza non deve superare i 10 centimetri. 

Il punto è che nelle categorie inferiori, qualche volta, un arbitro ufficiale non c’è. La federazione francese parla di episodi di minacce. La squadra di casa chiede a quella ospite se accetta che le giocatrici siano velate, la squadra ospite non si oppone perché teme di essere presa a sassate, riferisce una fonte federale anonima a L’Équipe. 

Un anno fa è capitato un altro caso singolare, con una ragazza velata in ciascuna squadra e l’arbitro che voleva non giocassero. Le squadre se ne sono infischiate e hanno giocato lo stesso.

L’Équipe ha avuto accesso a uno scambio di e-mail interno alla federazione che testimonia il grave imbarazzo con cui è gestita la vicenda. 

 

  | nuoto Quattro anni fa Nike presentò una linea di costumi da bagno pensato per donne musulmane osservanti. Ne scrisse il New Yorker facendo notare come nessuno in azienda usi la parola burkini. Un prodotto da 600 dollari, costituito da una felpa con cappuccio a tunica a due strati, abbinata a pantaloni d’acqua fatti di nylon al 70% e spandex per l’altro 30%. La rivista americana ricordava che nel mese di ottobre in Ohio, un’atleta era stata squalificata per aver corso un cross di 5 km indossando l’hijab. Portando l’hijab sono state vinte medaglie ai Giochi olimpici nella scherma, nel taekwondo e nel sollevamento pesi. Nel nuoto la questione è più problematica. 

All’università di Memphis – raccontava il New Yorker – Abdul-Qaadir, che è musulmana e afroamericana, ha stabilito un record diventando la prima a competere in NCAA con l’hijab. Quando si è rotta i legamenti, dovette sottoporsi a idroterapia, fare squat jump in piscina e correre su un tapis roulant subacqueo. Prima di immergersi in piscina, una vasca condivisa con la squadra di football, ha indossato un costume da bagno in linea con le sue convinzioni religiose. Si è coperta con dei collant da corsa, pantaloncini da basket, un reggiseno sportivo, una camicia a maniche lunghe, una maglia ampia senza maniche e un hijab. Correre sul tapis roulant è stata una battaglia al rallentatore; sugli squat di salto i suoi pantaloncini si gonfiavano d’acqua. Era dentro tre o quattro strati di vestiti, i pantaloncini cadevano, la maglietta si sollevava

 

| atletica  L’hijab si prese la scena ai Mondiali in Qatar del 2019. Quando Mariam Mahmoud Farid, atleta di casa, impiegò 15 secondi più di Sydney McLaughlin per coprire il suo giro di pista con ostacoli. Chiuse la batteria con il peggior tempo, di gran lunga il peggior tempo, 1’09”49. Ma Mariam era dichiaratamente in pista per altro. «È una grande responsabilità – disse al sito della World Athletics di cui è ambasciatrice – non sono qui per rappresentare me stessa ma una cultura, una tradizione, le donne del Qatar, le hijabi women. Corro per rompere barriere e cambiare la prospettiva di quelle persone venute qui dal resto del mondo e non abituate a vederci correre in hijab. Me ne accorgo dalle facce che fanno e certe volte mi domando se è così scioccante». 

A nove anni, un allenatore le disse che non ce l’avrebbe mai fatta perché aveva i piedi piatti. «Le ragazze hanno bisogno di sapere che non devono indossare per forza gli shorts se vogliono correre. In molte ne lo chiedono, sui social media. Alcune mi raggiungono in allenamento ma poi lasciano». 

Della stessa gara, Dalilah Muhammad era all’epoca la detentrice del record del mondo, americana, musulmana pure lei. Scott Cacciola sul New York Times scrisse che il record l’aveva gettata in una sorta di crisi esistenziale, tanto da spingerla a chiedersi cosa sarebbe stato di lei, cosa avrebbe fatto tra 20 anni.

Muhammad ha però scoperto che sta già facendo qualcosa di grande — semplicemente essendo se stessa, una tra le più notevoli americane musulmane sulla scena dell’atletica globale. Non trasmette la sua fede né la nasconde. Lei non indossa hijab, per esempio — «Non ce l’ho nemmeno» ha detto — ma ha anche cominciato a capire la sua posizione unica dopo le Olimpiadi. La gente le chiedeva della sua religione, della politica e del presidente Trump molto di più di quello che chiedevano ai suoi coetanei. «Per essere onesti, non sempre conosco le risposte».  

Muhammad è cresciuta nel Queens, dove i suoi genitori ancora vivono nella casa della sua infanzia. Suo padre, Askia, è un imam e cappellano islamico al Department of Correction di New York. Sua madre Nadirah lavora come assistente sociale. Dalilah ha un fratello più grande, Hassan, che è sergente nell’esercito, e una sorella maggiore, Jamilah, insegnante — alla quale da ragazza teme di aver dato un colpo al cuore. «Venne a un allenamento con me e poi lasciò».  

Hijab significa più cose diverse in diversi posti del mondo, in diverse famiglie nel mondo. Elwa Naser, per esempio, anche lei campionessa del mondo dell’atletica [400 metri] prima di essere squalificata per violazione alle norme dei controlli anti-doping. Aveva corso a Doha i 400 metri più veloci degli ultimi 34 anni (48”14), il terzo tempo di sempre dopo Jarmila Kratochvílová (47”99 nel 1983) e Marita Koch (47”60 nel 1985), entrambe sospettate – aveva scritto Jonathan Gault su LetsRun – di aver usato sostanze proibite per andare più forte. Naser ha padre del Bahrain e madre della Nigeria, paese in cui è nata. Ha gareggiato con l’hijab fino al compimento dei 18 anni. Con quello e in maniche lunghe aveva vinto nel 2015 i Mondiali junior, a Doha si era invece presentata in pista con gli short, con dei tatuaggi e con il piercing. Un esempio per tutte le donne dicevano in Bahrain. 

Ancora diversa la storia in Iran di Shohreh Bayat, arbitra di scacchi, che nel gennaio del 2020 ebbe paura di tornare in patria dopo la diffusione di una fotografia nella quale non indossava l’hijab durante un torneo all’estero. Maria Cramer ricostruì la storia sul New York Times

La signora Bayat ha detto alla BBC che in realtà indossava l’hijab nella foto, ma che nell’immagine pendeva sulla parte posteriore della sua testa. In generale,  aggiunge, non le piaceva indossarlo

«Credo che le persone debbano essere libere di scegliere ciò che vogliono indossare» aveva risposto Bayat in una email. «Non ho mai indossato l’hijab per scelta». Disse alla BBC che dopo aver letto i resoconti delle notizie in Iranaveva ha deciso di smettere di portarlo per poter «essere me stessa».

 

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Le mamme del Marocco

 

Achraf Hakimi va di corsa. Non sulla fascia. Va di corsa quando vince. Si arrampica verso mamma che sta seduta in tribuna e smack, le dà un bacio. Faceva i servizi domestici per permettergli di inseguire il suo sogno, papà era un venditore ambulante. La madre di Nayef Aguerd invece non voleva che il figlio giocasse a calcio, stai sui libri gli diceva, finché non ha visto come era organizzata la Mohammed VI Football Academy di Salé, dove gli impegni scolastici avevano la stessa importanza di un calcio a un pallone.

La madre di Sofyan Amrabat gli ha insegnato a prendere l’autobus per tornare a casa. Aveva 8 anni. E poi gli diceva: studia, lavora, datti un obiettivo, sei musulmano, non puoi stare a casa tutto il giorno a dormire. 

La madre di Abdelhamid Sabiri lo ha portato in Germania quando aveva tre anni, Francoforte, non proprio nel migliore tra i quartieri. Lui racconta di essere stato motivato a scapparsene dal ghetto, a inventarsi nelle sue fantasie qualcosa di più grande.

Sofiane Boufal ha preso invece la sua, di madre, per le mani e l’ha trascinata sul prato, portami a ballare, uno di quei balli antichi che oggi non si usano più. 

| Giulia Zonca su la Stampa racconta che la fa volteggiare, velata e beata dentro un momento di storia che è un muro che cade. Si sente e si vede, come fosse il cemento di Berlino che viene giù nel 1989 e qui non ci sono calcinacci che cedono e regimi che implodono, ma pregiudizi che si sgretolano sotto i piedi del Marocco danzante”. Racconta appunto di queste mamme felici, commosse, decisive. Hanno pulito le strade, le scale, hanno servito in mensa e lavato i corridoi degli ospedali, hanno aspettato di essere incluse e in poche ci sono riuscite, hanno protetto la famiglia dalle cattive compagnie e ora sono le facce destinate a cambiare la percezione del calcio, del tifo e quindi di un pezzo piuttosto significativo di vita. Succede con queste donne con il capo coperto e con queste preghiere portate fuori dalla moschea, ma soprattutto con un gruppo riunito dalla diaspora per giocare a pallone, grazie al talento ripescato da ogni dove. La madre di Boufa usciva di casa al mattino alle sei per fare le pulizie e quando il figlio le ha chiesto un anno per capire se poteva diventare «un calciatore vero» lei glielo ha concesso, ha aggiunto i turni di notte. Ora ha al collo una Louis Vuitton e un iPhone e saltella sopra un successo che non si sarebbe mai immaginata di vedere

[Slalom 11 dicembre 20220]

 

 

  IL TORNEO 

1-0   The Athletic fa notare che in una settimana di dibattiti, è stato facile dimenticarsi quello più ovvio. I dibattiti sono quelli ascoltati in Inghilterra sui premi, i diritti d’immagine e la maglia della portiera Mary Earps. Una discussione più tradizionale su chi doveva partire come titolare nel ruolo di centravanti è passata in secondo piano, anzi, è soffiata come una leggera brezza rispetto alla tempesta scatenata dalle dichiarazioni collettive della squadra che criticava la federazione martedì sera. Tra Rachel Daly e Alessia Russo, la ct Sarina Wiegman ha scelto la seconda e la sua capacità di legare il gioco, lasciando la prima – Scarpa d’oro della scorsa stagione – in panchina. Così è arrivata un’altra partita in cui l’Inghilterra non è riuscita a segnare su azione: adesso fanno 337 minuti in totale.

 

    ITALIANISMI

Il debutto delle azzurre contro l’Argentina

 

| parole  La Ct Milena Bertolini

 ➣  Milena, cosa ci ha insegnato la delusione all’Europeo?

«Che per avere risultati bisogna lavorare in termini collettivi, non individuali. Il senso del gruppo che ci ha portato nei quarti al Mondiale 2019, è stato perso all’Europeo. Ma l’Italia non ha fuoriclasse, non c’è un Messi che cambia da solo le partite. Noi siamo forti se sappiamo creare un gruppo unito e lavoriamo tutte per lo stesso obiettivo».

 ➣  La squadra è cambiata parecchio. Il nuovo format del campionato è più allenante?

«È positivo, con qualche criticità: la formula ideale non esiste. I numeri del nostro movimento, che pure ha raggiunto le 40 mila tesserate, sono ancora bassi. Devono crescere. Io vedo un miglioramento nell’intensità fisica e mentale, che si ripercuote sulla Nazionale. Come parametri fisici, però, restiamo in una fascia media».

 ➣  Cosa è rimasto del Mondiale 2019? C’è una fiducia verso l’Italia da ricostruire?

«Più che la fiducia, c’è da ristabilire un equilibrio. Lo scorso Mondiale fu straordinario, andammo oltre i nostri limiti facendoci conoscere e amare, forse in modo addirittura esagerato. Le aspettative sono alte però un movimento in crescita va apprezzato nei suoi pregi e nelle sue criticità».

 ➣  Toccherà vincerlo, il nostro girone. 

«Faccio una promessa: daremo tutto. La Svezia è n.2 del ranking Fifa, l’Argentina ha grande forza e buone individualità, il Sudafrica ha più fisicità che organizzazione. Sono venuta a Auckland per provare a giocare a calcio, per portare un’idea». 

 ➣  Il Mondiale chiude un ciclo. Poi cosa farà, Milena? 

«Una vacanza al mare, in Sardegna, senza pensare a niente».  – di gaia piccardi, Corriere della sera

  quando |  oggi ore 8 Italia-Argentina in tv su Rai Sport

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